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Logan - The Wolverine

Regia di James Mangold vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Logan - The Wolverine

di lussemburgo
7 stelle

Wolverine, nell’efficace incarnazione di Hugh Jackman, è stato sempre il simbolo dei mutanti cinematografici, presente in ogni loro incarnazione su pellicola sin dal 2000. E, pertanto, l’ultimo capitolo con il supereroe protagonista assume il senso, letterale e metaforico, di una conclusione definitiva. Perché il secondo film diretto da Mangold sull’eroe artigliato contraddice il titolo del precedente (Wolverine – L’immortale) dando sepoltura al personaggio e terminandone la lunga vita, anche filmica, portando così, parallelamente, anche alla fine anche la saga dei mutanti Marvel, sia nella versione adulta che in quella giovanile, e lasciare spazio (almeno Deadpool escluso) ad una derivazione televisiva, già felicemente inaugurata con Legion.

È un universo apocalittico quello descritto da Logan, in cui i possessori del gene X sono stati decimati non dalla follia di una strega mutante bensì dagli eccessi mentali dello stesso loro protettore, il Professor X, che ha distrutto suo malgrado e inconsapevolmente la scuola di Westchester, e dal mero calcolo di scienziati militari che somministrano alla popolazione agenti modificati per non permettere ulteriori modifiche naturali del genoma mentre, parallelamente, sviluppano mutanti ad hoc per puri scopi utilitaristici e bellici.

Così Wolverine si ritrova a combattere contro le sue stesse origini, con un’Arma X evoluta (con tanto del figlio dello scienziato originario al comando) che sforna cloni mutanti sui codici genetici dei personaggi noti, mentre il suo mito si sviluppa in forma di fumetto, confondendo realtà (fittizia) e finzione. Non solo Logan è costretto ad affrontare il trauma della ripetizione della propria genesi a e guardarsi evolvere in una replica infantile, figlia putativa e biologica, ma si ritrova anche a combattere se stesso giovane, clonato adulto e programmato par fare ciò che fa meglio: uccidere. Ritrovando gli elementi dell’origine del personaggio, Mangold accompagna Logan al passaggio del testimone verso dei nuovi mutanti giovani (sembra in cantiere un film a loro dedicato), in fuga, come sempre, dalla società e da appaltatori militari, e cancella tutte le linee precedenti senza dover ricorrere ad una realtà alternativa derivante da un salto nel tempo (come in Giorni di un futuro passato).

Privato degli compagni (ma con nuovi inconsapevoli mutanti manufatti), indebolito da un avvelenamento da metallo che ne mina la salute (e inibisce il fattore rigenerante che lo renderebbe virtualmente immortale), James Howlett si avvia alla morte mentre attorno a lui tutto si sfalda. È crollato Charles Xavier, ormai senile e incapace di controllore i suoi poteri mentali; è decimato l’universo mutante, che non offre più amici o sodali né eroi; è decaduta la fama dei supereroi stessi, ridotti a mero racconto fantastico; sono quasi terminati i pericoli universali e le nemesi hanno ormai solo interessi economici e sadici, non sono un vero pericolo per un’umanità sostanzialmente indifferente. Logan non ha più senso, il suo percorso, letterale, cinematografico e metaforico, si è esaurito e il relativo ritorno alle radici e l’incontro con le varie versioni di se rappresenta il prologo del trapasso in un capitolo che, ormai, non termina con alcuna anticipazione dopo i titoli di coda, lasciando il personaggio al suo meritato riposo, raggiunto in fine con onore per difendere, ancora una volta, i suoi simili o gli estranei, come ogni eroe della frontiera. Perché, anche graficamente, Mangold opta per un forte realismo, con una violenza evidente e senza derive estetizzanti o futuribili, lasciando brancolare i suoi attori in contesti perlopiù naturali e dal vago sentore western, con l’evocazione, forse, di veri confini tra paesi crudelmente sempre meno permeabili.

Logan è tutto nei suoi molteplici antefatti, solo raccontati, nel passato che grava come una colpa sul personaggio e sulla pellicola, nella memoria cinematografica degli eventi trascorsi. È un film “malato”, sia nel senso che Truffaut dava al termine (film imperfetto) che nel significato di deriva fisica dell’eroe, la cui maggiore debolezza è nell’evidenza del commiato, quasi subito annunciato, nell’aspirazione di James a cercare e sognare un congedo, anche a corso di autoinfliggerlo. E la sceneggiatura riesce a far uccidere due volte un Wolverine da se stesso, dal suo clone assetato di sangue e dalla figlia, aspirante ad una labile ed improbabile normalità, la quale è sempre stata negata al character titolare.

Da qui proviene anche l’andamento ciclico della narrazione, che riparte dalle origini per riproporne una variante terminale, e il pessimismo fisiologico di Logan, uomo a lungo senza ricordi ma i cui trascorsi vengono a opprimerlo come un incubo incrollabile. È difatti un film con un protagonista senza futuro, bloccato in uno sterile presente dalla costante sofferenza, fisica e psicologica, mai arginata dall’eroismo dimostrato e rafforzata dal senso di colpa di un’interminabile serie di errori e di lutti. Mangold gli rimane vicino e addosso, assumendone il punto di vista quasi senza divagazioni esplicative, tanto da soffocare ogni sviluppo o approfondimento ulteriore del contesto. Per questo Logan avanza senza evolvere, senza sorprendere perché ogni snodo conferma il precedente e guida verso il finale dichiarato, benché non anticipato, un po’ come il suo protagonista, killer sin dall’infanzia, addestrato e potenziato per uccidere con sempre migliore efficacia. Vecchio e stanco, Wolverine si trascina suo malgrado come gli ultimi film dei mutanti avevano già fatto - a parte qualche guizzo d’azione ne L’immortale o certa follia grafica nei capitoli di Singer. Il film non è solo un episodio autoconclusivo delle avventure del “ghiottone” ma il capolinea dell’intera saga mutante che trovava in Wolverine il suo elemento aggregante di evidenza e riconoscibilità. Tutto deve essere rifondato per ripartire o finire, per rinnovarsi o morire. Così, riallacciandosi alle origini, Wolverine si adegua ad un desiderio di riposo che la sua natura, di eroe svogliato e di mutante rigenerante, gli avevano sinora negato, lasciando un’eredità, genetica (X-23) e virtuale (il mito), che forse vivrà con altri volti e modi, diversamente e altrove.

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