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... E anche Carlo Monni ci ha lasciato: un altro caro amico che non è più fra noi..
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... E anche Carlo Monni ci ha lasciato: un altro caro amico che non è più fra noi..


Non sono molto portato per i necrologi, ma questa volta non posso astenermi perché la morte di Carlo Monni così improvvisa e inaspettata (anche se sapevo da tempo che era molto malato) si è portata via oltre che un “amico”, un altro pezzo importante del mio passato.
Aveva un anno meno di me ed è proprio con me che ha mosso i suoi primissimi passi sul palcoscenico della S.M.S. di Rifredi (Gruppo Proposte Teatrali) sul crinale dei ’60 e i primi anni del decennio successivo, quando per lui, operativamente impegnato col duro lavoro di operaio in una tintoria, il teatro (e il cinema che è venuto dopo) era certamente un sogno accarezzato con passione, ma più agognato che ipotizzato come definitiva soluzione di vita: era già certamente consapevole di voler stare sul palcoscenico “ad ogni costo”, ma non ancora sufficientemente  cosciente di quale avrebbe potuto e dovuto essere l’effettiva strada da percorrere affinché l’aspirazione potesse trasformarsi in realtà.
In quegli anni, proprio i gruppi di base sono stati un'interessante palestra addestrativa che ha dato molti frutti importanti: Daria Niccolodi ha debuttato proprio in quel segmento, esattamente come Benigni (o Pamela Villoresi e Saverio Marconi, tanto per citare i nomi più conosciuti) che sotto l’egida più rassicurante del Metastasio di Prato, ma sempre di Teatro Studio si parlava che era a suo modo un teatro sperimentale non ufficiale – ha avuto la possibilità pur con un testo canonico che per quel che mi poso ricordare – e credo proprio di non sbagliarmi - non era il Re nudo di  Schwarz come indica Wilkipedia , ma bensì Il Re Cervo di Carlo Gozzi, di confrontarsi in diretta e con l’acerbità già istrionica  delle prime occasioni con le assi del palcoscenico (e si poteva provare davvero e con ottimi risultati a partire da lì, dalla gavetta pratica, anziché passare attraverso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico – in quegli anni di  “opposizione globale" al sistema persino abbastanza contestata sull’onda del ’68).
Tornando al caro Monni mai perso di vista in tutti questi anni (Firenze è una città abbastanza piccola e se poi alla fine entrambi siamo rimasti stanziali come domicilio, le occasioni di incontrarsi anche casualmente sono frequenti e ripetute) che pur con cotanta carriera alle sue spalle me lo faceva sempre ritrovare autentico e senza “troppi grilli per la testa” a conferma del suo essere oltre che un artista, anche uomo integerrimo proprio nelle sue scelte di vita (credo che non possedesse nemmeno l’automobile e che non avesse mai voluto prendere nemmeno la patente): lo incontravo spesso prima che si ammalasse, in Piazza Santo Spirito o nelle sue salutari camminate “a piccolo trotto” e in tarda mattinata, fatte nei viali boscosi delle Cascine per aspirare l’aria un po’ più salubre del parco, qualche volta per salutarsi da lontano con un piccolo cenno della mano e un sorriso, altre soffermandosi invece un po’ più a lungo a dialogare un poco.
Ricordi e contatti che si affastellano dolorosamente nella memoria proprio a partire dal suo approccio al Gruppo (la “timida apparizione imbranatamente impacciata” per chiedere se avevamo bisogno di attori o aspiranti tali) con una scelta “obbligata” verso il teatro sperimentale o impegnato anche nel campo “politico e sociale”, l’unica strada percorribile se senza una preparazione più accademica ci si voleva mettere in gioco senza passare da quello in vernacolo ancora molto in auge ma ben poco stimolante per la maniera spura con cui veniva realizzato allora (si rifarà più tardi con una magnifica "Gallina vecchia" a fianco di Marisa Fabbri), ma che non era però proprio nelle sue corde, nel senso che non era quello il contesto “giusto” per esternare il suo istrionismo popolare intriso di dirompente toscanità che aveva poco da spartire con la tragedia e il dramma intesi in senso letterale, anche se poi persino attraverso l’irriverenza e la caustica ironia dissacrante che lui possedeva in doti massicce, si possono mettere in scena in chiave differente, ma certamente non con minore intensità, altrettante “tragedie” della nostra contemporaneità scrutate col perfido sguardo dell’ironia.
Con me (e il nostro gruppo) ha fatto dunque solo due spettacoli e in ruoli sempre secondari perché all’inizio doveva davvero imparare l’Abc dello stare in scena ("La visita della vecchia signora" di Durrenmatt nel ruolo del Poliziotto, dove recitava insieme a Luigi Delli, suo amico e sodale, e “Caligola” di Camus nel ruolo di uno dei senatori vessati dall’imperatore che alla fine si vendicheranno uccidendolo). Che non fosse giusta quella strada, lo si evince per esempio proprio dalla critica di quello spettacolo, pubblicata a firma di Paolo Emilio Poesio su “La Nazione” di Firenze del 30 gennaio del 1970 : “(…)Inquadrato in una scena nuda e tuttavia stimolante (un parallelepipedo rosso campeggiante in campo nero, scatola o gabbia o vetrina senza pareti, teatro nel teatro o microcosmo drammatico) il Caligola diretto con intensa partecipazione emotiva da Valerio Vannini, ha avuto anche il pregio di mettere in luce un giovane bravissimo attore, Ennio Macconi, che dell’imperatore ha disegnato in un ricco, teso, sofferto gioco scenico i volti e le contraddizioni e gli slanci e il tormento filosofico, negativo che appaia. E’ stata una prova superata con bella sicurezza e compensata da lunghi sinceri applausi, andati naturalmente anche a tutti gli attori, da Marcello Zanieri, Elicone visto come l’«altra parte» di Caligola, a Vincenzo Cifoni, uno Scipione dal chiuso tormento, a Flavia Borelli suasiva Cesonia, a Raffaello Castellani, Cherea dalla gelida chiarezza, Umberto di Gioacchino tremebondo Senectus, e poi Carlo Monni, Vincenzo Fiorini, Piero Bernabei, Piero Corsi, Ugo Ballerini, la Raffanini, l’Ameglio”, e dove proprio quell’”e poi” che precede  il nome di Carlo sta a significare che, “costretto” nella rigidità del ruolo, non era poi riuscito a incidere più di tanto e la sua prestazione si disperdeva nel limbo della mediocrità che non affascina né convince del tutto.
Era dunque inevitabile che fosse insoddisfatto di ciò che stava producendo insieme a noi e che avvertisse il forte desiderio di andare “oltre”, visto che comunque l’aver provato l’ebbrezza del palcoscenico gli aveva fatto consolidare il pensiero che “quella era la sua strada” e che era per lui prioritario seguire la sua vocazione, ma in una dimensione anche espressiva molto più confacente che lo portava a voler esplorare altre strade più in sintonia,  perché che fosse dotato di un talento istintivo e un po’ naïve ma di sicura presa che se sviluppato a dovere poteva dare buoni frutti, si intuiva già allora quando - proprio perché di quel teatro a suo modo ancora stratificato nella convenzione a lui interessava davvero molto poco – non riusciva a ricordare tutte le battute e a memorizzare i movimenti e poteva risultare per questo “insicuro", goffo e impacciato). Io lo spronai caldamente ad   “agire” in altre direzioni, anche se il vincolo del faticoso lavoro in tintoria non gli permetteva  la piena autonomia delle scelte e delle azioni e si doveva accontentare delle occasioni più che regionali, provinciali, offerte insomma  dalla città di Firenze e dintorni, feste dell’Unità comprese.
Lo incontrai a breve distanza di tempo in un’estate caldamente afosa a Portoferraio (Isola d’Elba) dove lui era in vacanza (e io in trasferta per la rappresentazione a Marciana Alta del “Matrimonio" di Gombrowicz)… e fu in tale circostanza che mi comunicò  la sua definitiva decisione di “saltare il fosso”: aveva già lasciato “temerariamente” il lavoro e stava provando a dedicarsi interamente al suo teatro, insieme ad altri  toscanacci D.O.C. come appunto Benigni  e Donato Sannini, (regista molto dotato e purtroppo scomparso troppo presto) nel cercare di “scalare “ più che il successo, la loro differente attitudinalità alle scene per fare di questa fondamentale “professione artistica” il proprio lavoro (e per questo ovviamente Firenze e la Toscana diventava uno spazio troppo stretto da cui era necessario evadere).
Quindi alla fine Roma (una delle prime cose di prestigio che realizzò con la regia di Sannini, fu La corte delle stalle che ebbe un discreto successo anche come riscontro critico nel circuito del teatro off, definito a quei tempi per quel che riguardava la Capitale, “il circuito delle Cantine”).
Sempre più stretta poi la collaborazione con Benigni (e qui ritorniamo ai tempi gloriosi di Televacca e di Onda libera… che precederanno di poco il suo effettivo debutto anche in campo cinematografico ancora accanto a Benigni in Berlinguer ti voglio bene, per la regia di Giuseppe Bertolucci (che prendeva le mosse da un altrettanto mitico spettacolo teatrale come Cioni Mario di Gaspare fu Giulia), dove faceva da ottima spalla al protagonista insieme all’altrettanto compianto - nel senso che anche lui se ne è andato davvero troppo presto – Mario Pachi.
Da lì, poi una carriera davvero tutta in discesa e molto prolifica che lo ha portata ancora in teatro a recitare in proprio o al servizio dei grandi nomi della regia (mitico co-protagonista di una indimenticabile edizione de L’uomo la bestia e la virtù di Pirandello, e poi a fianco e sotto la direzione di Carmelo Bene nella prima edizione de La cena delle beffe di Benelli che vedeva in scena anche Gigi Proietti). L’elenco comunque potrebbe essere davvero molto lungo ed è forse allora meglio fermarsi qui per evitare la ripetitività dei nomi e dei titoli.
L’ultima occasione che abbiamo avuto per incontrarci, ce l’ha offerta la sua  generosa partecipazione a “La banda del  brasiliano” quando al termine della proiezione abbiamo avuto modo di parlare un po’ più a lungo aggiornandoci sulle nostre vite (per lui anche la voglia di illustrarmi alcuni dei suoi futuri progetti non tutti poi effettivamente realizzati) e un successivo più fugace contatto al termine di uno dei suoi più recenti spettacoli teatrali per il gruppo del Savelli, ancora al teatro di Rifredi dove appunto aveva proprio preso le mosse la sua carriera.
Cinematograficamente parlando poi, anche se non col ruolo di protagonista solo sporadicamente “occupato”, può vantare davvero una storia molto variegata che attraversa buona parte del cinema italiano e che si incrocia con i nomi di molti prestigiosi registi.
Che dire allora caro Carlo al termine di questa accorata ricognizione, per evitare di lasciarsi sommergere dalla commozione? semplicemente che sono costernato (ogni morte come ben sai – e ne abbiamo parlato una volta - sottrae qualcosa anche a chi resta, che rimane più instabile e taciturno a meditare e riflettere proprio sulla  fugace precarietà della nostra esistenza). Ci stai lasciando tutti più soli e sconsolati insomma… ma tu comunque prova a fare buon viaggio e porta la tua pungente ironia anche “dall’altra parte” se davvero l’avrai trovata ad accoglierti (sai che non ci credo che ci sia qualcosa ad attenderci, e so che anche tu eri abbastanza scettico al riguardo…) altrimenti, riposa in pace nella quiete  sommessa del tuo sonno eterno nel cimitero che ospiterà le tue spoglie mortali.

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