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Spider-Man: Across the Spider-Verse

Regia di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson vedi scheda film

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La recensione su Spider-Man: Across the Spider-Verse

di CineNihilist
9 stelle

spider-man across the spider-verse copertina

Spider-Man Into e Across the Spider-Verse: come l’uomo ragno ha rivoluzionato il cinema d’animazione

 

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Questo è il famoso mantra che guida costantemente le azioni di Spider-man, il più popolare supereroe della Marvel nato dalla penna di Stan Lee e dalla matita di Steve Ditko nel lontano 1962. All’epoca, la rivoluzione dell’Uomo Ragno nel mondo dei comics americani fu quella di mettere dietro la maschera del supereroe un ragazzo secchione che, una volta ottenuti i poteri grazie al morso di un ragno radioattivo, doveva saper conciliare la sua normale vita da adolescente con quella più pericolosa e da eroe sotto i panni di Spider-Man, dando avvio così a una nuova tipologia di “supereroi con superproblemi”. Peter Parker diventò, infatti, l’emblema di questa nuova corrente supereroistica, non riuscendo quasi mai ad accordare i ritmi della propria vita privata con l’attività supereroistica. La vita del Tessiragnatele fu quindi costantemente immersa nei ritardi agli appuntamenti con i suoi amici, con zia May e con i suoi interessi amorosi, senza contare il bullismo di Flash Thompson a scuola da affrontare, fino alla frenetica vita da freelance in cui Peter dovette pure improvvisarsi fotografo di Spider-man al Daily Bugle per aiutare sua zia a pagare le bollette. La forte connessione con gli adolescenti e post-adolescenti appassionati di fumetti fu quindi automatica, dato che tutte le loro paure e inadeguatezze poterono finalmente essere esorcizzate e traslate in un supereroe più vicino alla sensibilità e quotidianità dei suoi lettori più giovani, quest’ultimi immersi finalmente in un mondo sia fantastico che reale. La componente soap operistica del personaggio combinata alla sua natura da ironico burlone nell’affrontare i suoi numerosi villain efferati, dunque, contribuì enormemente alla sua notorietà all’interno dei fumetti Marvel, fino a raggiungere livelli di popolarità paragonabili solo a quelli di Batman Superman, i due più iconici supereroi della DC, quest’ultima la casa editrice di fumetti supereroistici rivale numero uno della Marvel.

 

 
 

Nonostante l’aura allegra, comica e ironica del supereroe per via della sua natura adolescenziale, non mancò a definire indelebilmente l’identità dell’Uomo Ragno un evento drammatico fondamentale per la sua crescita come supereroe: la morte di suo zio Ben Parker, ucciso da un criminale che precedentemente Peter aveva volontariamente fatto fuggire. Da quel tragico lutto, il protagonista imparò che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, forgiando così il suo codice morale da vigilante mascherato. L’aura drammatica del personaggio non fu, però, solo circoscritta alla morte della sua unica figura paterna, ma colpì inevitabilmente tutti i suoi cari. Difatti, i suoi amici e i suoi interessi amorosi si ritrovarono costantemente in pericolo per via delle azioni criminose degli avversari di Spider-Man, i quali coinvolsero sempre tutta la città di New York. Nel peggiore dei casi, venne scoperta anche l’identità segreta dell’Uomo Ragno, come successe nello storico e violento scontro con la sua nemesi Green Goblin, episodio nel quale a morire fu infatti la prima fidanzata storica di Peter: Gwen Stacy. L’amichevole Spider-man di quartiere dovette quindi sempre celare la sua identità segreta per proteggere la sua vita privata, mantenendo sempre un equilibrio precario tra l’attività da vigilante e la vita quotidiana da studente e fotoreporter, che influenzò fortemente il suo sofferto esistenzialismo come supereroe, con non pochi sacrifici da compiere per il benessere collettivo del popolo di New York, protetta costantemente dai soprusi dei numerosi supervillain messi dietro le sbarre dall’Arrampicamuri.

 

La natura sofferente e drammatica del supereroe contrapposta al suo lato più lucente, comico e spensierato venne così tenuta in considerazione – con alti e bassi – da tutte le trasposizioni cinematografiche finora prodotte dalla Sony.

 

 

L’acquisizione dei diritti di sfruttamento cinematografico del personaggio da parte della multinazionale giapponese consentì al mito di Spider-Man di espandersi ulteriormente presso il grande pubblico, soprattutto grazie all’ingaggio del regista Sam Raimi, famoso per la trilogia horror-splatter de La Casa (1981-1992) e un grande amante dell’Uomo Ragno. Il cineasta del Michigan, dirigendo l’ormai iconica trilogia di Spider-Man (2002-2007), mise in scena la prima degna trasposizione dell’Arrampicamuri al cinema, in cui la sua visione fortemente autoriale sul personaggio si integrò egregiamente con le innovazioni tecniche e digitali dell’epoca, come l’invenzione della spidercam, una macchina da presa che permise dei movimenti di macchina prima impossibili tra i grattacieli [1]. L’ottimo connubio tra riprese analogiche e digitali, tipico del pionierismo degli anni Duemila, permise così al supereroe più famoso della Marvel di essere trasposto in modo credibile al cinema, senza risultare ridicolo data la natura dei suoi particolari movimenti e del suo costume. Grazie alla forza registica di Raimi, infatti, la prima trilogia di Spider-Man riuscì a esprimere tutto il suo potenziale immaginifico, drammaturgico e soprattutto adulto, tant’è che la componente più adolescenziale del Tessiragnatele fu relegata solo al primo atto del primo film, consentendo al supereroe di essere apprezzato e acclamato anche da un pubblico più adulto segnato dai tragici eventi dell’11 settembre. La trasposizione dell’eroismo maturo, sofferente e solare dell’Uomo Ragno raimiano fu quindi la ricetta e il compromesso vincente che rese un cult l’intera trilogia agli occhi del pubblico generalista.

 

 
 

Difatti, l’eliminazione della componente più infantile, grottesca e fumettistica del supereroe da parte di Raimi, riuscì comunque a preservare l’intima essenza supereroistica che rende tutt’oggi unico il supereroe agli occhi degli spettatori e dei fan. Vedere al cinema Spider-Man interagire col microcosmo “nativo” di New York fu così un sogno ad occhi aperti che solo Sam Raimi riuscì a concretizzare per la prima volta, destreggiandosi abilmente in una sospensione dell’incredulità tra fantasia e realismo. È dunque la “settima arte” a uscirne vincitrice rispetto al fumetto, perché, nonostante la travagliata produzione di Spider-Man 3 (2007) causata dalla scellerata ingerenza dei produttori nel voler inserire a tutti costi tre villain nel terzo capitolo, il regista riuscì a chiudere bene o male il cerchio narrativo e drammaturgico della sua trilogia, rivoluzionando il genere dei cinecomics supereroistici dopo Richard Donner e Tim Burton, conferendo quindi al cinefumetto la sua accezione moderna insieme al film corale degli X-Men (2000) di Bryan Singer.

 

Dopo aver settato i canoni drammaturgici dei cinecomics contemporanei, il mito cinematografico di Spider-Man venne abbandonato da Raimi a causa dei litigi con la produzione Sony, che nel 2012 decise così di affidare al mestierante Marc Webb il reboot dell’iconografia del Tessiragnatele al cinema, con la nota duologia di The Amazing Spider-man (2012/2014). Purtroppo, a differenza della maestria pionieristica di Raimi, l’estro “artistico” di Webb si limitò a imitare goffamente l’estetica e la drammaturgia della trilogia precedente, cercando fallacemente con la computer grafica di replicare la vertiginosità artigianale della spidercam raimiana e di rincorrere anche i toni cupi de Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, film del 2008 molto influente sul filone supereroistico.

 

 
 

Il risultato del reboot della Sony, quindi, fu un disastro innanzitutto a livello artistico, con una scrittura del personaggio di Spider-Man sì più fedele ai fumetti – nel conservarne maggiormente la dimensione adolescenziale, nel mantenere il lanciaragnatele e nell’introdurre la fidanzata storica Gwen Stacy – ma che finì con il diventare alquanto amorale nel primo capitolo e pessima nella caratterizzazione degli orribili villain nel secondo. Oltre alla sciatta sceneggiatura e all’anonima messa in scena, si aggiunse al fallimento del progetto un deludente risultato al botteghino e delle aspre critiche al secondo film, cause che portarono al naufragio la folle volontà della Sony di creare un universo condiviso interamente dedicato all’Uomo Ragno, sulla falsariga del MCU.

 

“Se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico.” Secondo questo detto dell’antichità, la Sony decise, di conseguenza, di collaborare con i Marvel Studios per la gestione dei diritti cinematografici di Spider-Man, dando sì in usufrutto il supereroe al MCU con tutte le maestranze coinvolte, ma conservando tuttavia la produzione, la distribuzione e il 95% degli incassi dei film Marvel solisti su Spider-Man. Il primo capitolo del secondo reboot su Spidey, chiamato Homecoming (2017) per via del suo ritorno a “casa Marvel”, pur presentandosi come una trasposizione alternativa alle precedenti, soffrì anch’esso, come i due The Amazing Spider-Man, di una regia piatta se non addirittura televisiva, in linea con l’atmosfera teen scolastica alla Disney Channel che permea tutto l’anonimo cast di attori.

 

 
 

Inoltre, rincorrere la fedeltà anagrafica tout court del fumetto non aiutò a creare il giusto spessore drammaturgico a un supereroe che non si riduce solo ad essere macchietta comica data l’esperienza drammatica e pedagogica della morte dello zio Ben che, infatti, in linea con la catena di montaggio seriale del Marvel Cinematic Universe, venne totalmente omessa per dare spazio alla figura praticamente paterna di Tony Stark (Iron Man), trasformando dunque lo Spider-Man di Tom Holland in un Iron-Boy. La snaturazione “eretica” del personaggio – come togliere i suoi svolazzamenti tra i grattacieli di Manhattan – potè anche essere uno spunto interessante per sviluppare una nuova riflessione autoriale sull’Uomo Ragno, come fece la trilogia di Raimi. Purtroppo però, coerentemente al grande disegno Marvel di Kevin Feige, il film di Jon Watts finì con il diventare una banale riproposizione di uno Spider-Man più giovane e infantile, dalla morale contraddittoria e snaturato di qualsiasi serietà. Di fatto, il film fu indirizzato a un pubblico puramente adolescenziale e diventò così l’ennesimo tassello anonimo del MCU senza una vera personalità, la cui operazione si ripeté ugualmente nel viaggio in Europa di Spidey nel secondo capitolo, Far From Home (2019), fino a raggiungere l’assenza totale di creatività e cinematografia nell’operazione nostalgica di puro fanservice attuata in No Way Home (2021). L’ultimo capitolo della trilogia con Tom Holland riconfermò il conservatorismo intrinseco del MCU e, quindi, l’assenza di qualsivoglia costruzione di un nuovo discorso drammaturgico sul famoso Arrampicamuri; una forsennata ricerca dell’incasso sicuro per spremere una gallina dalle uova d’oro ormai assicurata dopo il rischio preso da Raimi nel lontano 2002.

 

 

Di fronte al più grande incasso – 1.9 miliardi di dollari – di sempre per un film su Spider-Man realizzato secondo la logica della “minima spesa massima resa” nell’accezione più negativa del termine, l’immaginario dell’Uomo Ragno al cinema sembrò davvero arrivare a un punto morto, creativamente parlando. Il tutto in perfetta simbiosi con la stragrande maggioranza dei cinecomics contemporanei, ormai unicamente relegati alla logica del panem et circenses del fanservice, quest’ultimo fagocitato ancor di più dalla tematica del multiverso.

 

L’arrivo dello Spider-Verse

Proprio dal multiverso, invece, arrivò inaspettatamente una seconda rivoluzione del genere cinecomic portata avanti dal Tessiragnatele, stavolta però proveniente dal mondo dell’animazione targato Sony Pictures AnimationSpider-Man: Into the Spider-Verse (2018). Il lungometraggio animato, sin dai trailer, potè far presagire l’ennesima trasposizione commerciale su un Uomo Ragno dall’anima trita e ritrita, con l’unico intento nello sfruttare il multiverso per bombardare lo spettatore con mille versioni alternative di Spider-Man, all’epoca anche rischiose per via della fedeltà assoluta del grande pubblico alla versione originale di Peter Parker. Fortunatamente, il film della Sony Pictures Animation si rivelò invece totalmente l’opposto, dato che il film fu, innanzitutto, un’avanguardia visiva rivoluzionaria per il cinema d’animazione che creò, dal 2018 in poi, un nuovo canone estetico e visivo seguito – in parte – dai lungometraggi animati successivi, tant’è che vinse sorprendentemente l’Oscar come miglior film d’animazione, “sconfiggendo” così il monopolio dell’Academy del marchio Disney-Pixar.

 

 
 
 

Oltre all’unicità dell’animazione del film, Spider-Man: Into the Spider-Verse fu una ventata d’aria fresca nel panorama dei cinecomics per via della propria trama sul multiverso, quest’ultimo fino ad allora mai davvero affrontato dalla Marvel al cinema, presentando finalmente un percorso dell’eroe alternativo ai suoi concorrenti, che ormai avevano esacerbato fino allo sfinimento la struttura archetipica presentata nell’Eroe dai Mille Volti (1949) di Joseph Campbell. Quello che venne presentato agli spettatori fu, quindi, un grande tributo alla simbologia e allo spirito di Spider-Man, ma anche uno sguardo completamente anarcoide alle illimitate potenzialità dell’animazione, che fece pensare a gran parte degli spettatori di stare guardando effettivamente al cinema un fumetto animarsi sul grande schermo [2]. L’estrema cura e peculiarità artistica del film fu il frutto, un’altra volta, di uno sguardo autoriale della regia, come successe precedentemente con la trilogia di Sam Raimi nella quale il regista reinterpretò il supereroe a propria immagine e somiglianza.

 

Dietro al progetto sperimentale della Sony Pictures Animation furono presenti infatti due talenti creativi che, però, non stettero dietro la macchina da presa, bensì uno alla sceneggiatura e l’altro alla produzione: Phil Lord e Christopher Miller. Il sodalizio artistico tra i due creativi dietro il franchise animato di Spider-Verse si creò quando, da studenti, entrambi si conobbero frequentando il Dartmouth College con già l’idea futura di voler lavorare nel settore dell’animazione. La loro prima opera come registi e sceneggiatori fu infatti Piovono Polpette (2009), storia di un giovane scienziato fallito che, immerso in una crisi esistenziale per via delle sue deludenti invenzioni, riesce con un ultimo colpo di genio a creare una macchina in grado di far piovere dal cielo cibi e pietanze di tutti i tipi.

 

 

I semi della poetica di Lord Miller nacquero così, con questa folle commedia fantascientifica al limite del grottesco nella quale i temi cardine del lungometraggio risultano principalmente il rifiuto all’omologazione e un inno alla creatività “costi quel che costi”, anche a discapito di essere considerati dei reietti dalla società. La stravaganza visiva coloratissima del lungometraggio fu infatti anticipatrice dell’estetica post-moderna di Spider-Man: Into the Spider-Verse, come anche la natura creativa e anticonformista del protagonista – in conflitto con un padre irriconoscente della sua forte individualità – anticiperà l’esistenzialismo tormentato di Miles Morales. Dopo aver diretto, ma non sceneggiato, i due esilaranti film live-action 21 & 22 Jump Street (2012/2014) all’insegna della commedia action buddy movie, il duo artistico ritornò nel mondo dell’animazione dirigendo e scrivendo The Lego Movie (2014). Il film divenne ben presto un cult che risollevò la popolarità del brand dei Lego ma fu, principalmente, una straordinaria meta-riflessione e meta-narrazione sull’illimitata creatività intrinseca dei Lego e sul valore squisitamente anticonformista dell’arte, che può rendere speciale qualsiasi individuo dotato di un minimo di immaginazione, come il bambino “narratore” che guida il protagonista “eletto” – operaio lego – contro il malvagio e omologatore Lord Business. Il colpo di genio del film fu quello di associare il villain del film al padre del bambino, incapace di comprendere l’anarchia costruttiva del proprio figlio ma che, una volta compresa la sua genuina creatività come costruttore con i lego, accetta l’ordine dell’immaginazione tipico dell’infanzia, magistralmente e ironicamente esplicitato da Lord Miller tramite la messa scena di tutti i vari franchise mischiati e posseduti da Lego.

 

 

Il duo artistico con The Lego Movie (2014) creò, di fatto, il multiverso ante litteram che poi sarà alla base del loro discorso autoriale e teorico sul franchise di Spider-Verse, senza contare la laboriosa creatività nell’animare l’estetica dei lego simulando l’animazione stop-motion. La genialità dei due autori statunitensi sta, dunque, nell’entrare in franchise consolidati per poi destrutturarli dall’interno e ricostruirli secondo una precisa visione autoriale che abbraccia totalmente l’anarchia autoriflessiva della meta-narrativa e della pura sperimentazione visiva. Questi nuovi tratti distintivi della poetica di Lord Miller si trasferiranno così filologicamente e organicamente nella mitologia dell’Uomo Ragno con Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018) e, ancor di più, con Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023).

 

Miles Morales, creato dalla penna di Brian Bendis e dalla matita di Sara Pichelli nel 2011, diventa così il nuovo protagonista lordmilleriano che vive una vita all’insegna dell’aspettativa dei genitori, in particolare del padre, che non vede di buon occhio l’anima ribelle da graffitaro del figlio alimentata dallo zio Aaron Davis. La conflittualità tra padre e figlio, che darà avvio a vari battibecchi e a incomprensioni, aumenterà quando Miles Morales si ritroverà ad indossare inaspettatamente i panni di Spider-Man. La nuova incarnazione afro-portoricana del personaggio risplende, a differenza delle precedenti e anonime incarnazioni di Andrew Garfield e di Tom Holland, innanzitutto grazie alla solida scrittura di Phil Lord e Rodney Rothman (co-regista del film e sceneggiatore di 22 Jump Street), che sfrutta il “ragnoverso” per poter dare a Miles dei mentori “ragneschi” che possano guidarlo nel suo anticonvenzionale percorso dell’eroe.

 

 

Fortunatamente, la prima storia animata di Spider-Man sul grande schermo rifiuta nettamente di sfociare nel fanservice gratuito e, anzi, decide di risaltare tutte le qualità uniche che rendono Miles Morales uno Spider-Man differente da quelli precedenti e alternativi, come il profondo amore per la sua famiglia multiculturale e la voglia di trovare un posto in un mondo in cui finalmente poter essere accettato per chi è realmente. Il lungometraggio della Sony Pictures Animation, diretto da dietro le quinte dalle mani autoriali di Lord Miller, si riconnette così nuovamente alla natura tragica e allo stesso tempo spensierata del personaggio dei fumetti, citando meta-narrativamente e ironicamente le pellicole precedenti sull’Arrampicamuri – soprattutto quelle di Sam Raimi – e giocando, inoltre, sui classici cliché dei cinecomics, assumendo così un’aura sia convenzionale, sia anticonvenzionale nel suo essere un cinefumetto. La nuova storia di origini dell’Uomo Ragno, pur ripercorrendo le classiche svolte narrative fondamentali per la sua crescita da supereroe, sovverte dunque le aspettative del genere perché, più che essere un lungometraggio sull’ennesima incarnazione del Tessiragnatele, l’opera è una profonda riflessione ontologica, dunque anche meta-cinematografica, su cosa significhi essere Spider-Man e sullo spirito da intraprendere per diventarlo. In fondo, come dice Miles Morales nel finale del film, chiunque può esserci sotto la maschera di Spider-Man, e se lui, un ragazzo qualunque di Brooklyn, è riuscito a diventarlo, allora non è una questione di superpoteri, ma di un semplice atto di fede in se stessi, come gli ricorda Peter B. Parker. L’emblema di questo assunto viene rappresentato magnificamente nella scena in cui Miles Morales, dopo la morte di suo zio Aaron e dopo il discorso motivazionale di suo padre, acquisisce il pieno controllo dei suoi poteri e di sé, lanciandosi finalmente da un grattacielo senza più avere alcuna paura.

 

 
 

Per sottolineare al meglio la sua transizione da ragazzino di Brooklyn a Spider-Man, la regia capovolge magistralmente l’inquadratura della sua caduta, trasformandola in un’ascesa verso il cielo sopra New York e immortalando così un’inquadratura iconica che è ormai entrata nella storia del cinema e che ha portato la pellicola a diventare, con il tempo, un vero e proprio cult del cinema d’animazione. Il merito di ciò è da attribuire soprattutto all’ottimo passaparola avvenuto tramite la distribuzione streaming e home video, perché nonostante un buon incasso al botteghino di 384 milioni di dollari a fronte di un budget da 90 milioni, la pellicola nel 2018 non ebbe la stessa grandissima popolarità dei film Pixar e Disney dell’epoca. Il lungometraggio lordmilleriano fu comunque rivoluzionario nel suo periodo di uscita e, nonostante fu prodotto con un budget inferiore alla media dei suoi concorrenti, il film risultò un incredibile caleidoscopio di svariate tipologie di animazione con lo scopo di riprodurre un vero e proprio fumetto in movimento, sfidando così i netti confini tra “settima arte” e “nona arte”. La pellicola animata, però, non omaggiò solo i comics supereroistici, ma anche l’animazione stessa, diventandone la sua perfetta sintesi nel mescolare diversi stilemi grafici 2D-3D, riportando dunque l’arte dell’animare alla sua essenza, ovvero a quando più un secolo fa i primi cartoonists fecero muovere i primi disegni sui propri fogli di carta lucida. Alla classica tecnica cel tradizionale, anche se quasi interamente riportata al computer a partire dagli storyboard definitivi, i ben 137 artisti della Sony Pictures Animation coinvolti nella produzione del progetto implementarono nel tratto 2D del film importanti tools digitali tramite l’utilizzo del software Autodesk Maya [3].

 

 

Le novità tecniche all’interno del lungometraggio sono molteplici e, dal 2018 ad oggi, hanno parzialmente cambiato in maniera irreversibile lo stile con il quale poter realizzare animazione ibrida (si pensi a grandi produzioni recenti come Arcane della Riot Games & Fortiche Production o Il Gatto con Gli Stivali 2 – L’Ultimo Desiderio della Dreamworks). La rivoluzione apportata nel medium da Spider-Man: Into the Spider-Verse si basa sulla riscoperta di tecniche di produzione classiche, in alcuni casi quasi dimenticate, riportate su schermo attraverso le nuove tecnologie: un lavoro eterogeneo e spaventoso in termini di complessità procedurale. Un utilizzo intelligente di queste soluzioni, nate nella golden age dei cartoons tra gli anni ’30 e ’40, si ha sicuramente nei riguardi dei movimenti dei personaggi. Ad esempio, per evidenziare l’iniziale difficoltà di Miles nel padroneggiare i propri poteri, gli artisti della Sony Picture Animation producono le acrobazie del Tessiragnatele in passo-due, ovvero con due variazioni di movimento per ogni frame video, rendendo così gli scatti e le oscillazioni del protagonista impacciati e insicuri. Per rendere il moto degli arti dei personaggi simile a quello dei classici cartoons e cercando di simulare quanto più possibile un effetto da fumetto, invece, i tecnici degli studios ripescano direttamente dal cilindro di idee geniali del Termite Terrace (Chuck JonesFriz FrelengBob Clampett) il sistema SMEAR, ovvero la moltiplicazione delle braccia negli in-between per rendere mosse, impulsi e slanci tanto dinamici quanto artefatti. Assieme a questo, per poter accentuare la natura di vero cine-fumetto dell’opera, in quasi tutte le scene d’azione sono presenti intermezzi di pochi frame nei quali stamp e illustrazioni occupano lo spazio della pellicola [4].

 

 

La magnificente realizzazione del film, infatti, non si ritrova soltanto nella complessità tecnica ma, soprattutto, nella resa estetica del lungometraggio: un vero e proprio omaggio al mondo dei comics Marvel prodotto con passione e con una maniacale cura per i dettagli grafici. Due sono gli aspetti da dover sottolineare per poter analizzare in toto lo splendido lavoro che gli artisti, sotto il coordinamento dei registi Bob PersichettiPeter Ramsey e Rodney Rothman e del dipartimento artistico dello studio, hanno saputo svolgere e presentare: effettistica visiva e fotografia. La prima risalta nella resa screziata e macchiata delle textures dovuta al misprinted ink (effetto volto a simulare la carta sulla quale vengono stampati i fumetti), allo sdoppiamento e alla opacizzazione (blurring) degli sfondi – soprattutto durante scene d’azione o comunque riprese da camera in movimento – e al cosiddetto Kirby Krackle, un accorgimento grafico inventato dal leggendario disegnatore Jack Kirby che permette di visualizzare attorno ai personaggi elementi astratti come auree o emanazioni energetiche in completa simbiosi estetica con lo scenario in background. La fotografia, invece, si avvale grazie agli art directors Dean Gordon e Patrick O’Keefe di alcune delle espressioni estetiche migliori e più importanti dell’animazione del XXI secolo [5], soprattutto grazie a due componenti stilistiche: l’half-toning, ovvero l’utilizzo di gradienti e di puntini (dots) per simulare la luminosità dinamica dell’ambiente, e un ricorso originale al sistema dell’hatching, una tecnica di ombreggiatura – in questo caso dei volti umani – che ricalca linee oblique incrociate sui personaggi per poterne definire la superficie dei modelli 3D. Risulta interessante, inoltre, il diverso approccio con il quale gli artisti hanno lavorato a ogni singolo Spider-Man, da Miles a Gwen, da Peter alle versioni noir, Looney Tunes e anime del supereroe.

 

 

Spider-Man: Into the Spider-Verse vuole infatti rappresentare più versioni e stili dell’Uomo Ragno per riflettere sulla sua precaria multiversalità, che impedisce a più Spider-Man di convivere nello stesso universo, perché ogni mondo – o “terra” più un numero a seguire, secondo il gergo fumettistico – per essere in equilibrio ha bisogno di un solo e unico Spider-man con la propria estetica e necessaria attività da supereroe. Per quante svariate possibilità e opportunità possa offrire il multiverso, quindi, è nel proprio mondo che bisogna vivere e fare la differenza. È infatti il profondo legame empatico con le altre versioni di Spider-Man, soprattutto quello con il burlone e depresso mentore Peter B. Parker, che fa comprendere a Miles quanto sia speciale e allo stesso tempo sofferente essere un supereroe, come vivere l’evento traumatico della morte di suo zio Aaron, vicenda da cui Miles, infatti, impara finalmente che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, una notevole lezione morale pedagogica che invece non impara il temibile e disumano Kingpin – autore, tra l’altro, della morte dello Spider-Man della terra di Miles e di suo zio Aaron/Prowler – in quanto incapace di accettare la perdita di sua moglie e di suo figlio. Il villain inizia di fatto a giocare a fare Dio con il multiverso, minacciando la stabilità spaziotemporale del suo stesso mondo pur di aggrapparsi all’unico briciolo di umanità che gli rimane. Sono dunque le mancanze affettive e le perdite luttuose il centro emotivo e drammaturgico di Spider-Man: Into the Spider-Verse, film che dimostra quanto Lord Miller siano due autori che sanno viaggiare abilmente nei franchise di successo con l’inserimento di tutti gli easter eggs possibili, senza però scordarsi dello spessore drammaturgico della “settima arte”, che non è di sicuro nata per essere solo un immenso spot pubblicitario pieno di camei.

 

 

Il rivoluzionario film lordmilleriano si colloca quindi tra le migliori opere cinematografiche basate sul vasto mondo dei supereroi, in quanto capace di reinventare il genere supereroistico attraverso un’evoluzione stilistica precedentemente mai vista, e che onora quanto di più avveniristico aveva costruito Raimi all’inizio del XXI secolo, diventando dunque il perfetto punto di arrivo finale della fusione tra genere cinefumettistico e animazione occidentale. Tutto ciò senza contare l’ottima gestione dell’identità afro e ispanica di Miles Morales, che viene ottimamente risaltata anche dalle canzoni hip hoppop e trap diegetiche ed extradiegetiche cantate da famosi artisti afroamericani (BlackwayJaden SmithAminé), in particolare la celebre canzone What’s Up Danger che accompagna l’iconica discesa-ascesa di Miles Morales nel diventare finalmente Spider-Man. Anche la musica orchestrale del film riesce a risultare iconica quasi quanto la colonna sonora di Danny Elfman della trilogia di Raimi, come ad esempio il minaccioso tema musicale di Prowler, che incute il giusto timore nelle scene in cui Miles deve ogni volta sfuggire dalle grinfie del sicario più temibile di Kingpin. La scelta vincente del compositore Daniel Pemberton risulta infatti quella di saper unire abilmente tracce d’orchestra con elementi elettronici d’atmosfera, il tutto senza dimenticarsi di dover accompagnare musicalmente ogni Spider-Man adattando le composizioni a un genere caratteristico, come accade per esempio con lo stile jazzistico big band alla Carl Stalling quando Spider-Pig entra in scena o combatte.

 

Successivamente all’uscita del film al cinema, in home video e in streaming, la Sony si accorse ben presto dell’incredibile successo del personaggio di Miles Morales presso il grande pubblico.

 

 

Il tutto ovviamente grazie al duro lavoro svolto dai numerosi animatori sotto la direzione attenta dei registi PersichettiRamsey Rothman, che a loro volta furono supervisionati dalla direzione produttiva e autoriale di Lord Miller. Il buon successo della pellicola, che ottenne il plauso unanime di critica e pubblico, spinse così la Sony Pictures a riassumere Lord Miller per realizzare due sequel del “ragnoverso” con Miles Morales come protagonista. Il duo artistico potè così ritornare all’opera come coppia di sceneggiatori, insieme a David Callaham, dopo The Lego Movie (2014), per approfondire la riflessione metacinematografica su Spider-Man e, infine, per chiudere degnamente il ciclo narrativo dedicato a Miles Morales e al “ragnoverso”. Dopo cinque anni di realizzazione e di perfezionamento dell’animazione del nuovo film, con nel mezzo non pochi problemi di produzione [6] e l’epidemia globale da SARS-CoV-2, Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023) esce finalmente il 2 giugno nelle sale, ottenendo un successo duplicato rispetto al precedente capitolo, sia in termini monetari, sia a livello di popolarità, segnando infatti il miglior esordio al botteghino di un film d’animazione nel 2023, dopo quello di Super Mario Bros – Il Film. Il grandissimo successo ai botteghini del sequel è dovuto in primis allo status di cult acquisito negli anni dal primo capitolo Spider-Man: Into the Spider-Verse e, in secundis, alla straordinaria qualità dell’animazione di Spider-Man: Across the Spider-Verse, una totale miglioria tecnica rispetto a quella – già avanguardista – del primo film intrecciata a un’ottima espansione della mitologia di Miles Morales che, ormai, è assurto a nuova icona pop del cinema supereroistico.

 

 

Il nuovo film sul “ragnoverso” animato rappresenta, infatti, un capo d’opera visivo che ripropone ancora di più rispetto al primo capitolo della saga l’illimitata creatività dell’animazione, segnando dunque un nuovo spartiacque nella storia del medium che verrà – quasi sicuramente – ulteriormente aumentato dal suo prossimo sequel, nonché immediato secondo atto, Spider-Man: Beyond the Spider-Verse (2024). L’ambizione degli showrunner Lord Miller li ha portati, inoltre, a suddividere la storia in due parti separate e a realizzare comunque, con la prima, il lungometraggio d’animazione più lungo mai realizzato in Occidente, coinvolgendo nuovamente tre registi – Joaquim Dos SantosKemp Powers e Justin K. Thompson – per poter dirigere la loro poetica folle, anarcoide e terrorista nello scardinare gli stilemi consolidati dei molti marchi che esplorano e che continueranno a esplorare. L’apice cinematografico lordimilleriano viene raggiunto probabilmente con l’inseguimento e scontro fisico e filosofico tra Miles Morales e Miguel O’Hara – aka Spider-man 2099 – in cui ogni inquadratura votata all’azione, alla comicità, al fanservice, all’emotività e al dramma costruisce di fatto la miglior scena, sia d’azione che drammaturgica, mai realizzata nel genere cinecomic, superando così la magistrale sequenza raimiana in cui lo Spider-Man di Tobey Maguire affronta il dottor Octopus su un treno in movimento. Proprio come succedeva in Spider-Man 2, i due pesi massimi di Spider-Man: Across the Spider-Verse si affrontano in un duello catartico sopra un treno in movimento, scontro in cui Lord Miller mettono in luce l’ormai abusata tematica del destino e del libero arbitrio, che inserita nel contesto del ragnoverso, tuttavia, acquisisce uno spessore differente.

 

 

L’originalità risiede, dunque, nella straordinaria metariflessione sull’essenza stessa dell’eroismo di Spider-Man a partire dal fumetto, passando per l’animazione del piccolo schermo, fino a tutte le sue manifestazioni cinematografiche, trasformando quindi Spider-Man: Across the Spider-Verse in un lungometraggio d’animazione estremamente esistenzialista e nel punto d’arrivo definitivo del personaggio di Spider-Man al cinema. Proprio come succedeva in The Lego MovieLord Miller sfruttando l’unicità di un supereroe-brand, che si presta perfettamente all’animazione, compiono una riflessione metacinematografica che va oltre la banale dissertazione supereroistica e grafica del “ragnoverso” e che, infatti, diventa un’altra volta uno specchio nel quale tutti gli Spider-Man protagonisti smascherati si riflettono per crescere come persone ed eroi. Se il primo capitolo affrontava una storia di origini in cui si rifletteva su che cosa significasse diventare Spider-Man attraverso gli occhi di Miles, il secondo capitolo, attraverso gli occhi di Gwen, affronta l’ardua tematica su che cosa significhi vivere come Spider-Man. La pellicola, sin dall’incipit con la voce narrante di Gwen, tratta nuove tematiche da altri punti di vista nell’espandere la mitologia del “ragnoverso”, come la solitudine, l’alienazione, il senso di colpa, i rimorsi e, infine, i sacrifici che ogni Spider-man – di qualsiasi universo – deve compiere per mantenere in equilibrio il vasto ecosistema del multiverso ragnesco, quest’ultimo una sorta di “albero della vita” che dà origine e scopo a tutte le svariate incarnazioni di Spider-Man. È un’altra volta la componente drammatica e tragica dell’Uomo Ragno ad emergere prepotentemente nel sequel ideato da Lord Miller, che mette il peso dell’essere un supereroe su tutti i comprimari, quasi tutti presentati egregiamente durante la pellicola.

 

 

Un peso che, tuttavia, assume nuovamente una dimensione pedagogica da coming of age per Miles Morales, che si deve confrontare con una cosmologia ragnesca che non sempre gli è amica e sincera, ma che indubbiamente ha forgiato la sua identità supereroistica e che lui stesso ricerca per poter essere finalmente compreso e amato nella sua forsennata doppia vita da supereroe e studente. Il film riprende nuovamente la tematica dell’inadeguatezza e delle mancanze affettive del primo capitolo, che spingono questa volta Miles a viaggiare in un multiverso nel quale il suo lato più caparbio e adolescenziale si scontra naturalmente con la ferrea disciplina e rettitudine adulta di Miguel O’Hara, un individuo tormentato e consumato dai suoi traumi e dai suoi rimorsi legati proprio al multiverso.

 

Nello scontro dialettico e fisico tra il ragazzino di Brooklyn e il supereroe di Nueva York, la struttura della trilogia animata lordmilleriana segue egregiamente la naturale progressione drammaturgica e filosofica di tesi, antitesi e sintesi che contraddistingue molte delle più famose trilogie della storia del cinema, in particolare quella di Matrix, di cui ne condivide anche la produzione ravvicinata del secondo e terzo capitolo, con alcuni risvolti narrativi simili. Come in tutti i secondi capitoli delle trilogie anche supereroistiche, si mette in discussione la tesi costruita nel primo capitolo e la si nega con lo scopo di intavolare una discussione critica sul percorso dell’eroe del protagonista, tant’è che spesso sono i capitoli centrali a risaltare maggiormente all’interno di una trilogia. Spider-Man 2 ne è un perfetto esempio, un film in cui il tormentato esistenzialismo di Peter Parker lo porta a negare la sua metà supereroistica in un momento di forte incertezza della sua vita, salvo poi recuperarla quando riaccetta finalmente di essere un supereroe con delle indiscutibili responsabilità morali verso New York e verso la figura paterna che lo ha cresciuto.

 

 

Data questa prassi, secondo cui il capitolo centrale è sempre migliore del primo nelle trilogie supereroistiche, per ritenere Across the Spider-Verse superiore a Into the Spider-Verse è ancora tutta da vedere. Il motivo principale è che, nonostante il sequel sia già superiore tecnicamente al primo capitolo dalla prima fino all’ultima inquadratura, l’antitesi che viene messa in scena nel capitolo centrale, per risultare pienamente valida e coerente, ha bisogno di doversi completare assolutamente con una sintesi che verrà messa in scena soltanto nella conclusione di questa unica trama, rinominata posteriormente Spider-Man: Beyond the Spider-Verse. Il titolo dell’ultimo capitolo, o parte, della trilogia di Lord Miller può far già intuire su come si potrebbe arrivare alla sintesi drammaturgica del percorso dell’eroe di Miles Morales, all’epilogo concettuale che, come sempre, rappresenta la parte più difficile da scrivere per ogni narratore che inizia una storia destinata prima o poi a concludersi. Inoltre, tralasciando la natura monca del film per via del cliffhanger finale, la genesi da supervillain della Macchia risulta un poco semplicistica, anche se tutto il suo discorso metanarrativo sulla nemesi di un supereroe è un altro colpo di genio, come tutta l’animazione che lo riguarda, a partire dalle gag slapstick che delineano i suoi poteri, fino alla sua manifestazione più temibile che lo renderà sicuramente la definitiva minaccia nella “parte 2”. Spider-Man: Across the Spider-Verse, tuttavia, pur lasciando alcuni archi narrativi aperti, ne conclude altri e porta a compimento una profonda riflessione sull’iconografia dell’Uomo Ragno, concetto che però poi si espande all’arte in generale quando, ad esempio, Gwen distrugge accidentalmente le sculture del Guggenheim Museum e si rivolge allo spettatore chiedendogli se il suo è un meta-commento sull’arte, riferendosi chiaramente al film stesso.

 

 

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