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Take Me to the River

Regia di Matt Sobel vedi scheda film

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La recensione su Take Me to the River

di mck
8 stelle

Funny Games

 

"Take Me to the River", opera prima di Matt Sobel da lui scritta, diretta e prodotta dopo un paio di corti veleggianti tra la SF soft e la New Age hard ("X to Y" e "Oyster"), è un racconto di (de)formazione, un (low)coming of age, un (de)bildungsroman


– la cui storia si svolge durante la visita che la bella famiglia in villeggiante trasferta di temporaneo reimpatrio dalla California al Nebraska composta da madre [Robin Weigert, indimenticabile, magnifica, commovente Calamity Jane in “DeadWood”, oltre che sorella di Juliet in - ma questo vale solo per noi poveri (s)cojon(at)i reduci da - “Lost”], padre (Richard Schiff: "the West Wing", "the Affair", "American Fable", "Dirk Gently's HDA": giusto controcanto e complemento alla figura ambivalente - debole/forte - della consorte) e figlio [Logan Miller ("Night Moves"), molto bravo nella sua muliebre - tra l'autistico e il vulnerabile - prova] fa ai parenti di lei, tra i quali suo fratello (Josh Hamilton: "the House of Yes", "Louie", "13 Reasons Why": una faccia per bene in un ruolo nettamente ambiguo) e le di lui moglie (Azura Skye) e figlie maggiori (Ursula Parker e Ashley Gerasimovich, entrambe Jane in, anche loro, "Louie" di Louis C.K., nel ruolo della figlia minore del quasi di sé omonimo protagonist'autore, la 1a per tutta la serie di 5 stag., la 2a solo nella 1a annata, ed ambedue autrici d'interpretazioni eccezionali) – 

alla fine del quale

– dopo che i dialoghi californiani [i genitori parlano apertamente col figlio adolescente del suo essere omosessuale - e lui ne indossa a manifesto la "divisa ufficiale": espradillas, shorts di poliestere fluorescenti, maglietta a “V” e occhiali da sole pastello acido -, ma il non coming out (azione volontaria ed attiva), abortitogli prima dalla madre e poi dalle circostanze del precipitar degli eventi, si trasformerà in un non outing (azione involontariamente subita): dalla non affermazione di sé, impossibilitatagl'in partenza, si passerà alla non più pressante necessità di portare in propria difesa dinanzi al tribunale famigliare le "prove indiziarie" che lo scagionano: vale a dire, insomma, il proprio essere gay, per l'appunto] saranno definitivamente collassati precipitando e condensandosi nel piatto e stagnante silenzio - la sua amena e bucolica bellezza feroce, terrificante, famelica - nebraskiano (non sarà un film sull'omosessualità tanto quanto non lo sarà sul passaggio dall'infanzia alla pubertà all'età adulta, sull'addio alla fanciullezza, sulla genitorialità, sulla famiglia, sulla sessualità, sulla violenza, sullo sprofondo conservatore e reazionario: lo sarà invece su tutto questo assieme) –

il giovane protagonista scoprirà, della macchina, d'esserne non il motore, ma solo un ingranaggio.

 

 

La percussiva pressione a-morale costantemente presente e la massiva tensione disturbante perennemente in atto e in campo fanno di “Take Me to the River” un tenero, doloroso, rigoglioso, respingente/ammaliante, perturbante incub'orrorifico: è come se le allegorie metaforiche messe in scena da Sion Sono in “Kimyo-na Sakasu / Strange Circus” e da Lucile Hadzihalilovic in “Innocence” (traendolo dal “Mine-Haha” di Frank Wedekind) fossero state innestate nella a-normalità quotidiana di “Lolita” (inside/inseed noir) di Kubrick/Nabokov, “Pretty Baby” di L.Malle e “Misterious Skin” di G.Araki (arty), “Happiness” e “Life During WarTime” di T.Solondz e “Jagten” di T.Vinterberg (dramma), e “True Detective - 1” di N.Pizzolatto (thriller poliziesco).
Un film gemello, per assonanza pratica, diretta, a “Take Me to the River”, potrebbe essere lo splendido e coevo “A Girl at My Door” di July Jung. Collateralmente, invece, rispetto all'elaborazione/gestione di una (non) responsabilità: “George Washingtondi David Gordon Green, Paranoid Park” di Gus Van Sant e ”Violet” di Bas Devos.   

 

 

Lo spettatore sprofonda nelle voragini narrative che il montaggio traduce dalla sceneggiatura e gli attori incarnano alla perfezione

– un colabrodo, un gruviera, un setaccio a maglie larghe di ambiguità e reticenze: il disgustato pianto trattenuto, tra un attacco di vomito, d'ira e di panico, della zia/madre a pranzo, non si capisce se scatenato dal nipote (sete di vendetta e fame di giustizia) o dal marito (colpa, rimorso) // il padre/zio che, per paura che la figlia secondogenita possa aver involontariamente rivelato la di lui colpa al nipote, mette in atto una propria versione (il gioco all'inizio è a informazione incompleta/imperfetta) del Dilemma del Prigioniero (la minaccia di un salomonico “Muoia Sansone con tutti i filistei!” in precario/perfetto equilibrio collaborativo) per autotutelarsi // la fantasmatica figura della capofamiglia (Elizabeth Franz), quasi sempre ripresa in campo lungo o di spalle e con dialoghi e battute fuori campo e difficilmente captabili: una presenza che se fosse stata più attiva probabilmente avrebbe anticipato troppo il finale –

e da questo PdV il film è tanto furbo e ricattatorio quanto complesso, tanto disagevole quanto ammaliante, ma mai assolutorio, a prescindere dal fatto che le colpe siano tanto fantasmatiche quanto vere, reali, concrete.   

 

 

Fotografia limpida, umbratile e rilucente di Thomas Scott Stanton, montaggio di Jacob Secher Schulsinger ["Nymph(')maniac", "Turist/Force Majeure", "Þrestir/Sparrows/Passeri", "la Región Salvaje", "the Square", "the House that Jack Built"], musiche di nessuno (a parte frusciar di chiome, cinguettii d'augelli, ruscellar d'acque, e la si sente, la si prova, la si percepisce, quest'assenza, come parte integrante e fondativa e preziosa della messa in scena) e di Queen/David Bowie (nomen omen: "Under Pressur"): il film inizia con degli auricolari inudibili e finisce con delle casse altoparlanti: la diegesi impera, e pretende condivisione.

Postilla.
Le belle famiglie (self-cameracar / auto-dashcam).    

"Dexter"

"Ostatnia Rodzina / the Last Family"

"Take Me to the River"

 

* * * * (¼) 

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