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Anni felici

Regia di Daniele Luchetti vedi scheda film

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La recensione su Anni felici

di nickoftime
8 stelle

Arriva alla fine di una lunga corsa di storie e di umori questo "Anni felici", il nuovo film di Daniele Lucchetti, autobiografia romanzata di una famiglia - quella del regista - normalmente disfunzionale. Sponsorizzato dalla Sacher di Nanni Moretti produttore del suo primo film (Domani accadrà,1988) Lucchetti ha attraversato in lungo ed in largo la commedia italiana con una personalità che gli ha permesso di realizzare opere magari non sempre riuscite ("I piccoli Maestri", 1998 "Dillo con parole mie",2003) ma nel complesso originali, capaci di alzarsi alle vette surreali di "Il portaborse" (1991) e "Arriva la bufera" (1992), per poi planare con le ultime uscite su un realismo dapprima contaminato dai peccati di gioventù (Mio fratello è figlio unico, 2007) e  poi definitivamente maturato con la selezione del concorso ufficiale al festival di Cannes del 2010, ed il premio ad Elio Germano protagonista de "La nostra vita". Questo per dire di una versatilità autoriale che da sempre si esprime attraverso l'attenzione per le interpretazione attoriali e ruoli da mattatore. Questa volta toccava a Kim Rossi Stuart e Michela Ramazzotti tenere alta la bandiera della categoria per raccontare la parabola di un connubio famigliare sacrificato alle aspirazioni dell'arte ed al desiderio di libertà vissuti nello spirito appassionato ed anticonformista dei '70. A dargli anima e soprattutto corpo le figure di Guido (Stuart), artista in cerca d'affermazione e Serena (Ramazzotti), moglie ed amante sottratta ai doveri famigliari da femminismo e nuove consapevolezze. Ad accompagnare quella parabola lo sguardo dei figli Dario - alterego del regista- e Paolo, testimoni interessati degli alti e bassi di una relazione destinata a diventare il simbolo delle contraddizioni di un'epoca per l'impossibilità dei protagonisti di tenere fede sul piano pratico agli ideali della grande rivoluzione culturale proveniente dal 68. Una dicotomia che il film esprime attraverso il bisogno di appartenenza e di calore umano riflesso nei festosi convivi della famiglia di Serena a cui Guido partecipa per compensare l'affetto negatogli da una madre severa e distante, e contemporaneamente nell'egogentrismo della sua condizione di artista bisognoso d'affrancarsi da un ordinarietà che ne soffoca slanci ed aspirazioni. Stanca di subirne le conseguenze Serena incomincerà a frequentare Helke un'affascinante gallerista che l'aiuterà a considerare la sua esistenza da una prospettiva nuova ed inaspettata.
 

 
Tra dramma e commedia "Anni felici" si sviluppa in una dimensione privata e nel ricordo di un esperienza lontana nel tempo. Ne consegue una ricostruzione emotiva, volutamente epurata da quegli eventi forti (l'escalation terroristica, la lotta politica, la vivacità del mondo culturale ed artistico analizzati solo negli aspetti funzionali alla storia) che rischiavano di togliere forza al nucleo centrale del film imperniato sulle vicende sentimentali di Guido e Serena e sulle conseguenze di queste sul resto della famiglia. In questo modo tutto diventa accessorio rispetto al primo piano delle ragioni dell'uno e dell'altra, al loro modo di prendersi e lasciarsi, ma anche alla temperatura emotiva che si sviluppa attorno alle vicende legate ai tentativi di Guido di imporre il suo talento artistico cercando il consenso della critica che conta, ma anche ai continui smacchi subiti da Serena, prima subordinata non senza sofferenza agli estri ondivaghi del compagno e per questo disposta ad assecondarlo passando sopra alle sue infedeltà; successivamente trascinata in un vortice di sensualità inaspettato e fuori dalla norma quando diventa oggetto di un desiderio che si trasforma in qualcos'altro. Ambientato in un paesaggio colorato ed astratto in cui luoghi ed ambienti identificano non tanto uno spazio geografico ma una dimensione dell'anima (la Camargue per esempio, chiamata ad esternare e contenere con la sua natura edenica e selvaggia la rinascita di Serena) "Anni felici" riesce a mantenere inalterata la sua vena autoriale senza aver paura di manifestare una ricerca di empatia, affermata in maniera evidente dalla scelta di due attori tanto bravi quanto fotogenici. Ed è proprio l'interpretazione di Michela Ramazzotti più di quella di un Kim Rossi Stuart un pò troppo sopra le righe a valere da sola il prezzo del biglietto. Chiamata a confrontarsi con un personaggio che rischiava di cristallizzarla nel ruolo di "povera ma bella" più volte recitato, l'attrice si dimostra all'altezza del compito mettendo in mostra, oltre alla consueta fisicità, un caleidoscopio di sentimenti e di sfumature che le permette di diventare il barometro emozionale di un film che coinvolge senza il bisogno di essere ruffiano. Lucchetti mette il suo eclettismo a disposizione della storia costruendo una corrispondenza tra l'eterogeneità dello stile (da quello classico improntato ad una bellezza estetica che coincide spesso con la cura del dettaglio ad un altro più nervoso e sporco, pronto a restituire frenesia e voglia di vivere) la contaminazione di formati (filmini in super 8, pellicola e digitale) e l'eterogeneità del registri narrativi (nella prevalenza del realismo emotivo trovano spazio momenti surreali e quasi onirici) con l'esuberanza caratteriale e la simpatica folia dei personaggi, tutti nessuno escluso, alla continua ricerca di una felicità da vivere e condividere. Ma è nell'equilibrio del ritratto di due genitori complicati ma irrestibilmente veri che Luchetti vince la sua sfida perchè il ricordo del passato, lungi dall'essere un tributo nostalgico ed irreprensibile è il segno di un affetto sincero ed irriducibile che colpisce al cuore.
(icinemaniaci.blogspot.com)

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