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Passengers

Regia di Morten Tyldum vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione

di M Valdemar
3 stelle

 

locandina

Passengers (2016): locandina

 

 


Sparks in space.

 

Essere passeggeri d'un viaggio disastroso non è piacevole.

Per fortuna dura due ore.

(Troppe, comunque)

Passengers vorrebbe forse aprire nuovi varchi ma, banalmente, è comunissimo romanticume - della peggior specie terrena -, incidentalmente avvolto in un elegante involucro sci-fi.

Che no, non da un tono all'ambiente.

Semmai, l'innegabile qualità di design e scenografie, unitamente alla grafica e agli effetti speciali, costituiscono l'unico vero valore - ma inerte, vacuo, meramente accessorio - dell'opera diretta da Morten Tyldum .

Bravi al reparto tecnico-digitale, eh. Ma il film dov'è?

Il film lo si può sintetizzare così: parte come Cast Away (Pratt, barbuto, ha pure il suo "Wilson" nell'androide barista), vira deciso su galattiche, ferali rotte sparksiane, incrocia - per vedere l'effetto che fa, per fare un po' di casino - sovraeccitate dimensioni avventurose à la Gravity, per terminare, infine - infierendo, come grosso meteorite che s'abbatte s'una casa diroccata -, con un patetico atterraggio sempre nei dintorni di Nicholas Sparks.

Si aggiungano, a piacere - ammesso che se ne abbia nel farlo -, tutti i dispositivi (narrativi, emozionali, visivi) e i clichè cari ai filoni d'appartenenza, per avere chiaro il quadretto.

Passengers è puro residuato di un immaginario (solamente) derivativo, diluito e annacquato, con nulla da dire e che nel nulla - imbellettato, tronfiamente - fluttua.

Galleggia (a vista).

Quanto di più standardizzato, prevedibile, posticcio si possa immaginare.

E in tutti i passaggi, svolte, tappe: il susseguirsi meccanico di siparietti e fondali digitali e ancora scenette tra lo strappalacrime, il dramma affettato e la foga action (d'accatto) svela una carenza di idee inequivocabile.

Il problema non è il sentimento: quello il regista lo inabissa in un tedioso vortice di maniera, leziosità e stucchevolezza che sfocia, in tutta la sua interstellare stoltezza, nella patetica sequenza del doppio salvataggio. Ridicola per concepimento, realizzazione nonché per l'ardire di mostrarla.

Semmai, quindi, il sentimento manca del tutto (esemplare l'uso delle musiche e del sonoro nel farsi surrogato di un pathos e di una tensione che non ci sono, che non esistono se non nella grassa esplicitazione del côté romantico e nella gelida concitazione degli eventi).

Un buco nero.

Nel quale finiscono, gettati come rifiuti cosmici nell'oscuro spazio profondo, quelle che dovevano essere le principali attrazioni dell'opera: sì, Jennifer Lawrence (alla sua peggiore performance d'attrice) e Chris Pratt, in rigoroso ordine di importanza (e aspettative).

Indubitabilmente dotati di un'avvenenza invidiabile, svilita tra inquadrature mortalmente patinate e scene di coppia da soap opera (il buon Morten ne mortifica corpi e presenza), i due non riescono mai a levarsi di dosso quell'aria spaesata e insofferente da passeggeri per caso e controvoglia.

Un naufragio di film.

 

 

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