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Non c'è più religione

Regia di Luca Miniero vedi scheda film

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La recensione su Non c'è più religione

di Utente rimosso (cinerubik)
4 stelle

"Pillolone" scialbo e indorato soltanto da musiche e paesaggi, "Non c'è più religione" non è niente più della solita commedia italiana (con interpreti tuttavia apprezzabili) che non può cogliere nel segno a causa dell'evidente incapacità di valorizzare uno storyboard stuzzicante. Qualche risata poco convinta e messaggi sociali mal trasmessi.

La premessa doverosa (e dolorosa) è che l'uscita di cinepanettoni, cinepandori e film che si sforzano di allargarti il sorriso assottigliando al contempo il portafogli, ha spazzato via ogni traccia di proiezioni interessanti, "costringendomi" (vista la serata preventivamente fissata) a scegliere tra i pochi film il meno-peggio (almeno sulla carta) nel raggio di trenta chilometri. Forse quindi, chissà, non ero dell'umore quando mi sono trovato seduto a visionare (subire forse è un po' troppo) «Non c'è più religione», film diretto da Luca Miniero (l'importatore di Benvenuti al Sud) e interpretato da Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Alessandro Gassman, che attingendo ai problemi dovuti all'azzeramento delle nascite, la "piaga" dello straniero, lo scetticismo e lo scarso rispetto reciproco fra religioni nonché la politica e il suo potere demagogico di convinzione, racconta in toni oltremodo farseschi i grattacapo della comunità della piccola isola di Portobuio. Per attirare turisti allestendo il caratteristico presepe vivente (tradizione secolare e "sacra"), gli isolani necessitano di un bambino in fasce (rigorosamente nato in loco) poiché l'ultimo impersonificatore di Gesù è divenuto ormai un adolescente sovrappeso che non entra più nella culla. Per il solerte neosindaco (Bisio) e la suora di Portobuio (Finocchiaro), l'unica strada per vedere realizzato il loro sogno sembra quella di accordarsi con la comunità musulmana dell'isola e ottenere in prestito un neonato. Le premesse per qualche risata c'erano e sebbene io non abbia mai apprezzato la Finocchiaro (che ho sempre considerato un po' teatrale e un po' cartoon), Bisio e Gassman non li disdegno. Nel cast sono presenti anche personaggi marginali, ortodossi e stereotipati come un Cacioppo assai ostile ad allacciare rapporti con gli extracomunitari e una Laura Adriani (non troppo convincente) che ricordo solo come conduttrice di un programma artistico per bambini. L'isola affascina per i paesaggi e per un tempo che sembra essersi fermato su quelle bellissime spiagge (molte riprese si sono svolte alle tremiti) lontano da ripetitori, televisori e computer (che fanno giusto una comparsa). Gli eventi però non hanno fatto scattare in me e nella sala nessun meccanismo che potesse portare alla risata di pancia. Alcune gags diffondono il buonumore e distendono il viso ma la miccia dei presupposti si spegne prima dell'esplosione in risata. Una serie di incastri poco convincenti (poco credibile il tourbillon sentimentale che avrebbe coinvolto i tre protagonisti durante l'adolescenza poiché è evidente la ben più matura età del duo Bisio-Finocchiaro rispetto ad Alessandro Gassman),  le trattative e le condizioni grottesche dettate dalla comunità musulmana (capitanata dal medesimo e convertito Gassman) e la colossale forzatura che comprende tutta la sequenza finale del film, mi hanno fatto uscire piuttosto contrariato dalla sala.

Le belle musiche originali di Pasquale Catalano vengono integrate (come spesso accade in questo genere di commedie) ad "evergreen" della musica italiana come 4 Marzo 1943 di Lucio Dalla che parte al termine di un divertente dialogo tra i protagonisti che ne ricalca parti del testo. La fotografia è affidata all'irriverente e autoironico Daniele Ciprì che riesce bene a trasmettere l'atmosfera isolana che tiene incollata tutta la vicenda attraverso toni autunnali e freddi.

Niente di più da dire su questo grezzo e poco appetitoso pacco "Made in Italy" che potrà anche piacere allo spettatore occasionale ma non è in grado di soddisfare le esigenze (seppur limitate alla commedia in generale) di uno spettatore con un minimo di senso critico.

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