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L'isola nel sole

Regia di Robert Rossen vedi scheda film

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La recensione su L'isola nel sole

di degoffro
8 stelle

A Santa Marta, isola fittizia delle Antille britanniche, con le tipiche caratteristiche dei paesaggi caraibici, vale a dire, massicce montagne, spiagge bianco oro, palme e sole tropicale, si intrecciano intrighi politico elettorali, delitti e storie d'amore interrazziali. Il governatore inglese Templeton, felice per il ritorno a casa del figlio, ha a che fare con due candidati dalle idee opposte. Da un lato il conservatore Maxwell Fleury, il solito magnifico James Mason, ancora una volta perfetto nei panni del villain di turno, spietato, razzista, calcolatore, arrogante, ambizioso, snob, assassino, approfittatore ed egoista. Sposato, sospetta che la moglie lo tradisca, annoiata e delusa dal matrimonio con lui: "Invidi le ragazze che non sono sposate: ti pesa questo matrimonio. Ci sono donne a cui viene a noia il talamo!!", le rinfaccia in una delle sue profonde e frequenti crisi di identità. Ha un rapporto conflittuale con il padre, grosso latifondista del posto, al quale deve tutta la sua fortuna nonché la sua posizione privilegiata: "sarebbe stato meglio se fossi stato nero" urla dopo l'ennesimo litigio familiare. Quando poi scopre che la nonna era giamaicana, e quindi che anche lui è un mezzosangue, il suo mondo di deboli certezze crolla: "credi di appartenere ad un determinato mondo e improvvisamente.." Dall'altro lato David Boyeur (un efficace e convincente Harry Belafonte) indigeno, consapevole dei problemi dell'isola ("Il problema dell'isola? Il colore"), realmente attento alle esigenze di maggiore libertà della sua popolazione, da secoli costretta a lavorare duramente e incessantemente nei campi da feudatari bianchi che acquistano i neri ai mercati per poi considerarli nient'altro che "ombre da temere o ignorare". Per l'invidioso e rabbioso Fleury, David "è molto giovane, senza esperienza, vuole arrivare in alto, ma non sa nemmeno lui dove arrivare". Due mondi diversi che non possono vivere separati l'uno dall'altro si scontrano sull'isola dove il razzismo è ancora molto diffuso e dove i giudizi della gente e le apparenze sono tutto, specie per chi vuole fare carriera politica. Robert Rossen, da un romanzo di Alec Waugh, adattato da Alfred Hayes, sotto la supervisione del boss della Fox Darryl F. Zanuck, realizza un melodramma fiammeggiante e passionale, coinvolgente e appassionante, anche audace negli, a volte, sorprendenti sviluppi, servito da un cast da urlo (oltre a Mason e Belafonte, anche Jean Simmons, forse un po’ troppo sacrificata e Joan Collins, bellissima e sensuale). Tutta la seconda parte, successiva all'omicidio, incentrata sul continuo confronto dialettico tra Fleury e il saggio ed intelligente commissario dell'isola che ha capito tutto fin da subito ed impostata sulla falsariga di "Delitto e castigo" di Dostojewsky è splendida e avvincente, ma funziona anche la descrizione della vita dell'isola con i contadini alle prese con la coltivazione dei campi e i pescatori "cantanti" impegnati nei loro raccolti. Forse troppi e non sempre necessari i colpi di scena (vedi la sconvolgente rivelazione della madre alla sorella di Fleury, sulla reale identità del padre) ma il film riesce a descrivere con notevole efficacia e coinvolgimento la difficoltà e la paura di fare delle scelte controcorrente, il disagio di vivere all'ombra di genitori troppo importanti o ingombranti, solo all'apparenza perfetti e sicuri di sé, l'incapacità di vivere liberamente alla luce del sole, al di là dei pregiudizi o dei sospetti della gente, il dolore e l'imbarazzo nel constatare di non riuscire più a riconoscersi allo specchio, provando orrore quando ci si specchia, la triste consapevolezza che "gli sbagli non sono un esclusivo privilegio dei giovani" e la certezza che "la morte non possiamo scegliercela: se no moriremmo tutti bene!".
Voto: 7

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