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Il figlio di Saul

Regia di Laszlo Nemes vedi scheda film

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GIMON 82

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La recensione su Il figlio di Saul

di GIMON 82
10 stelle

"Se con l'Olocausto Dio ha scelto di interrogare l'uomo,spetta a questi rispondere con una ricerca che ha Dio come oggetto" Elie Wiesel

La ricerca di Saul parte da Dio,ed è quella di un uomo che "ha perso" Dio,cadavere vivente o "Sonderkommando" di una necropoli di cui la storia non perdera' memoria.

"Il figlio di Saul" è un film sulla ricerca,del significato dell'esistere o del dare un valore aggiuntivo ad un esistenza che non è piu' da considerarsi tale.L'esordiente Laslo Nemez parla cosi' della catarsi orrorifica di Auschwitz,argomento rischioso per un regista "neofita",il suo Olocausto non è quello di "Spielberghiana" memoria o quello "ilare" di Roberto Benigni.Nemez si "discosta" dall'orrore gia in partenza,il suo magistrale piano sequenza segue il protagonista con secondi piani che appaiono sfocati,isolando il martirio circostante ma  rimanendo comunque ancorato al dolore persistente di un intero popolo.

In Auschwitz non esistono eletti o "graziati da Dio",ma per dirla come Primo Levi esiste una "zona grigia",quella dei Kapo' ebrei collusi e sottomessi al potere nazista.Saul occupa una zona buia,un pezzo di purgatorio all'interno di un inferno,egli è posto in un limbo di dantesca memoria.La scoperta di un giovane corpo nudo e inanimato lo spinge ad aggrapparsi ad un barlume vitale,respirando  a pieni polmoni l'orrore di ceneri e forni infausti.

Il corpo è quello del figlio,forse illeggittimo o naturale,ma a noi spettatori non interessa questo,la regia pragmatica di Nemez ci parla di un uomo e del suo atto d'amore.Trovare un rabbino e donare degna sepoltura ad un anima giovane,gesto che comporterebbe rischi e tradimenti nel sottomondo gerarchico dei Sonderkommando.Il viso emaciato del bravissimo Reza Rohrig ci restituisce cosi' un angolo di storia dolorosa,brandelli di un popolo in disfacimento e in preda alla disperazione.Riprese lunghe e claustrofobiche simboleggiano l'angoscia che pervade il protagonista,ma sopratutto restringono il suo campo d'azione,nell'universo di Auschwitz ogni minimo gesto o azione è puramente egoistico,dettato da pulsioni di sopravvivenza,una sorta di catena alimentare in cui ci si elimina a vicenda.

 

Nemez dimostra maestria nel mantenere il suo Saul lontano da giochi di autoeliminazione reciproca,limandone i gesti e le azioni secondo le ragioni del cuore.Egli è un personaggio quasi "minimale",un uomo comune al cospetto di un orrore storico di cui si fa "eroe",perchè il suo è un atto eroico,quasi un ultimo "Kaddish" prima di congedarsi dal mondo.

Egli sa gia' di essere morto,eppure sin quando esiste la vita,puo' esistere un gesto che illumina un orrore come quello dell'Olocausto.La bellezza del "Figlio di Saul" abita proprio in quei "giardini di memoria" dei reduci della Shoah,dei loro destini e sensi di colpa per una sopravvivenza quasi regalata da una mano divina.Tutto cio' è percettibile nel fim,circondato da un aura disperata, diretto con mano sicura e dotato di uno stile scarno.Le vicissitudini di Saul sono quelle di un uomo che mantiene integre dignita' ed umanita' all'interno di un non luogo.Lo spirito del film vive nel corpo del protagonista,registra le sue azioni secondo chiavi di lettura di un sottomondo dimenticato,riuscendo pero' a trovare l'empatia con lo spettatore e portandolo cosi' a profonde riflessioni.Film amaro e doloroso dunque,che mantiene  una purezza cristallina nel racconto,la Shoah di Nemez non appare come un qualcosa di ricattatorio,ma segue le ragioni del cuore all'interno di un tragico oceano dove i morti viventi riescono a "salvarsi"......

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