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Stanno tutti bene

Regia di Kirk Jones vedi scheda film

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Marcello del Campo

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La recensione su Stanno tutti bene

di Marcello del Campo
5 stelle

Kirk Jones deve stare messo male se, dopo un paio di comedy family zuccherose decide di girare il remake di Stanno tutti bene di Peppuccio Tornatore che venti anni fa la critica all’unisono bollò come un patetico centone di luoghi comuni, tranne i soliti plaudenti Rondi e Grazzini, i quali sicuramente stavano male.

Stavano tutti male, stava male lo sceneggiatore De Rita, stava male Tonino Guerra che mise le mani nella pastoia per poeticizzare il nulla spinto, stava male Mastroianni che a sessantasei anni rischiava di mettere a repentaglio una carriera formidabile. Sta male IMDb che dà un voto alto a Everybody’s Fine, ma non è un mistero che il sito più popolare di cinema sia anche il meno attendibile nei giudizi. Staranno male gli spettatori italiani, vedendo questo film finto lacrimevole, anche se sono certo che Bob De Niro farà breccia nel cuore dei padri in affanno.

Anch’io non mi sento tanto bene, la colpa è tutta di Bob che dal 1998 colleziona pessimi thriller, ma per lo più è ‘impegnato’ a tempo pieno nel ruolo di padre giocondo di ragazzi che si presentano in famiglia o di famiglie che si presentano al padre e si è tanto immedesimato in questo ruolo da piangere, recentemente, calde lacrime in diretta in un programma lacrimogeno di maria de filippi minuscola [‘ha pianto davvero’, ha confermato la signora baritono].

L’ultima apparizione del vero De Niro data 1998, ci vuole un duro come Frankenheimer ad affidargli in Ronin la maestà e il carisma che devotamente gli ho sempre riconosciuto.

Ecco che a sessantasei anni, non più giovane ma neppure tanto vecchio, arriva Kirk Jones che cuce sul corpo ancora vigoroso dell’attore un abito da pensionato affetto da fibrosi polmonare, a rischio di infarto, che ingoia pillole ogni secondo. E già, per rendere più accattivante l’uomo, ha pensato il regista, mettiamoci un po’ di sana malattia in questo film, farà effetto sui pensionati che si sono beccati il PCV a forza di cablare fili del telefono. Kirk Jones non sa quante cause di lavoro sono in corso e inevase nel nostro Paese perché si risarciscano i lavoratori malati e le famiglie dei morti. Ma la commedia ha le sue regole: dosare malattia (dolore) e paternità (gioia), fare ridere e piangere insieme.

Frank Goode (De Niro) è stato un padre esigente che ha sempre chiesto ai figli di ‘fare il massimo’, di ‘essere i migliori’. Ora che è rimasto vedovo, i figli si sottraggono, adducendo motivi banali a passare una serata insieme a papà, come ai vecchi tempi. Frank non perde tempo e decide di darsi una mossa e andare a trovare i suoi quattro virgulti sparsi in differenti stati. Prepara la valigetta, ci infila l’essenziale e parte. È un uomo loquace Frank, simpatico, comunicativo, ma ingenuamente non capisce o finge di non capire che i figli non stanno tanto bene: Robert (Sam Rockwell) non è, come il padre ha sempre creduto, un direttore d’orchestra ma un modesto percussionista che vive solo; Amy (Kate Beckinsale) lavora per un’agenzia pubblicitaria senza grandi pretese e in più è in crisi con il coniuge; Rosie (Drew Barrymore) non è una ballerina classica ma una specie di soubrette svampita; David, infine, il ragazzino ‘difficile’, quello che era portato per l’arte, è un pittore graffitista. Nel dialogo tra il padre e i figli emerge la verità: nessuno di loro ha mantenuto la promessa di ‘essere il migliore’, tutti in qualche modo hanno fallito, ma chi ha portato il fallimento fino all’estremo è David, il figlio ‘invisibile’.  Nessuno sta bene, neppure Frank, responsabile di avere chiesto troppo ai suoi figli. Nel finale del film, i figli vanno a trovare il padre che ha avuto un infarto e lo mettono al corrente di come stanno veramente le cose. Il pranzo natalizio, catartico, con Bob De Niro che sembra la prova del cuoco di Uno Mattina, chiude un film falso, moralista, consolatorio, uno dei peggiori esiti della suprema arte di un attore un tempo inarrivabile.

Alla fine non resta che ascoltare la bella Come to Home di Paul McCartney e un paio di Badly Drawn Boys.

E una sufficienza di affezione al caro Johnny Boy.

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