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L'occhio che uccide

Regia di Michael Powell vedi scheda film

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La recensione su L'occhio che uccide

di Peppe Comune
9 stelle

Mark Lewis (Carl Boehm) ha vissuto un’infanzia tutt’altro che felice. Figlio di un noto biologo concentrato soprattutto sull'omonimo studio del sistema nervoso, divenne la cavia inconsapevole del padre che gli incuteva volutamente paura per poterne analizzare gli effetti. Cresciuto (“senza essere mai stato un istante solo con me stesso”) con le immagini di questi strani esperimenti che il padre riprendeva giorno e notte con la sua telecamera, Mark si trasforma in un disadattato sociale schiavizzato da una forma ossessiva di voyeurismo. Cammina sempre in compagnia di un videocamera su cui ha installato un congegno mortifero. È alla ricerca dell’immagine perfetta, quella che riesce a catturare la paura quando è prossima alla morte. L’incontro con Helen (Anna Massey) gli apre uno spiraglio di luce facendo entrare in corto circuito il desiderio irrefrenabile di filmare la faccia della morte col tentativo di venire a capo della sua problematica condizione esistenziale. È soprattutto la mamma non vedente di Helen, la signora Stephens (Maxine Audley), a scorgere sin da subito l’orrore che alberga dentro l’animo corrotto del ragazzo.

 

Michael Powell

L'occhio che uccide (1960): Michael Powell

 

“L’occhio che uccide “ di Michael Powell (qui senza il suo celebre sodale, Emeric Pressburger) è un film sull’ossessione del guardare e sull’ossessionante presenza delle immagini filmate. L’autore inglese investe molto sul contrasto tra i colori sgargianti che caratterizzano la messinscena (aspetto tipico del suo modo di fare cinema) ed il nero esibito che alberga dentro l’anima della storia, un espediente stilistico che non ha solo una mera funzione formale, ma anche una precisa finalità contenutistica, perché tende a generare un rapporto speculare tra il mondo popolato da figure multiformi, ognuna a suo modo ammaliata dal fascino conturbante esercitato dalle immagini, con ciò che l’obiettivo della macchina da presa intende effettivamente penetrare fino al limite consentito. Detto altrimenti, “L’occhio che uccide” è un’opera mirabile sulla corruttibilità della psiche umana che tende a far combaciare i desideri di una mente deviata con la ricerca dell’immagine perfetta. Per tal fine, Michael Powell pone lungo uno stesso binario chi guarda e chi è guardato, l’occhio creatore delle immagini da produrre e chi ne deve rappresentare l’esito essendo l’oggetto delle immagini prodotte. Un legame che nasce dal fascino atavico esercitato sull’uomo dalla paura (“Ho paura, e sono contento di aver paura”, dice Mark di se stesso) e dal desiderio esplicito di renderla manifesta nella maniera più spaventosa possibile : quella di costringere una persona a guardare in faccia la propria morte. “Tutto quello che riprendo per me è perduto” , dice dolente Mark, consapevole che nessun argine può porre un freno a quella forma degenerativa di voyeurismo di cui si sente irrimediabilmente prigioniero, che in lui la sensazione di terrore provoca la voglia di crearne di nuovo e che la paura che ne consegue genera un’irrefrenabile impulso ad uccidere. La sua angoscia sta nel non provare affatto piacere nel provocare tutto questo, ma di non poterne fare a meno. Lo scopo a cui Mark sa di non poter sfuggire sta tutto nel dover portare la sensazione di paura stampato sul volto di una donna ad un punto di non ritorno : quando la prossimità della morte gli regala l’unica espressione reale che vale veramente la pena di immortalare. L’istinto omicida che porta Mark Lewis a terrorizzare di paura il volto delle sue vittime è funzionale alla necessità di dover riprendere il momento esatto in cui sono costrette a guardare in faccia le fattezze della loro morte . Una cosa non può stare senza l’altra, il morbo contratto da Mark non ha ragione di esistere senza la morbosa attitudine di lasciarsi avvolgere dalle immagini prodotte. Il guardare e il lasciarsi guardare tendono a coincidere, non c’è alcun filtro che si frappone tra quello che è stato filmato dalla macchina da presa e quello che il ragazzo desidera realmente trasmettere per se e le sue occasionali attrici. Tutto l’inizio del film già rende chiaro questo aspetto. Dapprima, vediamo una sequenza girata in soggettiva attraverso l’obiettivo della macchina da presa. Poi, la stessa sequenza la vediamo riprodotta su schermo nella piccola saletta attrezzata che Mark ha allestito nel suo appartamento. L’obiettivo della macchina da presa non rappresenta altro che il prolungamento fisico dell’occhio di Mark Lewis, lo strumento attraverso cui si illude di esorcizzare la potenza di immagini che hanno imprigionato per sempre le sue paure, con la riproduzione di altre che intendono far aderire la paura al momento esatto in cui raggiunge il grado di massima sopportazione. 

Sin da subito ci è dunque chiaro che  l’atmosfera noir che sorregge la storia è solo un pretesto per fare de “L’occhio che uccide” un’ esercizio metacinemtogragico attraverso cui riflettere sul senso del guardare e sul carattere illusorio e transitorio insieme delle immagini. La storia in se è anche semplice nel suo evolversi narrativo, con il più “classico” disegno delle carenze affettive maturate durante l’infanzia che esplodono in maniera fragorosa in età adulta. È l’architettura d’insieme ad elevare pregevolmente il film, la carica enigmatica trasmessa da Mark Lewis, un "serial killer" che incufe tenerezza, il suo rapporto distorto con il mondo circostante, il suo voler vivere nascosto, al riparo da occhi indiscreti. Insomma, il fatto che l’equilibrio tra la condizione esistenziale del ragazzo con i diversi personaggi e situazioni solo apparentemente di contorno ne giustificano abbondantemente la portata speculativa. In primo luogo, mostrandoci la leggerezza del set cinematografico dove Mark lavora come “semplice” ed anonimo cineoperatore. Si gira un film con un’attricetta svampita e un regista che fa girare fino allo sfinimento sempre la stessa scena. La ricerca della miglior immagine possibile si sposa con l’esibizione dei trucchi tipici che sottintendono la creazione di un film. In secondo luogo, ricordandoci l’esistenza di un sottobosco sessuale che si nutre di pratiche perverse, incentivi alla prostituzione e voyeurismo spinto. Nella sua attività di fotografo Mark ritrae belle ragazze in pose osè, un’attività clandestina che rende molti soldi al laido gestore di un edicola.Le immagini possono bastare da sole ad appagare desideri insoddisfatti. Infine, legando al doppio filo le sorti esistenziali di Mark e la condizione di non vedente della signora Stephens, in quello che, a mio avviso, rappresenta l’aspetto cardine del film. Le ossessioni psichiche di Mark trovano un perfetto contraltare nella sopraggiunta cecità della madre di Helen. L’uno è schiavo a tal punto della vista da rimanere imprigionato nella riproduzione continuata di immagini filmate, l’altra si è emancipata dal carattere illusorio della vista imparando a dominare tutti gli altri istinti (“L’istinto è una cosa meravigliosa, peccato non si possa fotografare”, dice ambiguamente la signora). Mark intende catturare la faccia della morte per imprigionare il senso ultimo del mondo in una sola inquadratura, alla signora Stephens non occorre vedere alcunchè per interpretare come si deve i rumori di fondo che popolano il mondo. La donna sa percepire il senso profondo della paura senza l’ausilio degli occhi. Mark usa gli occhi per cercare di riprendere la paura nel momento del suo totale annullamento. Tra i due, chi sa vedere molto meglio il mondo che lo circonda, penetrarlo nel profondo, è certamente la signora Stephens. Mark è accecato dall’ossessione morbosa di ricercare l’immagine perfetta.

Un grande film che non smetterà mai di essere attuale.    

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