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Benvenuti a Cedar Rapids

Regia di Miguel Arteta vedi scheda film

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La recensione su Benvenuti a Cedar Rapids

di PompiereFI
6 stelle

Completamente snobbato dalla distribuzione di casa nostra (che ha favorito i giocattoloni di Michael Bay) e pressoché ignorato da gran parte della stampa specializzata (anche se oggi trovare del genuino giornalismo cinematografico è difficile come bere un bicchiere di maraschino in presenza di Amy Winehouse), “Cedar Rapids” ha bussato alle porte chiuse dei cinema(tografari). E nessuno gli ha aperto. In perfetta corrispondenza col personaggio principale, quell’imbranato di Tim Lippe (Ed Helms), sincero assicuratore che ha costruito una clientela tutta sua nella provincia americana. Anche lui ha a che fare con una moltitudine di porte chiuse: quelle precluse dagli altri e quelle interdette dai suoi limiti.

Superati i trent’anni è ancora un ragazzo, cresciuto senza particolari qualità. Nessuna speranza, sogno o aspirazione all’orizzonte. Lippe non ha mai fatto una vacanza. Si è accontentato di un rapporto (per lui amoroso, per lei sessuale) periodico con Macy, una vecchia maestra delle medie (Sigourney Weaver), ed è cresciuto in un mondo a parte, fatto di gingilli e peluche. Solo il garbo che mostra nel lavoro lo tiene a galla, in questa realtà del tutto distorta e insana.

La compagnia assicurativa di Brown Valley, dove si guadagna il pane, è attaccatissima alle tradizioni. Vince da tre anni consecutivi il Two Diamonds Award, premio considerato tanto nobile che dovrebbe gratificare chi offre soluzioni assicurative di alta qualità, mantenendo l’impegno nei confronti della comunità, della nazione e di Dio. Solo che il mister che di solito seguiva annualmente la convention rimane vittima di un brutto incidente, tanto che il capo della filiale decide di inviare Tim al suo posto.

Tutti gli altri assicuratori sono a Cedar Rapids per evadere dalla realtà, vedono il soggiorno come un’occasione per una pausa ricreativa dal lavoro. Ma Tim no. Lui ha come unico intento quello di vincere il “Due Diamanti”. Alla riunione però partecipano ben cinquanta nuove agenzie, e cercare di imporsi sarà un vero massacro…


Apostrofato nei modi più disparati [“Supercasco” dall’attraente agente assicurativa Joan (Anne Heche), “Tim Ball” dal rivoluzionario e curioso compagno di stanza Dean (John C. Reilly), e “Rabarbaro” da una prostituta dal cuore d’oro], Lippe è ben reso sullo schermo dalla faccia stranita di Helms. Uno che di stravaganze se ne intende, avendo interpretato entrambi gli episodi di “Una notte da leoni”. Qui si parla di animali simili, tanto che il protagonista si trasforma da gattino a puma, per finire a identificarsi in una tigre che graffia la schiena della corruzione. Tim ha inizialmente un andamento vitale molto basso, non conoscendo altre donne all’infuori della sua insegnante, essendo astemio e non avendo mai preso un aereo. Custodito come un infante immaturo, mite e contento della sua condizione sociale, è inconsapevole di ciò che sta per riservargli il soggiorno a Cedar Rapids. Una volta giunto a destinazione, la sensazione di entusiasmo che lo circonda trascina anche lo spettatore.

Tutta colpa (o merito) dell’immane spensieratezza di Dean, nel cui personaggio Reilly si cala benissimo, con un atteggiamento brillante e farsesco; scheggia impazzita che sfugge alle ortodossie di un incontro di lavoro fin troppo plastificato. Mentre la Weaver, pur stando poco in scena, non suscita quella simpatia e ammirazione che ci si attenderebbe da una grande attrice.

Il regista portoricano Miguel Arteta tira su un filmetto da un’ora e mezza scarsa, con una buona dose di compassione e con un imprevisto e non banalissimo brio esistenziale. Percorso di formazione e maturazione nel breve lasso di un week-end molto sbilenco, squilibrato nel contenuto e nella rappresentazione, spesso troppo sopra le righe, a volte distratto e di bassa lega, lo spettacolo passa da un Wes Anderson quasi d’annata a un rimasticamento triviale dei fratelli Farrelly: tratti altruisti, sinceri e piacevoli si alternano ad altri eccessivamente ricchi di banalità.

Per fortuna che la sceneggiatura non liquida mai i suoi personaggi; qualche volta appesi a un filo sottile, tuttavia soccorsi da uno spirito mordace e da concreti stock passionali.

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