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Regia di Jordan Peele vedi scheda film

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La recensione su Noi

di mck
8 stelle

Find YourSelf.

 

Prospettive dal Sottosuolo, da Hands Across America a Black Lives Matter, non è una questione di pelle, quella messa in scena da queste “↓ombre↓” (cassavetesiane) bianche e nere, ma di filigrana.         

 


«Siamo africani in America. Qualcosa di nuovo nella storia del mondo, senza modelli per ciò che diventeremo. Il colore ci deve bastare.» - C.Whitehead, “the Underground Railroad”

Dagli abissi e dalle fogne, dai sotterranei (niente che già nella Old New York di “Futurama”...) e dalle catacombe, dagli scantinati e dai rifugi, ecco che i Morloch risalgono per spodestare gli Eloi, disponendosi mano nella mano costituendo una catena, un recinto rettilineo, “Una specie di performance artistica del cazzo” che digrada nell'oceano Pacifico (e Atlantico) imitando quel che da tempo fa il “muro” (Cal-Ari-New)Tex-Mex clinton-trumpiano.      

 


«Esisteva solo il buio del tunnel e, da qualche parte avanti a lei, un’uscita. O un vicolo cieco, se era questo che aveva decretato il destino: solo una parete vuota e spietata.» - C.Whitehead, “the Underground Railroad”

Il perno, il nucleo, l’asse, la sorgente, l’orizzonte degli eventi del film si trova nel prologo, nel quale avviene una scissione (il doppelgänger per sua natura non è né copia né originale, ma una parte del tutto: tutto dipende da qual è il punto di vista del narratore...) crematistica in cui una parte gode del plusvalore sottratto all'altra e l'altra si consuma con le rigaglie, i lacerti e i cascami scartati dall'una.        

 


«A un capo della linea c’è la persona che eri prima di scendere sottoterra, all’altro capo viene alla luce una persona nuova.» - C.Whitehead, “the Underground Railroad”

Così come ad un certo punto (un punto che si comporta come un'onda elastica che si dirama attraverso il tempo) della storia d'America e “quindi” del Mondo è avvenuto uno scambio che non è uno scambio, perché «Lo scambio è per sua natura un contratto d'eguaglianza, che si compie fra un valore ed un valore eguale. Non è dunque un mezzo di arricchirsi, poiché si dà tanto quanto si riceve» (da “De l'Intéret Social”, 1777, del fisiocratico, dispotista, antidemocratico, assolutista, autarchico Guillaume Le Trosne, scientemente citato da Karl Marx ne “il Capitale”, Libro I, Sezione II, Capitolo 4, “la Trasformazione del Denaro in Capitale”), mentre qui vi è da una parte un arricchimento (per quanto possibile inconsapevole: nessun patto faustiano all'orizzonte, ma le conseguenze sono le stesse: la legge morale non ammette ignoranza, in questa porzione di universo) e dall'altra un impoverimento.      

 


Il suo prezzo fluttuava. Quando uno viene venduto così tante volte, il mondo gli sta insegnando a fare attenzione. [...]
Sapeva che gli scienziati dell’uomo bianco sbirciavano sotto le cose per capire come funzionavano. Il movimento delle stelle durante la notte, l’azione combinata degli umori nel sangue. La temperatura necessaria per un buon raccolto di cotone. Ajarry fece del suo corpo nero una scienza e accumulò osservazioni. Ogni oggetto aveva un valore e man mano che il valore cambiava, cambiava anche tutto il resto. Una zucca a fiasco rotta valeva meno di una che poteva contenere l’acqua, un uncino che tratteneva i pesci gatto era più prezioso di uno che lasciava sfuggire la preda. In America la cosa curiosa era che anche le persone erano oggetti. Meglio non spendere troppo per un vecchio che non sopravviverà alla traversata dell’oceano. Un giovane maschio proveniente da un buon ceppo tribale, invece, faceva venire la bava alla bocca agli acquirenti. Una schiava che sfornava mocciosi era l’equivalente di una zecca, denaro che generava denaro. Se eri una cosa – un carro o un cavallo o uno schiavo – il tuo valore determinava le tue possibilità. Ajarry stava al suo posto.

Brano tratto, come i precedenti, da: “the UnderGround RailRoad” di Colson Whithead del 2016 (ediz. ital. BigSur, “la Ferrovia Sotterranea”, 2017, traduz. di Martina Testa).

Scritto, diretto e prodotto (con la BlumHouse di Jason Blum) da Jordan Peele.
Fotografia di Mike Gioulakis (“It Follows” e “Under the Silver Lake” di David Robert Mitchell e “Split” e “Glass” - la cui locandina ricorda molto l'artwork creato per quella di "Get Out" - di M. Night Shyamalan). Montaggio di Nicholas Monsour. Musiche originali, molto belle, di Michael Abels.             

Doppelgänger: "Parasite/Gisaengchung" di Bong Joon-ho.            

 


Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi
a far promesse senza mantenerle mai, se non per calcolo.
Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile,
la posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere.
E non far partecipare nessun altro.
Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro.
Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili,
perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili.
Sono tanti, arroganti coi più deboli,
zerbini coi potenti. Sono replicanti,
sono tutti identici, guardali:
stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere.
Come lucertole s'arrampicano,
e se poi perdon la coda la ricomprano.
Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno;
spendono, spandono e sono quel che hanno.
Sono intorno a me, ma non parlano con me.
Sono come me, ma si sentono meglio.
E come le supposte abitano in blisters full-optional,
con cani oltre i 120 decibel e nani manco fosse Disneyland.
Vivono col timore di poter sembrare poveri.
Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano.
In costante escalation col vicino costruiscono,
parton dal pratino e vanno fino in cielo,
han più parabole sul tetto che San Marco nel Vangelo.
Sono quelli che di sabato lavano automobili,
che alla sera sfrecciano tra l'asfalto e i pargoli.
Medi come i ceti cui appartengono,
terra-terra come i missili cui assomigliano.
Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano
e poi s'impastano su un albero.
Nasi bianchi come Fruit of the Loom
che diventano più rossi d'un livello di Doom.
Sono intorno a me, ma non parlano con me.
Sono come me, ma si sentono meglio
Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica,
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano,
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano.
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero,
mani lisce come olio di ricino,
mani che brandisco manganelli, che farciscono gioielli,
che si alzano alle spalle dei Fratelli.
Quelli che la notte non si può girare più,
quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la TV.
Che fanno i boss, che compran Class,
che son sofisticati da chiamare i NAS. Incubi di plastica
che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara,
ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera,
quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera.
Sono intorno a me, ma non parlano con me.
Sono come me, ma si sentono meglio.

“Quelli Che BenPensano” di Frankie Hi-NRG MC da “la Morte dei Miracoli” del 1997

 


Interpretato con assoluta magnificenza svergognata da Lupita Nyong'o (12 Years a Slave, Star Wars VII-VIII-IX, Black Panther) alla quale tiene testa la sempr'eccelsa Elisabeth Moss (West Wing, Mad Men, Listen Up Philip, Queen of Earth, MeadowLand, High-Rise, the Free World, the Square, Her Smell, Shirley). E a loro si affiancano Winston Duke, Tim Heideker e i giovani Shahadi Wright Joseph ed Evan Alex.     

     
Musiche non originali: “Good Vibration” dei Beach Boys, con, a seguire, grazie ad Alexa/Siri, “Fuck tha Police” degli N.(iggaz) W.(ith) A.(ttitude), “I Got 5 On It” dei Luniz e, per finire, la bellissima “les Fleurs” di Minnie Riperton

 


Conosco le abitudini / so i prezzi
e non voglio comperare / né essere comprato.
Attratto, fortemente attratto. / Civilizzato, sì: civilizzato.
Comodo, ma come dire... poca soddisfazione,
comodo, ma come dire... poca soddisfazione,
soddisfazione, Signore.
Conosco le abitudini / so i prezzi
e non voglio comperare né essere comprato.
Attratto, fortemente attratto. / Civilizzato, sì: civilizzato.
Uno sguardo più puro sul mondo, ché la civiltà è ora, pagando.
Decidi: cosa, come, quando.
Comodo, ma come dire... poca soddisfazione,
comodo, ma come dire... poca soddisfazione,
soddisfazione, Signore.
Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché "mio", m'aspetta.
Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché "mio", m'aspetta.
Ventiquattromila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili alimentando voglie e necessità.
Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché "mio", m'aspetta.
Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché "mio", m'aspetta.

“Forma e Sostanza” dei C.S.I. da “Tabula Rasa Elettrificata” del 1997        

 


Us” - un tassello nuovo nel sottogenere dell'Home Invasion (“the Desperate Hours” di William Wyler, “the Incident” di Larry Peerce, “Straw Dogs” di Sam Peckinpah, “A ClockWork Orange” di Stanley Kubrick, “Desperate Hours” di Michael Cimino, “Funny Games” e “Funny Games... US” di Michael Haneke, senza citare poi i vari modesti epigoni quali “Ils” di David Moreau e Xavier Palud e “the Strangers” di Bryan Bertino) innestato in quello del World Invasion (con, ancora come in "Get Out", rimandi all'UpSide Down di "Stranger Things") - può considerarsi un piccolo passo avanti compiuto da Jordan Peele (il cui cinema trovo molto più divertente, interessante e profondo rispetto a quello di Darren Aronofsky, Steve McQueen, Nicholas Winding Refn e Rob Zombie) rispetto a “Get Out” (anche per via del fatto che Lupita Nyong’o è un poco più convincente di quella, pur ottima, di Daniel Kaluuya), mentre per ora, giunti al 6° ep., la “sua” versione di “the Twilight Zone” si attesta su risultati ben più modesti, rispettando(ne) troppo, forse, lo spirito... di quel tempo, senza un adeguato aggiornamento (di argomentazione, più che di stilemi).

La metafora è, in un eterno ritorno seventies, appiccicata/intrecciata all'impalcatura tecnologica del genere horror. Il plot-twist finale (nulla che “the Simpsons” non avessero già fatto: “the Thing and I” in “TreeHouse of Horror VII” del 1996) è un ulteriore e significativo ribaltamento/cortocircuito/bilanciamento morale.                

 


Parafrasando una linea di dialogo estratta da “Guava Island” di Hiro Murai e Donald Glover (e Childish Gambino è quasi un co-autore morale di “Get Out”), “L'America è un concetto. Ogni paese in cui ti trovi, se per arricchirti devi rendere più [ricco-] povero qualcun altro, è America.”

Dai Gilets Jaunes ai pigiamini/tutine amaranto, la forbice sociale, al “massimo” grado di apertura, sta per richiudersi: non più bianchi contro neri, ma poveri contro ricchi, e, dal punto di vista della middle class, poveri contro poveri.       

 


In un gioco (nel quale Identità è anche Alterità, senza dimenticare il Maestro) in cui i borghesi, i ContoCorrentisti, vincono sempre, contro ogni Re, contro ogni poveraccio: i borghesi sono Borghesi, e voi siete un cazzo di nient'e nulla.

- Voi chi siete?
- Siamo americani: Torre Maura, Casal Bruciato, Goro Haram.

 

[Bugìa. Gli ammeregani don't eat coniglietti pucciosi. Tra allegoria, trasfigurazione e addestramento/plagio: “When the girl ate, her food was given to her warm and tasty. But when the shadow was hungry, she had to eat rabbit raw and bloody. On Christmas, the girl received wonderful toys. Soft and cushy. But the shadow's toys were so sharp and cold. They'd slice through her fingers when she tried to play with them.”]

Io davvero non capisco perché qui da NOI, al Nord che Lavora e che Produce, si è passati dal prendersela con i terroni al prendersela coi negri e con gli zingari: che cos'hanno i terroni che non va (anche loro, del resto, se la sanno prendere benissimo con gli zingari e i negri) da non poterli più discriminare a dovere? È proprio vero che i migranti stanziatisi sono più razzisti degli stanziali autoctoni. Il povero un po' meno povero del povero più povero... Svegliatevi, dormienti.  

 


Us”, costato 20 milioni di $, ne ha incassati 250, come il precedente “Get Out”, che ne era costati 5.

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