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Un silenzio particolare

Regia di Stefano Rulli vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Un silenzio particolare

di tizbel
8 stelle

Non è (forse) banale definire questo film “coraggioso” dal momento in cui Stefano Rulli ha portato davanti alla macchina da presa suo figlio Matteo affetto da seri problemi psichici. Mostrare in pubblico, al cinema, una parte significativa della propria intimità è un atto molto importante sia per capire se stessi e la propria situazione sia per “sensibilizzare” un certo numero di spettatori cinematografici, soprattutto quando tra di essi ce n’è una buona maggioranza che non conosce affatto il problema di avere a che fare, in casa propria, con una persona cosiddetta “disabile”. Con “sensibilizzazione”, però, non voglio intendere che il film di Rulli possa rappresentare una sorta di “lezione di vita”. Niente di tutto di questo. Egli infatti non si cura di “dimostrare” ma semplicemente di “mostrare”. Mostrare un documento filmato dove il protagonista principale è l’amore genuino ed autentico di un genitore per il proprio figlio, prescindendo da tutto ciò che rende, in modo evidente, questo individuo ben distinguibile da un qualsiasi altro individuo cosiddetto “normale”. E può essere considerata retorica, ora, una deviazione di questo discorso su cosa si intende per “normalità”, ammesso che ve ne sia una qualche necessità, se però non vi fosse un desiderio di elevarsi ad un livello più astratto per raggiungere un punto di vista dal quale la “norma” va ricercata in un ambito più ampio, in cui essa diviene il “saper vivere tutti i giorni adattandosi alle condizioni che la vita ci offre”, come quelle, appunto, che comportano l’avere a che fare con i problemi di un soggetto come Matteo. Non si tratta certo di un compito facile, su cui risulta salutare non spendere troppe parole quando soprattutto tali situazioni di disagio si esperiscono solo dall’esterno. Rimane allora da dire che l’uomo è un essere probabilmente così forte di fronte a certe “difficoltà della vita” che può adattarsi nella ricerca dei canoni necessari per condurre una “propria vita normale”, a cui non si può dare alla fine una definizione assoluta. Grazie allora a questo “mostrare”, Rulli ci fa vivere da spettatori cinematografici un’esperienza da operatori/volontari di una qualche associazione che si occupa di ragazzi disabili, che cantano, ballano, recitano poesie, parlano di sé, dei loro problemi di cuore, delle loro sofferenze del corpo come fanno comunemente tutti gli esseri umani di questo mondo. Né più né meno. Davanti ad una simile esperienza, sia chi l’ha vissuta grazie a questo piccolo film sia chi l'ha vissuta per contatto diretto con persone “disabili” dovrebbe aver capito che certe “barriere” non esistono e semmai ci fossero state esse sarebbero state presenti solo prima di un qualsiasi approccio a questi ragazzi. Nella fase cioè del preconcetto/disagio di fronte a certe situazioni di chiara “disabilità”. Lo sguardo utilizzato per la realizzazione di questa pellicola è uno sguardo attento che “scruta” i singoli individui attraverso “quinte umane” per andare oltre i corpi e scorgere i volti perplessi, i visi imbronciati, i languidi sguardi. E ancora una volta noi spettatori diventiamo operatori/volontari attenti alle persone che ci stanno attorno, grazie a quella specie di “sana” “costrizione” prodotta dalla macchina da presa che mostra tutto in quel “rettangolo” che delimita lo schermo cinematografico. Perfino lo stesso Matteo viene scrutato attraverso delle quinte, quasi che la mdp non deve giungere a perturbare il suo proprio naturale corso di vita. La mdp procede con grande rispetto nei suoi confronti: asseconda le sue pause; ci fa vedere da vicino i suoi moti facciali; ci mostra con quale attenzione osserva papà Stefano; ci mostra come in certi momenti può essere violento nei suoi confronti; non ci mostra, mantenendola fuori campo, la violenza contro la madre. E allora come non commuoversi quando Matteo sta male, ma non sa quello che ha e continua a piangere quando poi il padre gli dice che tutto questo è dovuto al fatto che lui sa bene di aver fatto del male alla madre, con la quale alla fine si concilia con un tenero abbraccio. Non è melodramma questo o banale tentativo di farci uscire qualche lacrima: è pura e autentica esperienza di vita fatta anche di questi momenti nei quali ci si commuove! Ecco allora che avere a che fare con Matteo non è facile di sicuro, ma non è un’impresa impossibile: forse è questa l’unica “dimostrazione” che papà Stefano e mamma Clara vogliono darci. Mamma Clara dice che non servono i “sogni”, attraverso i quali, nel contesto di questo film, probabilmente ci si potrebbe immaginare un Matteo “normale” che conduce una “vita normale” e tutta quella fatica dei genitori sarebbe probabilmente di minore entità (per farsi un’idea di quello che voglio intendere, si pensi a tutta la bruttezza di quella specie di sogno che viene mostrato da Amenábar in “Mare dentro” quanto Ramon si alza dal letto e “vola via” libero dalla finestra di casa). Non serve questo come alito di vita. Sono forse più necessarie le “utopie”, le quali, sebbene lontane e forse irraggiungibili, alimentano quella speranza di “normalità” intesa come è stato specificato in precedenza: questa “normalità” non si può raggiungere con la cupa rassegnazione ma rivedendo e modificando i parametri della propria esistenza di fronte alle cosiddette “cose della vita”. Ecco che la tendenza di tramutare in realtà l’utopia è bene rappresentata dall’ultima sequenza di questo film (a mio avviso, la scena chiave) quando Matteo tiene tra le braccia la piccola Sara, perché in fondo “anche lui” può tenerla in mano, cantargli una canzone e darle dei baci. Voi genitori che avete visto questo film e che avete avuto un bambino appena nato sareste in grado di dare in mano a Matteo, dopo che avete conosciuto la sua condizione, il vostro figlio neonato? Riflettete bene e per quanto possiate pensare alla risposta a questa domanda, l’oggettività di quella situazione finale vi può portare umanamente ad una certa diffidenza e rispondere negativamente senza esitazioni oppure vi può portare, con grande difficoltà, a dire di sì ma il cuore vi batterebbe forte nel momento in cui deporrete nelle mani di Matteo vostro figlio o vostra figlia appena nati. Ebbene è questo il problema che mi sono posto, forse con un pizzico di onesto pregiudizio, ed è questo probabilmente il motivo di certe esclamazioni provenienti da due signore, sedute in sala vicino a me. Badate bene però: attraverso quel gesto non facile che il padre di Sara compie quando passa sua figlia nelle braccia di Matteo, la “nuova realtà della normalità”, documentata da questo film, tende a sostituirsi all’ “utopia della normalità”, apparentemente irraggiungibile, dove non esistono le diversità tra le persone e dove proprio tale “normalità” può essere ridefinita secondo altri canoni che non sono quelli convenzionalmente accettati.

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