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Talien

Regia di Elia Mouatamid vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Talien

di omero sala
8 stelle

locandina

Talien (2017): locandina

 

Abdelouahab (Aldo) dopo quarant’anni di lavoro in Italia decide di tornare in Marocco per rivedere i luoghi della sua infanzia, ritrovare gli spazi della sua giovinezza, rincontrare parenti lontani e amici abbandonati; ma forse anche per fare un bilancio della propria esistenza misurando la strada percorsa e chiudendo un cerchio.

Elia (Ilyass), il figlio tretaquattrenne cresciuto in Lombardia, decide di accompagnarlo: lo muove l’affetto per il padre che ha consumato gli anni per dargli il benessere di cui gode, ma lo spinge anche – più o meno consciamente – il desiderio di risalire indietro nel tempo alla ricerca di una maggior consapevolezza delle proprie radici.

I due partono con un camper ricavato da un vecchio automezzo militare e ripercorrono a ritroso la strada fatta da Aldo negli anni ’80, attraversando la Francia meridionale e la Spagna.

Le lunghe ore di guida, le soste, gli incontri, i vari passaggi di frontiera, la condivisione del cibo e dell’acqua, il pernottamento negli spazi ristretti del camper diventano per i due occasioni di avvicinamento, offrono quell’intimità che l’intensa attività del padre – oltre che il gap generazionale – era stata loro negata. 

Aldo e Elia – Abdelouahab e Ilyass – scoprono affinità inaspettate, sintonie diverse, confidenze e intimità che nella routine della quotidianità non avevano mai trovato modo di affiorare ed esprimersi, forse soffocate anche dalle atmosfere padane che sollecitano smanie efficientistiche e smorzano le manifestazioni della affettività.

Quando le nebbie della bassa sono lontane e si avvicinano sempre più le lucentezze mediterranee, i due smettono di parlarsi in dialetto bresciano, passano all’italiano e infine tornano alla musicalità della lingua marocchina.    

 

 

 

 

 

scena

Talien (2017): scena

 

Il film è stato presentato a Torino come “documentario”: e tale è, in quanto documenta accadimenti reali, raccontando una “realtà” profilmica senza mediazioni, senza farciture narrative, senza “finzioni”.

Ma Elia Moutamid rivela la straordinaria capacità di intridere questa realtà di messaggi politici e sociologici, di esprimere con la narrazione asciutta le emozioni più vivide, di indagare con apparente leggerezza i più intimi sentimenti. E il suo documentario diventa anche un film in cui il racconto del viaggio – senza essere manipolato – diventa la metafora del viaggio, capace di raccontare qualcosa che va oltre la realtà per rappresentare una verità.

Si tratta, in sintesi, di un’opera ibrida, sospesa fra documentario e film, fatta da un regista che – dal punto di vista identitario – è sospeso fra la sua appartenenza alla cultura magrebina e quella bresciana, fra passato e presente, fra bisogni di affetto e desideri d’indipendenza.

 

scena

Talien (2017): scena

 

La regia è matura, gli interpreti (Moutamid padre e figlio interpretano se stessi) sono efficaci, il montaggio è fluido, la colonna sonora indovinata.

Splendidi i tempi morti, le pause, i silenzi, i paesaggi che scorrono, la strada che sfila, gli spazi vuoti, i piazzali deserti dei distributori; frammezzati da discorsi spezzati e sospesi, brevi resoconti autobiografici, abbozzi di bilanci e di progetti, considerazioni realistiche su discriminazioni e accoglienze, separazioni e ricongiungimenti.

Un viaggio emotivo per chi lo ha vissuto realmente e per chi lo ripercorre nella grande esperienza di vita vicaria che è il cinema.

 

 

 

 

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