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Mad Max: Fury Road

Regia di George Miller vedi scheda film

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La recensione su Mad Max: Fury Road

di Immorale
10 stelle

Max & Mad

George Miller rimette mano al suo personaggio, famosissimo negli anni 80 e che aveva notevolmente contribuito alla notorietà del giovane Mel Gibson. Il riadattamento, non propriamente un reboot ma un film ispirato al mondo ed all’immaginario di Mad Max, viene però attualizzato grazie al sapiente utilizzo di effetti speciali ed accurate digitalizzazioni, ma mantiene intatto il proprio fascino distopico.

 

 

Attrattiva ed immaginari entrati a pieno titolo nel patrimonio collettivo dello spettatore medio (sia d’età che di gusti), che tanto ha influenzato la cinematografia di genere moderna, tale da rappresentare un valido banco di prova per ogni regista action interessato alle medesime tematiche. E seduzioni anche meccaniche, chissà quanti adolescenti dell’epoca sognavano di sfrecciare su una V8 Interceptor (in realtà una Ford Falcon XP GT Coupè del 73’ modificata) o su uno dei bislacchi carri da guerra delle feroci tribù di teppisti “retro-punk”. Trilogia (fino al 1985 dell’allora conclusivo “Mad Max – Oltre la sfera del Tuono”, spesso ingiustamente bistrattato, almeno a parere di chi scrive) che basava la sua fortuna su un’azione sfrenata e su inseguimenti molto spettacolari, questi ultimi su mezzi spesso usati come “ring” su ruote per gli scontri tra i vari contendenti.

 

 

Con questo eccellente 4° capitolo “monstre” si sceglie invece di ampliare il retroterra “sociologico” delle tematiche solo limitatamente percepite precedentemente: se “Interceptor” mostrava il definitivo crollo sociale (e morale) della civiltà e “Il guerriero della strada” era invece quasi uno spin-off, un episodio avulso dal contesto dove tematiche “d’assedio” trainavano il racconto (con qualche ripetizione), “Oltre la sfera del Tuono” traeva le conseguenze di sopravvivenza sociale di un micro-mondo (oscuro) ma riorganizzatosi in società violente e feudali. Da qui, dicevamo, riparte “Fury Road”, dalla sempiterna, immancabile (antistorica ?) voglia dell’uomo forte, che detenga il potere e amministri, anche duramente, la vita dopo il crollo dell’abbondanza di risorse.

 

 

Ci viene fatta conoscere la struttura verticistica della tribù dei “Figli della Guerra”, comandata dall’apparentemente sempiterno (ma infine anch’esso caduco) Immortan Joe, dai suoi familiari e dai sui soldati. Questi ultimi carne da macello anelante il sacrifico estremo per il loro capo, in modo da essere ammessi nel “Valhalla” dei guerrieri. Un potere violento e assoluto, quindi, amministrato in parte grazie ad un fantasioso sincretismo mistico-religioso del culto della personalità ma, soprattutto, grazie al controllo della risorsa più preziosa di tutte: l’acqua.

 

 

Max, in questo contesto, rappresenta l’eroe antico di un western moderno: si manifesta, interagisce e scompare così com’era apparso; uno straniero senza nome antisociale ed erratico per natura, di poche parole e dai modi spicci, rappresenta l’elemento individuale esterno, l’ingranaggio impazzito ed il difetto strutturale di una deriva (totalitaria) comunque definita.

 

 

L’aggiornamento evoluto della saga ne produce forse il suo episodio migliore: l’uso delle moderne tecnologie visive è perfettamente reso, i dialoghi (ottimi) minimi ed essenziali, le coreografie action eccezionali (unica la resa, per chi scrive, dell’incontro/scontro Max/Spose), la regia e la sceneggiatura (entrambe di Miller) ottime e fantasiose (indimenticabile il chitarrista/colonna sonora semovente) e il comparto attori tutto perfettamente in parte.

Quasi da rendere inevitabile l’augurio: alla prossima Max !

 

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