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Animal Kingdom

Regia di David Michôd vedi scheda film

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La recensione su Animal Kingdom

di nickoftime
8 stelle

Animali braccati. Un far west senza regolamento di conti; procedure per il mantenimento della specie. Abbattimenti controllati, quel tanto che basta per mantenere l'equilibrio. Una legge spietata, condotta in maniera scientifica da esattori con licenza di uccidere. Sentimenti azzerati da automatismi necessari a sopravvivere. Dominio e sottomissione, come vivere o morire. Animal Kingdom con la sua dose di crudeltà reiterata come merce di scambio, ripropone nell’evidente semplicità delle procedure, nella genesi delle sue manifestazioni, l’assoluta  banalità del male. La famiglia Cody è un laboratorio di comportamenti e gestazioni finalizzate alla salvaguardia della specie. Il mondo circostante una riserva senza uscita, un luogo patologico dove la malattia diventa un virus incontrollabile. Il giovane Joshua, arrivato quasi per caso dopo la morte della madre assisterà, prima nel ruolo di vittima, poi in quello da carnefice alla dissoluzione del nucleo familiare sperimentando su di sé le conseguenze di quella permanenza. Michod non è interessato all’escalation criminale, che infatti viene liquidata insieme ai titoli di testa con pochi fermo immagini in bianco e nero, anche questo un altro segno di distacco dal nucleo centrale della storia, ma alle sue conseguenze. Così come fa piazza pulita di qualsiasi mitologia legata al fascino criminale: i suoi protagonisti sono vittime di loro stessi, hanno paura, si nascondono, soffrono di complessi edipici (come in Grisson’s gang di R. Aldrich i malviventi sono legati alla madre da un legame al limite dell’incesto). Una tendenza che si rispecchia anche dalla parte opposta, con i tutori della legge inchiodati dalla loro connivenza oppure ugualmente spietati, pronti a ripagare con la stessa medaglia per il torto subito. Il regista inserisce la macchina da presa negli intervalli dell’azione e li dilata per mostrare l’immostrabile. Il subconscio diventa il protagonista assoluto attraverso uno stile (rallentì, sfondi fuori fuoco, distorsioni sonore ma soprattutto la consistenza materica del buio) che riesce a far sentire il crescente isolamento dei personaggi e l’origine del loro malessere. Una solitudine che è anche fisica, con i cadaveri inquadrati tre quarti, come accade nella scena iniziale con Joshua che occupa la scena mentre la madre priva di vita fa fatica ad entrarvi, dimenticati in angusti recessi, oppure mangiati dalle mosche. Michod si sofferma su quelle immagini come se volesse ricordarci un destino ineluttabile. Polvere che ritorna alla polvere. Se non fosse irriverente per un regista esordiente, al quale bisogna lasciare la sfrontatezza di non assomigliare a nessuno, ci verrebbe voglia di paragonare il film ed il suo autore al J Gray di Little Odessa: non solo per le similitudini delle storie e per la valenza dell’ambiente in termini di comportamento sociale ma per la sacralità con il quale i due registi mettono in scena la liturgia di un destino già scritto.

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