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1992

3 stagioni - 26 episodi vedi scheda serie

Serie TV Recensione

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La recensione su 1992

di LorCio
7 stelle

La più divertente sintesi di questo 1992 riguarda la trama: mentre Di Pietro interroga politici, industriali e tangentisti vari, Stefano Accorsi va a letto con tutto il mondo di sesso femminile e trova il tempo di inventare Forza Italia, che per l’appunto nasce da un’idea di Stefano Accorsi. Al di là delle facili battute da frustrati dell’internet, questo fluviale (dieci ore) romanzo criminale italiano è materia da maneggiare con cura. C’è chi si sofferma sull’attendibilità della ricostruzione storica e chi perde tempo a contestare la caratterizzazione dei personaggi realmente esistiti. Qualora fosse necessario, due o tre principi da ribadire: un’opera di finzione non può limitarsi ad essere un documento storico, la sceneggiatura di un prodotto di (alto) consumo non può adagiarsi sulla pedante cronaca dei fatti priva di rielaborazione narrativa, un attore non può cedere all’imitazione.

 

Appurato ciò, 1992 si fonda su una narrazione magmatica, densa anzitutto di personaggi (almeno venti più o meno importanti) i cui destini sono fatalmente intrecciati tra loro, in una visione anche fin troppo programmatica nella sua complicata progettualità narrativa. Perno del coro è il fascinoso e cinico Leonardo Notte, ex comunista gruppettaro del settantasette bolognese che ha sbarcato il lunario come pubblicitario, finito a collaborare con la Pubblitalia guidata da un Dell’Utri impegnato a discettare sulla salvezza della repubblica delle banane (Fabrizio Contri che agisce di sottrazione). Aver individuato nel “mondo Pubblitalia” un laboratorio dell’eterna transizione ed essere entrati, seppur in una dimensione romanzata, nei meccanismi dell’azienda che ha costruito un immaginario, rappresenta senza dubbio l’elemento di maggiore interesse nei confronti della serie.

 

D’altro canto la grande debolezza sta proprio nel disegno del perno: a questo Notte non si crede neanche un momento, non si crede alla facilità con cui elucubra tanto di scenari politici (la “visione” del partito in fieri che chiude l’ottavo episodio è improbabile) quanto di figa a domicilio o in trasferta (non so dire se abbia un coito a puntata o una media più alta) né si crede alla sua storia oscura e vagamente posticcia nonché raffazzonata. Il redivivo Accorsi se l’è cucito addosso, un po’ viscido e un po’ profeta, che però risente dell’eccessiva volontà di volerlo collegare all’intero cosmo della serie (non si crede un attimo alla storia di Notte con Bibi Mainaghi, l’industriale punkabbestia con cui pur condivide la deriva angosciata).

 

Tuttavia, se 1992 è un prodotto che segna uno scarto evidentissimo rispetto alla produzione televisiva italiana, il motivo è semplice: ha una scrittura. Il merito preminente della serie, va detto, è proprio l’operazione chirurgica sulla storia nera di un decennio idealmente compreso in un anno fondamentale: servendosi della cronaca giudiziaria e nera, rielaborando figure e situazioni della realtà d’allora, inventando sulla base di riferimenti garantiti, il team di sceneggiatori composto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo crea una narrazione fortemente legata ad un’idea di serialità anomala per gli standard italiani, cercando nell’ampio respiro di dieci puntate fluide e rapide una via nostrana all’epica della contemporaneità, tra la cronistoria e il “genere”.

 

I personaggi di 1992, che siano veri o fittizi, sono più delle funzioni narrative che dei veri e propri caratteri psicologicamente approfonditi, tutte maschere della decadenza italiana racchiusa nel mantra accorsiano “corruzione, collusione, illusione”, dall’ex soldato finito in parlamento con la Lega (l’animalesco Guido Caprino) alla grande puttana d’alto bordo (Miriam Leone abbagliante) fino alla rampolla punkabbestia e poi imborghesita di un industriale tangentista (Tea Falco imbarazzante) e al poliziotto sieropositivo in cerca di vendetta (il discreto Domenico Diele). Detti così, tutti e quattro hanno un obiettivo (rispettivamente: riscatto personale, ascesa artistica, riconoscimento paterno, vendetta) ma sembrano più delle personalità che si fanno compendio di una stagione più per desiderio di completezza che per reale necessità narrativa, tant’è che l’intento di incrociare le microstorie non sempre funziona.

 

Tra i non protagonisti, inoltre, pochi s’emancipano davvero dalla propria funzionalità: nel pool di Mani Pulite c’è solo la figura, felicemente depurata dal macchiettismo, di un Di Pietro rude ed accanito contro Craxi (il bravo Antonio Gerardi); nel parteere di politici che rappresentano storicamente partiti e correnti spicca solo il bozzetto d’altri tempi del democristianone napoletano (il buon Gianfelice Imparato); e per il resto ci sono solo il cammeone di Valerio Binasco come Mario Chiesa, che in due o tre pose restituisce il senso di un “cinema delle facce” quasi da poliziottesco, e l’apparizione di Dalila Di Lazzaro. Segnalo i due singolari cammei di Giovanni Rana e Massimo Boldi per puro vezzo della curiosità.

 

Diretta con raffinata abilità nell’esercizio della tensione da Giuseppe Gagliardi, 1992 è un prodotto sontuoso, impacchettato con una cura formale di elevatissima fattura (fotografia limpida di Vladan Radovich, montaggio preciso di Francesca Calvelli, musiche incessanti di Bootsa dei Subsonica), uno spericolato romanzo criminale d’ambizione internazionale che accanto al novellare d’intrattenimento brillante (in fondo è un intreccio di microstorie dentro una macrostoria che le accoglie tutte) cerca di ragionare sulle cause di una stagione che s’annuncia con un paio di scarpe spiate in un bagno, con una festa di compleanno in Sardegna e col cartello nell’epilogo in Piazza del Dumo.

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