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P'tit Quinquin

2 stagioni - 8 episodi vedi scheda serie

Serie TV Recensione

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di mm40
8 stelle

Un quieto paesino della Francia nordorientale, sulla costa che si affaccia sulla Gran Bretagna, viene scosso da un brutale e apparentemente inspiegabile omicidio. L’ispettore Van der Weyden, frivolo e tourettico, non cava un ragno da un buco, mentre affiora un secondo cadavere. E poi un terzo. Solo il piccolo Quinquin, un ragazzino deforme, trova una pista utile per le indagini.

P’tit Quinquin è il capolavoro di Bruno Dumont, regista che da quasi due decenni (L’età inquieta, il suo esordio nel lungometraggio, è del 1997) racconta la desolante e disturbante vita del nordest francese; in questa serie televisiva suddivisa in quattro puntate da tre quarti d’ora circa ciascuna Dumont mette in scena le squinternate indagini di un ispettore tourettico alle prese con un probabile serial killer. Ma ciò che conta nel lavoro non è neppure la trama, bensì è il suo contesto, la tragica (tragicomica? Eppure di ridicolo c’è ben poco, data la cruda verosimiglianza dei contenuti) realtà di una zona abbandonata nelle campagne sulla costa che sbocca sulla Gran Bretagna, costantemente vessata da un grigiore dei paesaggi e del cielo che accompagna le esistenze di una popolazione in apparenza costituita esclusivamente da storpi, malati di mente e persone in qualche modo, fisicamente o psicologicamente, tarate. Il punto è che il regista, non nuovo a scelte ‘estreme’ di casting, ha deciso di far recitare solo attori non professionisti: con risultati eccellenti, peraltro, ma senz’altro con un guadagno sostanziale, evidente in termini di verismo. P’tit Quinquin dura nel complesso quasi tre ore e mezza, eppure anche tutta d’un fiato risulta una visione piacevole, affascinante, sia pure nei suoi momenti più inquietanti, che definire semplicemente grotteschi o surreali sarebbe fin troppo limitativo: la scena del funerale, quella del ragazzino che si suicida, il complessissimo finale (volutamente aperto, perché è tale tutta la storia: non c’è una sola certezza che trapeli dall’opera) sono tutte sequenze fortemente memorabili e momenti di vero Cinema, per quanto prestato al piccolo schermo. Non ultimo ed emblematico fra i dubbi che montano nella testa dello spettatore al termine della visione, rimane l’idea che quella canzoncina leggera (Cause I knew, pare si intitoli) che frequentemente ritorna nel corso del lavoro sia in realtà un pezzo famoso, un qualche tormentone magari storpiato ad hoc (il testo è totalmente sgrammaticato) – e così, naturalmente, non è: in P’tit Quinquin è tutto miserabilmente vero. Chapeau, Dumont. 8,5/10.

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