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La gatta sul tetto che scotta

Regia di Richard Brooks vedi scheda film

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La recensione su La gatta sul tetto che scotta

di steno79
8 stelle

"La gatta sul tetto che scotta" è una trasposizione cinematografica da Tennessee Williams, una delle tante realizzate fra gli anni 50 e 60, che può rivelarsi un'esperienza affascinante ma non priva di contraddizioni. Il film mantiene come altri le caratteristiche del testo teatrale, dunque l'ambientazione tutta negli interni della villa familiare della famiglia Pollitt, con pochissimi esterni, nonché molte scene costruite essenzialmente sul dialogo, anche se la regia di Richard Brooks gioca con intelligenza sulla valorizzazione filmica del testo, che acquista un dinamismo, probabilmente memore della regia di Kazan, che rifugge dalle trappole del teatro filmato.

La contraddizione a cui si accennava è quella di aver modificato il testo per evitare noie censorie, di aver proposto un adattamento "purgato e ripulito" rimuovendo l'omosessualità del personaggio di Brick nel suo attaccamento al compagno di squadra Skipper, suicidatosi per l'impossibilità di esprimere il suo amore per lui. Questa censura sul materiale di partenza non può non pesare sulla coerenza interna della trama e dei personaggi, perché il dramma interiore di Brick viene deprivato della sua motivazione essenziale, fra l'altro rendendo incomprensibile la sua astinenza sessuale dalla moglie, considerando anche il sex appeal di Elizabeth Taylor nel ruolo di Maggie.

Tuttavia, oltre a riconoscere il polso fermo della regia di Brooks, bisogna dare atto al cast di una performance d'ensemble davvero memorabile, che risulta la carta vincente dell'operazione, quello che consentì al film di riscuotere un grande successo sul finire degli anni 50. La Taylor rende con insolita incisività le motivazioni del personaggio e la sua frustrazione di moglie rifiutata, toccando qui uno dei punti più alti della sua carriera, che replicherà l'anno successivo con "Improvvisamente l'estate scorsa", sempre da Williams. Paul Newman è straordinario come Brick, nonostante il tradimento operato dagli sceneggiatori, rende ugualmente con forte intensità la crisi interiore del personaggio, la sua ansia di verità nei rapporti umani, la sua condanna della "mendacity", il suo disperato tentativo di recuperare una comunicazione affettiva con il padre. Fra i caratteristi da menzionare almeno la massiccia presenza di Burl Ives, all'epoca cinquantenne, ma perfetto nella parte del sessantacinquenne Big Daddy, adeguatamente minaccioso e al fondo terribilmente solo, con buoni contributi della hitchcockiana Judith Anderson e della canadese Madeleine Sherwood nella parte dell'odiosa cognata. Personalmente, credo che Newman, Taylor e Ives fossero tutti da Oscar (l'ultimo lo vinse nello stesso anno come non protagonista per "Il grande paese" di William Wyler).

Voto 8/10

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