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Fino a qui tutto bene

Regia di Roan Johnson vedi scheda film

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La recensione su Fino a qui tutto bene

di supadany
5 stelle

Dopo l’exploit di I primi della lista - non tanto legato ai numeri quanto agli attestati di stima e alla sorpresa - è difficile voler male a Roan Johnson. Palesemente, anche in Fino a qui tutto bene il suo sguardo rimane immacolato, estraneo alla necessità di dover apparire ad ogni costo forzando la mano, semplicemente circoscritto da una formulazione senza grandi orizzonti.

L’esperienza universitaria condivisa da Vincenzo (Alessio Vassallo), Ilaria (Silvia D’amico), Cioni (Paolo Cioni), Andrea (Guglielmo Favilla) e Francesca (Melissa Bartolini) sta volgendo al termine. Presto, delle notti di studio, ma anche di quelle trascorse in feste scatenate, dei piccoli problemi di ogni giorno, così come dei momenti di felicità, rimarrà solo il ricordo.

Sta arrivando il giorno dell’assunzione della responsabilità, con decisioni da prendere e non più rinviabili, tra occasioni di lavoro, i crocevia dell’amore e qualche sorpresa fuori programma.

 

Silvia D'Amico, Paolo Cioni, Guglielmo Favilla, Alessio Vassallo, Melissa Anna Bartolini

Fino a qui tutto bene (2014): Silvia D'Amico, Paolo Cioni, Guglielmo Favilla, Alessio Vassallo, Melissa Anna Bartolini

 

Allegra brigata, vita beata e poco cambia se non è (stato) tutto rosa e fiori, perché la fuori sarà peggio o, come minimo, tutto più complicato. Fino a qui tutto bene è un titolo azzeccato, emblematico per testimoniare il passaggio dalla fine degli studi alla vita adulta, senza possibilità di fuga.

È tempo degli ultimi fuochi ma cominciano a manifestarsi le increspature di quanto si sta materializzando. In questo breve lasso temporale, Roan Johnson mette in evidenza temi importanti, affrontandoli con sincerità: amore e opportunità di lavoro, spesso difficili da conciliare, e maternità (un’anticipazione del successivo Piuma dello stesso regista) piombano sulla vita di cinque ragazzi, preferendo la leggerezza della commedia, aprendo comunque alcuni squarci più seri senza scatenare (ancora) drammi irreversibili dato che, (solo) il futuro ne determinerà l’entità.

Consapevolezza, un po’ amara, malinconia, con tutta una serie di azioni quotidiane fatte per l’ultima volta, si alternano in una composizione esile ma coerente, senza invadere troppo alcun campo specifico, quando c’erano tutte le occasioni per affondare la lama su uno dei vari punti, che invece tendono a rimanere per lo più abbozzati.

Si tratta comunque di scelte che trovano un senso nello smarrimento del momento e l’approdo, dal forte significato simbolico, con il mare aperto e una barca alla deriva, ha una fragranza matura.

Si può altrettanto dire che sia tutto terribilmente confinato, e la durata ferma a soli 72 minuti fa arrivare i titoli di coda come un fulmine a ciel sereno, ma è tutto riconducibile alla sua genesi: realizzato in sole quattro settimane, Fino a qui tutto bene fa della condivisione e del gruppo la sua forza, così sullo schermo come nella realizzazione stessa, eseguita seguendo la formula della partecipazione, che non prevede un compenso anticipato ma il ricevimento di una parte degli incassi maturati in sala.

La brezza è aromatica e leggera, al punto che l’inconsistenza rischia di essere un sapore non preventivato e poco piacevole.

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