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La palla numero 13

Regia di Buster Keaton vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La palla numero 13

di yume
10 stelle

In un gioco di rimandi narrativi Keaton decostruisce la sostanza filmica mettendo a nudo tutti i meccanismi.I Il suo corpo è il reagente chimico del suo essere virtuale e, un momento dopo, attuale.

 

locandina

La palla numero 13 (1924): locandina

 

Nascere due mesi prima della leggendaria proiezione dei Lumière a Parigi in una famiglia di attori di vaudevillle e avere Houdini spesso per casa non è cosa priva di conseguenze.

Se poi siamo disposti a credere in una qualche forma di metempsicosi sopravvissuta al crollo del mondo antico, allora da Plauto a Buster Keaton il passo è breve, solo duemila e duecento anni, anno più anno meno, e con un bel salto l’uno si è reincarnato nell’altro.

Il sogno e il suo doppio, la maschera e il volto, la realtà che cambia, si avvita su sè stessa e si modella in forme nuove, gioco di specchi e prismi, nulla è vero e tutto lo è.

E questo gioco infinito di rifrazioni chi lo capisce?

 

Sì, comprendono tutto, perché sono povera gente, ed io sono come loro. Li amo, li conosco: la loro vita è assai piccina, ma fan sogni splendidi, e non vorrei soltanto farli ridere, vorrei farli sognare, fremere d'emozione e di piacere. E tutto ciò senza dire loro un sì."

 

Jean-Louis Barrault, Arletty

Amanti perduti (1945): Jean-Louis Barrault, Arletty

 

Parole di Baptiste, il pallido Pierrot lunaire del Théâtre des Funambules di Les enfants du Paradis, e come sono profetiche se, novanta anni dopo, un ragazzo di vent’anni o poco più seduto alla tastiera suona la sua musica per Buster, anzi no, per Sherlock junior, insomma, sì, per entrambi.

E si ride da matti, a partire dai bambini, frignanti fino ad un momento prima.

http://trova-eventi.it/treviso-sherlock-junior-keaton-in-jazz/

 

Ma "...il progresso miete immancabilmente delle vittime…" aggiunge malinconico Claudio Lolli

E' come alla fine del cinema muto,

C'è il sonoro, non serve una tastiera,

Ci salutiamo nel silenzio più assoluto,

Ed esco fuori con i miei giornali

E non ho voglia di ridere per niente.

 

Keaton, Keaton

Che fine hai fatto Keaton,

Sei poi andato in malora Keaton,

Lo sai che ti sto venendo a cercare, ?

Keaton, Keaton ?

Perché stanotte Keaton ...

 

Ma la vita è vita, quello è sogno, e il cinema è sogno.

Studiare da detective allora si può, e se fai il proiezionista nel cinema di una piccola città, tra una bobina e l’altra studi il manualetto di istruzioni e sei pronto per il grande salto.

Ma attenzione, il primo cartello (quello originale, in inglese, con i suoi bei ghirigori di cornice) aveva avvertito circa un vecchio proverbio che diceva:

 

Don’t try to do two things at once and expect to do justice to both

 

Il nostro proiezionista (e uomo tuttofare) non mostra di saperlo e studia con grande diligenza, poi cerca anche di far pratica.

Purtroppo le circostanze congiurano contro di lui, e quando il rivale in amore ruba l’orologio al padre della ragazza che ama è proprio il suo tirocinio da detective a metterlo nei guai.

 

Primo ribaltamento della realtà: il proiezionista è accusato di furto.

Scoraggiato dalla débacle si ritira nel suo stanzino e mestamente mette su la bobina di un bel filmone della Veronal Film Co., Hearts and Pearls, mélo/thriller in cui il malandrino circuisce la bella figlia del ricco possidente per rubare la preziosa collana di perle custodita nella cassaforte del vecchio

Il nostro proiezionista dalla sua finestrella in alto sopra la platea guarda lo schermo giù in fondo, la porta della grande illusione.

La vita lo ha deluso, il manualetto dei suoi sogni falliti è lì, lo prende in mano, lo guarda triste, non lo apre neppure e appoggia un braccio sulla macchina che gira ronfando monotona.

Quindi appoggia la testa sul braccio.

Al diciassettesimo minuto dorme profondamente, la giornata è stata faticosa e tutto gli si è girato contro.

 

Secondo ribaltamento della realtà: al diciottesimo minuto la vita si prende le sue rivincite.

Quello che Keaton fa per mezz’ora circa, dopo essersi catapultato dentro lo schermo per risolvere il caso della collana di perle, è ciò che ognuno desidera avvenga nella propria vita e, se ha un buon rapporto con il proprio onirico, gli capita in sogno.

In alternativa, bisogna andare al cinema, oggetto nient’affatto innocuo, sbaglia chi crede sia, come la televisione, il sottofondo della vita in casa (o alla bocciofila).

Quasi un secolo dopo Keaton, il filosofo ci ha spiegato che il subtext delle immagini cinematografiche ha un filo diretto con l’inconscio:

“The problem for us is not: are our desires satisfied or not? The problem is: how do we know what we desire? There is nothing spontaneous, nothing natural about human desire. Our desires are artificial. We have to be taught how to desire. Cinema is the ultimate pervert art: it doesn’t give you what you desire, it tells you how to desire.” (Slavoj Žižek, The Pervet’s Guide to Cinema)

Sdoppiarsi, dunque, ed entrare nello schermo.

Lo farà anche il Don Chisciotte di Welles, ed è il più celebre, poi tanti altri, ma Keaton è il primo e, come Baptiste, senza dire loro un sì.

Egli mette in scena il cinema, la sua essenza primaria, il nucleo primordiale, il baco della farfalla.

In una parola, fa metacinema col cinema stesso.

 

scena

La palla numero 13 (1924): scena

Nel ’24 il suo genio insuperato è entrato dalla sua vita reale nella virtualità dello schermo, poi, in un gioco di scatole cinesi, è passato alla virtualità del sogno in veste di Sherlock Jr., elegantissimo in frac, ci ha trasferito dalla nostra realtà nella sua, ci ha travolto in una girandola di gag, effetti speciali prima dell’invenzione degli effetti speciali, tecniche di ripresa all’avanguardia prima che le avanguardie esplodessero tutte, ci ha detto quel che c’era da dire sul cinema e poi è tornato nel suo reale.

A questo punto ci ha lasciato liberi di tornare nel nostro, ma, frastornati come eravamo, non sapevamo più quale fosse.

Nel passaggio da un piano narrativo all’altro a noi è toccato starci dentro e uscir fuori, volta per volta attori e spettatori, connessi ora alla dimensione “reale”, ora a quella “onirica” , ora a quella “surreale” del “film nel film” (un tempo fu il “teatro nel teatro” sulle tavole di legno del Teatro di Marcello, a due passi dal Foro repubblicano, e l’attore fu personaggio e capocomico alternativamente, mise in scena e uscì di scena, si mise a dialogare col pubblico nel bel mezzo dello spettacolo e fondò per tutti i secoli a venire il grande spettacolo del mondo).

 

Attraverso continui rimandi narrativi tutto si consuma intorno alla sua figura, prima incapace, inetta, vittima dei suoi stessi tentativi di restare a galla nella vita, poi trionfante anche nelle situazioni più estreme, quando la vita diventa sogno.

Abbandonata la logica legata allo spazio euclideo a dimensione finita conquista quella infinita di tutte le possibilità.

Appunto il cinema, dunque il sogno, la grande illusione, “l’infinita ombra del vero”.

 

In un infallibile gesto dada, come i bambini sale in cima al mondo e vola giù, approda sul tetto di un treno e corre da un vagone all’altro, attraversa strade, città, campagne e monti senza mai cadere da un motociclo  privo di guidatore, gioca partite a biliardo dribblando da campione la palla n.13, quella esplosiva.

Infine sconfigge il male, fa trionfare il bene e corona il suo sogno d’amore navigando sulla scocca di un’auto che ha perso il motore, ma in compenso ha una bella capote che diventa una vela.

 

Non cerco, trovo” diceva Picasso, e poteva dirlo anche Keaton.

Ci ha fatto scoprire che nel sogno siamo sempre bambini, anche da vecchi.

Forse per questo andiamo al cinema.

Supremo tocco d’ironia nel finale: nella realtà il sogno si avvera.

Mentre lui placidamente sognava inseguimenti à bout de souffle, carambole in diretta senza stuntman, travestimenti da far invidia a Houdini (mentre l’alter ego Plauto ridacchiava compiaciuto in un angolo), la dolce fanciulla amata ha dipanato la matassa e, lei sì da vero segugio in gonnella (ah, le donne!) ha risolto il caso dell'orologio rubato.

E così, mentre il sogno del proiezionista finisce perché accade sempre di svegliarsi prima della fine (e quante volte vorremmo saperla, la fine, ma il sogno non è un racconto, e neppure il cinema lo è) la realtà torna trionfante e stavolta è come la desideravamo.

 

O, almeno, it doesn’t give you what you desire, it tells you how to desire… insiste Žižek.

 

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