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Lovecraft Country

1 stagioni - 10 episodi vedi scheda serie

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di mck
8 stelle

Matt Ruff traslato al cinema è un sogno, Lovecraft Country una necessità.

 

 

SAFE NEGRO TRAVEL GUIDE

“Devi essere più furbo di così, non puoi andare in giro ad uccidere donne bianche.”

 

 

Lovecraft Country”, la serie in 10 episodi da 1 ora l’uno [che si dipanano cronosismaticamente dal massacro di Tulsa del 1921 sino all’alba del tramonto della cosiddetta Era delle Leggi di Jim Crow, un coacervo di provvedimenti di segregazione razziale, ovvero apartheid, emanati da politici, governanti e legislatori del Partito Democratico assurti al potere nel Sud degli Stati Uniti d’America dopo aver vinto la Guerra Civile contro gli schiavisti e rimaste in vigore sino alla metà degli anni ‘60 del XX secolo, quando vi posero fine prima il Civil Rights Act (1964) e poi il Voting Rights Act (1965), anche se… https://www.internazionale.it/video/2020/10/21/stati-uniti-soppressione-voto-neri] creata da Misha Green

-[già nel team di “Sons of Anarchy” ed “Helix”, e soprattutto autrice di “UnderGround”, per la WGN, sulla - tanto metaforica quanto concreta, tanto informale ed ufficiosa quanto proprio per questo tangibilmente funzionale e concretamente utile - Ferrovia Sotterranea, la rete di itinerari segreti e sicuri e luoghi di sosta e ristoro protetti creata ed utilizzata durante il XIX secolo (con un picco di lavoro avvenuto prima della Guerra di Secessione che dividerà gli U.S.A. in Confederati ed Unione) dagli schiavi afroamericani in fuga dai territori del sud verso gli stati “liberi” del nord, in Canada e in Messico con l’aiuto di una parte della popolazione bianca abolizionista, organizzazione sulla quale lo stesso anno Colson Whitehead incentrerà il suo “the Underground RailRoad”, col quale porta a casa il Pulitzer, il National Book e l’Arthur C. Clarke, premio, quest’ultimo, che fu assegnato per la prima volta a “the HandMaid’s Tale” di Margareth Atwood, fondato s’un argomento simile: con la questione di genere e religiosa in vece di quella razziale]-

per HBO (con la produzione di Jordan Peele - e il furente immaginario di “Us” percola e trasuda virulento - e J.J. Abrams) basandosi su un romanzo di Matt Ruff

-[autore degli splendidi e fondamentali “Acqua, Luce, Gas - la Trilogia dei Lavori Pubblici” e “Set This House in Order” (la Casa delle Anime), che sono i suoi capi d’opera, pubblicati entrambi in Italia al tempo da Fanucci, e gli ottimi e peculiari “Bad Monkeys” (Fazi), “the Mirage” (False Veirtà, ancora per Fanucci) e i tutt’or inediti in Italia “Fool on the Hill” (il suo esordio) e “88 Names”, il suo lavoro più recente, mentre “Lovecraft Country” è - finalmente - in libreria in questi giorni per i tipi di Piemme]-,

è un’“American Gods” riuscita, ovvero: al contempo l’opera seriale più canonica (con accezione più neutra che dispregiativa, nel senso di classica, nella norma della media contemporanea) e più sperimentale di sempre per quanto riguarda l’inserimento e l’utilizzo della colonna sonora musicale (e letteraria: prosa, poesia, saggistica, cronaca) non originale inframmezzata e innestata col montaggio narrativo: Howard Phillips Lovecraft (il razzista kantiano dei selvaggi - e perché no pure gli ebrei - inferiori e senza morale), James Baldwin (I’m Not Your Negro), Alezandre Dumas padre (il negro, il mulatto, in quanto per un quarto - la nonna paterna - di discendenza afro-caraibica, come ben sa il dottor King Schultz; “Non vi sono né felicità né infelicità assolute in questo mondo, vi è soltanto il paragone tra una condizione e l'altra, ecco tutto…”: ok, perfetto. E poi continua: “Solo colui che ha provato l'estremo dolore più profondo è atto a gustare e in grado di sperimentare meglio la più grande felicità suprema…”: beh, dai, scriveva molto, e a raffica, quindi non sempre ci azzeccava...), Gil Scott-Heron, Josephine Baker, Judy Garland, le amazzoni del Regno di Dahomey (oggi compreso nell’attuale Benin, con echi non intenzionali, ma evidentemente coincidenti, con l’attuale situazione nigeriana) - con Hippolyta (Aunjanue Ellis) che se la infila da sé, la corona-elmo, come Napoleone… -, Sun Ra (la natural-jazzistica visionaria fantascienza blaxploitation e afrofuturista di “Space Is the Place”)...

“...I’m just like you. You don’t exist in this society. If you did, your people wouldn’t be seeking equal rights. You’re not real. If you were, you’d have some status among the nations of the world. So we’re both myths...”

…e Sonia Sanchez [“Catch the Fire (for Bill Cosby)” - con la seconda parte del titolo recentemente espunta... - musicata da Laura Karpman con Raphael Saadiq e la voce di Janai Brugger]: “Brother/Brotha, Sister/Sista, here is my hand. Catch the fire, and live.”

 

E, sui titoli di coda di ogni episodio, folgorante e rispettosa, la versione di Alice Smith di “SinnerMan”, lo spiritual afroamericano codificato e immortalato da Nina Simone [1933-2003, che con Billie Holiday (1915-1959), Ella Fitzgerald (1917-1996), Etta James (1938-2012) e tante, tante, tante altre, su, su, su, fino all’oggi di Erykah Badu (1971), è stata, oltre che viverla e narrarla, la storia di quegli U.S.A. territorio dell'inflazionata definizione - così abusata da essere divenuta pleonastica e al contempo destituita di senso, quando invece una goccia di verità autentica la contiene ed esprime - di "cradle of the best and of the worst"

 


Condita da inestimabili, consapevoli e divertite cialtronate, tipo “Sfidare l’entropia è un rischio, e conoscere bene la lingua di Adamo può essere complicato…”, la serie - pur con qualche problema tecnico di montaggio (alcuni raccordi in campo - controcampo e p.p. - campo lungo che saltano agli occhi, per lo meno ai miei…) - professa tanto una verticalità indefessa (in questo perseguendo la struttura del romanzo di Matt Ruff) quanto un’orizzontalità spinta, si spezza, ma non si piega, e si rialza sempre: perché quando è troppo, ci mette un altro carico da novanta e va oltre lo stroppio, perché Michael Kenneth Williams (l’Omar Little di “the Wire”, l’Albert "Chalky" White di “BoardWalk Empire”, il Leonard di “Hap & Leonard” e il Freddy Knight di “The Night Of”) ad un certo punto, non ci si crede, e ti spetta il cuore, ride!, e perché l’ecosistema che porta stampato sulla propria pelle la ragion d’essere della serie è variegato, strutturato, organizzato, autosostentantesi, dinamico e, specialmente all’inizio, mediante il tratteggio dei caratteri, e durante il primo viaggio insieme, fa davvero paura, restituendo allo spettatore tutta la paranoia, il sospetto e l'allerta che si diffondono come un'orripilazione sulla cute fremente, bianca o nera, gialla o rossa che sia: non per via dei mostri, ma per colpa degli esseri umani, schifosi figli di Cthulhu e - peggio, perché ultrarealistici - del KKK.

 


Misha Green scrive tutti gli episodi, da sola o assieme ad altri. Le regìe sono, oltre che della creatrice stessa (che firma l’8°, “Jig-a-Bobo”, che si apre sui funerali (caldo afoso, bara scoperta per volontà della madre, cadavere maciullato) in commemorazione di Emmett Till (1941-1955), detto per l'appunto Bobo, massacrato a 14 anni appena compiuti, ed è quello dimostrante le maggiori consonanze stilistiche con “Us” di Jordan Peele), di Daniel Sackheim, Yann Demange, Victoria Mahoney, Cheryl Dunye, Helen Shaver, Charlotte Sieling, Jeffrey Nachmanoff e Nelson McCormick.
Il cast, oltre aui due attori già succitati, comprende Jonathan Majors (“the Last BlackMan in San Francisco”, “Da 5 Bloods”), Jurnee Smollett ("True Blood" e la già citata "UnderGround"), Wunmi Mosaku, Courtney B. Vance (“Cookie’s Fortune”, “Space Cowboys”), Abbey Lee, Jamie Chung, Jordan Patrick Smith e la giovane Jada Harris. Una nota a parte la merita Monique Candelaria, il cui personaggio - Yahima - è forse il più immeritatamente sacrificato.

 

https://uproxx.com/wp-content/uploads/2020/10/lovecraft-topsy.gif

[Topsy &/o Bopsy, da "la Capanna dello Zio Tom" ("Uncle Tom's Cabin or Life Among the Lowly") di Harriet Beecher Stowe, in versione Contro-Colonizzazione Inversa dell'Immaginario.]


Lovecraft Country” si chiude - coraggiosamente - per sempre, da un PdV (e diversamente dal romanzo di partenza), ma rimane apertissima, anche oltre il libro di Matt Ruff (sempre che l’autore non abbia intenzione di dargli un seguito, ma sarebbe la prima volta nella sua carriera, tenedo presente il fatto che molte storie secondarie trasversali del romanzo non sono state trasposte), e merita la giusta attenzione: in molti momenti - che punteggiano le 10 ore (magari ne bastavano 8, toh) - ripagherà dell’impegno investitovi.

* * * ½ - * * * * ¼    

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