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La guerra dei cafoni

Regia di Davide Barletti, Lorenzo Conte vedi scheda film

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La recensione su La guerra dei cafoni

di nickoftime
8 stelle

Mai come questa volta ci sarebbe piaciuto parlare di un film avendo letto il romanzo che lo ha ispirato. Nel caso de “La guerra dei cafoni” di Davide Barletti e Lorenzo Conte, tratto dall’omonimo libro di Carlo D’Amicis, (edito da Minimum Fax) il desiderio si impone non perché la conoscenza del testo impedisca una corretta valutazione della bontà del lavoro effettuato dai registi, peraltro evidente nelle immagini che scorrono davanti agli occhi dello spettatore. Quello che sarebbe interessante conoscere per apprezzare meglio il risultato finale sta infatti a monte, e riguarda il passaggio dalla parola scritta a quella filmata, quando la messinscena dell’ambiente e dei personaggi prende forma davanti alla macchina da presa, creando lo scarto tra l’idea preesistente e la sua interpretazione. Ambientato nella metà degli anni settanta in un paesaggio salentino mai così magico e arcaico, “La guerra dei cafoni” presentava la difficoltà di rendere credibile la sospensione spazio temporale in cui è immersa la vicenda. Perché se è vero che nel modo di vestire dei protagonisti, così come nella scelta dei brani musicali e di qualche soprannome (come quello di Francisco Marinho, esuberante terzino della nazionale brasiliana dei mondiali del 1974 con cui il capo dei benestanti ama farsi chiamare) è possibile rintracciare moda e costumi post sessantottini, ciò non toglie che i registi fanno di tutto per eliminare qualsiasi riferimento a un periodo preciso della storia del Paese. Inoltre, “La guerra dei cafoni” avendo come priorità quella di restituire la visione del mondo di un gruppo di adolescenti cresciuti in una provincia dell’Italia meridionale era alla ricerca di uno sguardo particolare, adatto a questo tipo di condizione.

 

In tal senso le scelte di Barletti e Conte risultano decisive anche a livello produttivo in quanto, ottimizzando i limiti di spesa imposti da un budget da cinema indipendente (anche se tra i produttori associati troviamo  Rai Cinema) “La guerra dei cafoni” risolve la questione da una parte, trasformando il territorio salentino in una sorta di set naturale, dominato dalle caratteristiche di un paesaggio rigoglioso e assolato, non luogo filmato dai registi con l’importanza che si deve a uno degli elementi principali del film, dall’altra, adottando soluzioni visive che senza troppi artifizi restituiscono l’interiorità e il punto di vista dei piccoli guerrieri; parliamo nello specifico delle opzioni cromatiche presenti nella fotografia di Dario Cimatti (Il venditore di medicine), sature di colori primari volte a sottolineare lo stato d’animo di chi vive l’esistenza senza riserve e oltre i limiti imposti dalla ragione, quanto della decisione - mai così azzeccata - di lasciare fuori campo i genitori del bambini - del tutto assenti e mai ricordati dalle parti in causa - atte a restituire il limbo esistenziale dentro  il quale si svolge l'esperienza vissuta dagli inquieti ragazzini. Una dimensione ingenua e fanciullesca che i registi sottolineano nella particolarità di certe inquadrature (ad esempio quelle che riguardano Cugino, boss ante  litteram chiamato dai cafoni per riequilibrare le sorti della battaglia) e più di una volta nella grottesca tipizzazione dei personaggi, come pure nella loro simpatetica umanizzazione; e, non ultimo, nella rappresentazione della cittadina di Torrematta, trasformata dai registi in una sorta di modello nostrano de “L'isola che non c’è”. 

 

Debitore di un  filone della letteratura per ragazzi di cui anche il cinema si è preso l responsabilità di adattare per lo schermo (da “I ragazzi della via Pal” a “La guerra dei bottoni”), “La guerra dei cafoni” lungi dall’esaurire la propria sfera d'influenza nell'ambito del genere di riferimento (romanzo di formazione) si presta  anche a una lettura più matura e “politica”, la quale,nel confronto tra padroni e servi - nella fattispecie, tra i figli dei possidenti terrieri e quelli dei lavoranti, i cosiddetti “cafoni” - ripropone le caratteristiche di una lotta di classe andata realmente in scena  negli stessi anni in cui si svolgono le vicende del film e che, nella tragicità del suo epilogo (possibile metafora dei famigerati “anni di piombo”), suggellato dall’immagine di Mena, la protagonista femminile, intenta ad allontanarsi una volta per tutte dalla propria terra, diventa il simbolo di una disperazione che appartiene a tutti i sud del mondo e non solo a quello della nostra penisola. Per tutto questo e anche per altro "La guerra dei cafoni" e' un film da non perdere.

(pubblicata su taxidrivers.it)

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