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Going Clear: Scientology e la prigione della fede

Regia di Alex Gibney vedi scheda film

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La recensione su Going Clear: Scientology e la prigione della fede

di barabbovich
5 stelle

Negli anni '50 del secolo scorso L. Ron Hubbard, un ex militare americano, un imbonitore con una massiccia predisposizione alla fandonia, scrisse un libro, Dianetics, nel quale enunciava i principi etici di quella che di lì a poco sarebbe diventata una vera e propria religione organizzata, o una setta, se si preferisce: la Chiesa di Scientology. Il ciarlatano prometteva il completo sviluppo psicoemotivo dell'uomo, il raggiungimento dello stato di "clear" (una sorta di veggenza che permette di mettere al proprio posto ciascun elemento della vita passata, senza pendenze psichiche ulteriori) a due condizioni da nulla: il versamento di somme ingentissime nelle casse della Chiesa - cioè nelle sue - e l'auditing. Quest'ultimo altro non è che una estorsione delle confidenze più intime degli adepti mascherata da "svuotamento interiore" (non sfuggiranno le somiglianze con la pratica della confessione nel cristianesimo…). Peccato che quelle stesse confessioni vengano poi usate per ricattare gli eventuali "disconnessi" o per tormentare le cosiddette "persone soppressive" coloro, cioè, che - essendo in contatto con qualche adepto di Scientology - mettono in aperta discussione i principi della Chiesa. A questa amenità pensate per foraggiare prima le tasche del fondatore e in seguito quelle del monarca che gli succedette, David Miscavige, si aggiunsero successivamente le violenze, le persecuzioni, la coartazione e le torture con la chiusura in quella specie di lager che è il "buco" nei confronti delle persone che intendevano lasciare la Chiesa.
Il documentario di Alex Gibney - al cui invito non hanno risposto né John Travolta né Tom Cruise, i due più noti esponenti di Scientology - è encomiabile per la scelta del soggetto e assai coraggioso ma ben al di sotto di altri prodotti dello stresso regista (Enron, Taxi to the dark side, Freakonomics, Mea Maxima Culpa) sul piano realizzativo: prolisso, quasi interamente affidato alle interviste dei fuoriusciti dalla Chiesa (tra questi, Paul Haggis), monocorde nel ritmo, il film sulle prigioni della fede richiede un considerevole sforzo di concentrazione per sottrarsi allo sbadiglio continuo, sebbene i sussulti, in quell'orgia di simboli neonazisti e in quella kermesse ipertrash che sono i raduni guidati da Miscavige, siano inevitabili.

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