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Kundun

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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La recensione su Kundun

di LorCio
7 stelle

Troppo facile evidenziare i difetti del Kundun di Martin Scorsese. Metterne in risalto gli squilibri interiori, le imperfezioni dovute alla maestosità della materia, l’anomalia scorsesiana nell’affrontare un’opera così difficile, è quasi una scappatoia per non addentrarsi nell’analisi del vero messaggio della storia. È uno di quei film in cui è molto più interessante (e necessario) parlare di quel che non si vede rispetto a ciò che è palese (lo stile, la regia, lo script e via dicendo). È un film basato sull’estetica, certamente, ma al contempo Scorsese ne esalta il lato etico. Estetico lo è nella rappresentazione figurativa della religiosità, nel suo essere quasi barocco (ma è depistaggio), ma l’estetica dell’immagine è funzionale all’etica del messaggio. Non è questione di essere spirituali o meno, buddhisti o no (per esempio, anche chi – come il sottoscritto – è avulso da qualunque tipo di religiosità può trovarci qualcosa di sé per giungere ad un altrove sconosciuto): è la potenza espressiva di un qualcosa di etereo e impercettibile che crea dubbi, suggestioni, sensazioni.

 

Attraverso l’epopea del Dalai Lama, Scorsese pone in evidenza come l’uomo sia riuscito ad andare al di là del conformismo cerebrale. La frase fondamentale, più o meno, è “Concentrati”. L’obiettivo è proprio questo: esporre da una parte come si possa giungere ad una dimensione psicologica avulsa dal brulicare quotidiano, ormai schedata da tempo dal censore interiore che ci è intrinseco: lo sfondare il muro che separa il “convenzionale normale” (l’uomo comune, il medio-basso, non culturalmente, ma colui che non si spinge al di là di quella dimensione umana che si è inconsapevolmente plasmato per essere accettato dagli altri) all’elezione trascendentale del proprio ruolo etico e sociale. Il raggiungimento della concentrazione avviene mediante l’esplicazione di apparenti ghirigori (la sorta di polvere colorata che va a realizzare quella specie di mandala, che, terminato, si disfa come si è fatto: è solo con naturalezza inquieta che si può eliminare ciò che si è compiuto con sacrificio, è la concentrazione che viene a scemare, il non riuscire più a controllare il proprio operato) e confronti con uomini non banali (c’è anche Mao): Kundun ha il passo lento del percorso animistico di un monaco shaolin.

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