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Il monello

Regia di Charles Chaplin vedi scheda film

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La recensione su Il monello

di PompiereFI
6 stelle

Dopo una serie di sfortunati eventi, un orfanello abbandonato in una zona residenziale viene rinvenuto e allevato da un povero spiantato. Siccome il vagabondo non ha i mezzi di sussistenza necessari, le istituzioni si investono della facoltà di sottrargli il bambino con l’intento di sistemarlo in un orfanotrofio.

L’ipotetica abbondanza di concetti offerta da una storia del genere, nelle mani di Chaplin sarebbe dovuta diventare un capolavoro se solo il suo autore avesse mantenuto il solito equilibrio tra dramma e commedia, tragedia e comicità. Quella a cui assistiamo è invece una crescente propensione verso una narrazione che somiglia molto al romanzo d’appendice. Un esordio scostante nel lungometraggio, grossolanamente ingigantito a 6 bobine. Un miscuglio di souvenirs che sembrano attingere a un momento storico, a un’impronta sociale, nel quale il protagonista è, inopportunamente, Charlot.

Lo sforzo narrativo è vanificato da un forte piglio melodrammatico e coltivato da un secondario aspetto sarcastico (fantastica l’idea della teiera al posto del biberon, del recupero della moneta dal contatore del gas, del lavoro di sbriciolamento e reincollaggio dei vetri).


Chaplin non introduce sketch programmati in un facile intrigo da feuilleton, precipitando nell’esuberanza e nello schematismo del dramma sociale, incorniciato spesso da irragionevoli ridondanze: l’immagine della via crucis come patema d’animo e sofferenza di una madre, tutta la serie di personaggi introdotti in apertura che poi non ritornano a sovvertire le regole di una storia pre-destinata. Un insieme di figure che risultano appena appena formali, seguendo un’usanza da film integralista di una decina di anni prima: abbiamo la madre snaturata che prova vergogna per un pargolo scomodo, il pittore che l’ha lasciata il quale brucia la foto della donna, il bambino ignaro del suo passato, gli organismi autoritari (i soliti poliziotti e i medici) che tendono a ricostituire l’ordine “naturale” delle cose.

La conquista di una mirabile efficacia è evidente nella scena dove si tenta di dividere Charlot dal ragazzino: entrambi bravissimi nel recitare la sofferenza, la paura del distacco, la minaccia di una sfuggente perdita d’affetto. Una sequenza che richiama alcuni tratti tipici del neorealismo e che depone a favore delle risorse dell’autore. Il quale sorprende, con un colpo d’ala notevole, nell’episodio della Terra dei Sogni, nel quale egli si immagina sospeso tra attività ricreative, quali lo shopping e le innocenti relazioni sociali. Operosità controllate da una frotta di angeli e diavoli. Ed è a causa dei secondi che si insinua il peccato della gelosia. Nel dolce abbaglio del dormire, Charlot viene colpito a morte da una pistola. E questo sarebbe un degnissimo finale per un’opera tutto sommato crudele.

Se non fosse per una specie di onere quasi tradizionalista, alla portata di tutti, e nemmeno sporcato da una sovrapposizione comica: l’happy end di un minuto. Rabberciamento di un vetro rotto. Davvero incoerente e stonato.

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