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Il villaggio di cartone

Regia di Ermanno Olmi vedi scheda film

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La recensione su Il villaggio di cartone

di giancarlo visitilli
6 stelle

Lo ha detto presentando in anteprima nazionale a Bari, il suo film Il villaggio di cartone, Ermanno Olmi e ricevendo le chiavi della città in cui ha girato parte del film: “Busserò alla porta e dirò: ‘Sono uno di fuori’”. E queste stesse parole potrebbero senz’altro racchiudere il senso del film, di uno dei più grandi cineasti italiani, che segue il bellissimo Centochiodi (2007).

Se con Nanni Moretti abbiamo seguito il pellegrinaggio di un rappresentante della chiesa, e non uno qualsiasi, che va alla ricerca di sé stesso prima e poi della pecorella smarrita, Olmi, le fa entrare nell’ovile/chiesa le pecorelle. Gli immigrati, quelli che non hanno voce e spazio, la cui vita è ridotta a brandelli e talmente fragile che basta niente per sbriciolarsi. Come il villaggio di cartone.

Il film di Olmi non ha la potenza di Orphans (2008) di Peter Mullan, perché non scoperchia al potere ciò che gli sta in testa, pur tuttavia, divelle, scardina e rivitalizza un luogo, la chiesa, troppo ancorata e racchiusa, a doppia mandata. Così è la parrocchia dove opera il Vecchio Prete (interpretato da un attore sapiente come Michael Lonsdale), che viene dismessa. Anche il Cristo in croce ha smesso di avere la sua “collocazione provvisoria”, come direbbe don Tonino Bello, ed ora è sostituito da tanti cristi in carne ed ossa, che trovano spazio, non nelle preziose teche o avvolti nei vellutati ornamenti sacri, ma nel villaggio che ha per tetto del cartone. Ed è una chiesa che, pian piano (ri)conquista la sua essenza e vitalità: la presenza, innanzitutto. E poi ogni cosa ritorna ad avere il primigenio valore: un battistero che raccoglie l’acqua piovana. La stessa che non riuscirà a purificare il peccato di chi si macchia della colpa della non accoglienza. O quella del dubbio, che coglie lo stesso Vecchio Prete, che rimette in discussione tutta la sua esistenza, il suo servizio, se è stato giusto, utile, dedicare una vita alla fede, vivere distaccato dall’umanità. Un’umanità che non gli mancherà e che andrà a cercare lui. Insieme agli immigrati, quindi, il prete potrà rivivere la stessa natività di un Cristo che “ha preso dimora in mezzo a loro”, in cui il Cristo, la Madonna, san Giuseppe e tutti gli altri personaggi del presepe avranno un nome, un volto e un desiderio: rinascere e vivere dignitosamente. E allora la sacra famiglia è abitata da Mohammed, Aisfhà, Niger, Sciallà e da tanti altri uomini, donne e bambini che dimoreranno in un luogo riconsacrato quasi dalla loro presenza. Sembra la concretizzazione di quel biblico: “E il Verbo s’è fatto carne ed è venuto ad ABITARE in mezzo a noi”. Fuori dalla chiesa, solo alienazione, quella che appartiene a tutti, a quelli che non vogliono vedere (la fitta nebbia) e che si barricano dietro porte e finestre. Tant’è che lo stesso prete, solo quando inizia ad aprirsi agli altri e ad accoglierli nella sua casa e nella sua anima, ch’è il compito proprio della chiesa tutta (laici-politici religiosi-sacerdoti-vescovi), solo allora tutto ha la consistenza e la solidità di un qualcosa che non può disfarsi, sfaldarsi, sbriciolarsi. Come il cartone.

Ancora una volta Olmi è essenziale, centellina anche le parole, anche attraverso una recitazione che fa funzionare per sottrazione, molto teatrale, perché “ciò che conta è la realtà delle cose e non sono gli orpelli che la abbelliscono o la nascondono” come ha sostenuto lo stesso regista, che ricorderemo per la sua fede nell’uomo, sostenuta da un’indimenticabile battuta nel film: “Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare del bene non serve la fede”. Se non quella nella vita, dove non c’è distinzione alcuna fra migrante e stanziale. Fede nell’umanità. Di passaggio.

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