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La La Land

Regia di Damien Chazelle vedi scheda film

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La recensione su La La Land

di lussemburgo
9 stelle

In fondo il musical è uno stato d’animo, uno state of mind in cui il film e lo spettatore devono trovarsi in sintonia. E c’è qualcosa nell’effervescente inizio di La La Land che lascia perplessi, un’euforia quasi didascalica che diventa balletto e canzone in contesti realistici per accompagnare le fasi di una commedia romantica degli equivoci in cui due giovani artisti alle prime armi continuano a non incontrarsi veramente. Ed è forse nel contrasto tra l’elemento urbano e quello sentimentale, tra il naturalismo apparente e la magia dell’intesa che sembra di avvertire una stonatura in questo voluto revival del film cantato, in cui le scenografie sono vere e finte, i costumi colorati e i balli vivaci e il tempo sembra sostare tra il canone degli Anni 50 e un presente immaginato con quello stesso filtro pastello.

Rispetto i classici musical, in cui si metteva in scena la creazione di uno spettacolo, La La Land racconta piuttosto la messa in scena di due vite, la ricerca della ribalta di due artisti, lui jazzista, lei attrice, nella città degli angeli, o dei demoni dell’ambizione e dell’amore che li lega, per affinità e per contrasto, che li accompagna e divide, li appaga e frustra. Perché, a poco a poco, al musical succede il melò, mentre la musica rimane la stessa mentre il sentimento cambia con la percezione dello spettatore, la gioia si fa rimpianto ma non mestizia e l’euforia diventa consapevolezza. E se all’inizio si può rimanere indifferenti alle note e ai movimenti, quei corpi poi volteggiano diversamente, e il duetto si placa in un “pas de deux” dove il n’y a plus de deux, a Minnelli succedono Demy e Almodovar, e la chiara coreografia dei sentimenti si fa languida commozione.

La regia, che sembrava giocare con gli stereotipi del citazionismo e dell’omaggio, prende il sopravvento e guida le emozioni nel rimpiattino dei destini, l’apparente gratuità dei gesti si aggrava nel mutato contesto del rapporto tra i personaggi in un film che è un ritratto combinato e astratto di una coppia, alternando punti di vista e approcci, simbiotici o parassitari col cangiare degli eventi. E col loro variare cambia anche l’amore in affetto, la scoperta diventa lontananza e irritazione, la tensione evolve in distrazione mentre il film, idealmente e fisicamente, da Los Angeles si sposta a Parigi, un’ossessione spesso confinata ai lati dell’inquadratura che passa in primo piano. La ricerca dello spettacolo si rivela approccio ai personaggi, straniante e coinvolgente per l’uso e l’apparente abuso di musica e di ballo che mettono, invece, a nudo le emozioni e le portano a quella ribalta della fantasia che trascende la verità in suggestione. Sullo sfondo della memoria delle signorine di Rochefort e degli ombrelli di Cherbourg, un americano pensa a Parigi e fa volteggiare i suoi personaggi in uno spettacolo di varietà in cui i sogni si fanno a volte gloria e spesso lacrime, col rimpianto impossibile di un cinema e di un destino che sono andati diversamente e altrove.

Stone e Gosling ballano e cantano con empatia e leggerezza; se gli occhi di lei si allargano a vedere sil mondo con stupore, lui lo guarda sottecchi, con scetticismo e spesso di profilo, in un tempo più leggero dell’oggi ma non perso nell’ieri, tra elementi retrò e atteggiamenti malinconici in quella contemporaneità sospesa in cui i desideri non sono ancora realtà e il sogno informa la vita. L’onirismo del genere cinematografico di riferimento permane e permette fughe in avanti o indietro, surplace amorosi o divagazioni divertite, approfondimenti o ellissi e autorizza il film a forti licenze narrative che diventano, così, scelta stilistica e impronta registica. La modernità nostalgica di La La Land è nel suo essere “post”, nel venire dopo e nel poter guardare al passato con la libertà di scelta di un alfabeto e di un armamentario stilistico assodato e noto a cui poter attingere senza vincoli ma con la forza di un retaggio che nell’uso si stratifica in senso, in cui il citazionismo è, oltre che omaggio, linguaggio, lignaggio di un cinema passato e non perduto, che sopravvive in chi ne utilizza la fertile eredità per accrescere il proprio vocabolario.

La commedia musicale, così, si fa espressionismo del racconto, la teatralità pervade e potenzia il cinema per far emergere più chiaramente e visibilmente il corredo delle emozioni. L’astrazione più forte non è, allora, nell’uso intensivo degli schemi del musical, bensì nell’isolare una coppia e il suo sentimento, nel guardarli con una lente d’ingrandimento che ne magnifica gesti ed affetti a discapito del resto, che diventa allora scenografia e costumi, ricostruzione e fantasia: il musical è uno stato dell’anima che si trasforma in spettacolo.

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