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Fast Food Nation

Regia di Richard Linklater vedi scheda film

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La recensione su Fast Food Nation

di mc 5
8 stelle

In questa mesta estate cinematografica escono col contagocce anche films interessanti come questo "Fast food nation", opera di un regista come Richard Linklater autore di film intelligentemente commerciali quali "Before sunset" e "School of rock", ma anche di lavori coraggiosi e singolari come "A scanner darkly": insomma, un regista mai banale. Il titolo (e il manifesto) dicono già tutto, e quell'hamburger piazzato lì in primo piano e' già un documento programmatico. In realtà il film e' tratto da un libro di inchiesta e dunque l'idea originaria era quella di un documentario, poi si cambio' idea soprattutto sotto l'influenza di Malcom Mc Laren: sì proprio lui, QUEL Mc Laren, lo stesso che decenni or sono aveva architettato la "Grande truffa del rock'n'roll" ed era stato manager dei Sex Pistols; in tutti questi anni Mc Laren non ha mai smesso di fare l'agitatore culturale e qualche anno fa si era perfino candidato alle elezioni municipali di Londra...Questo e' uno di quei film dietro cui c'e' un sincero impegno collettivo da parte di tutti coloro che vi hanno preso parte, compresi gli attori (alcuni sono stelle di Hollywood) che, avendo in comune l'odio verso un deprecabile sistema alimentare, hanno prestato la loro partecipazione accettando le paghe minime sindacali, anzichè i soliti cospicui ingaggi da divi. E si direbbe trattarsi di uno schieramento trasversale, se consideriamo che nel gruppo c'e' anche un attore notoriamente reazionario come Bruce Willis. Quando si dice un cast ricchissimo...Greg Kinnear fresco della vasta popolarità acquisita da noi con "Little Miss Sunshine". Ethan Hawke (il quale non perde occasione ad ogni intervista di atteggiarsi ad "intellettuale liberal"). Catalina Sandino Moreno, che e' sempre caruccia ma che qui non pare sforzarsi granchè. Luis Guzmàn, volto notissimo di ottimo caratterista in ruoli da malavitoso ispanico. Patricia Arquette qui quasi irriconoscibile. Ma vorrei spendere qualche parola in piu' per un vecchio cowboy che sta invecchiando meravigliosamente bene: Kris Kristofferson (lui sì! altro che i fighetti "snob liberal" come Hawke...). Le parole che la sceneggiatura gli mette in bocca, sono intimamente convinto che rispecchiano il VERO pensiero di questo "grande vecchio" di Hollywood, un uomo che nella sua lunga vita ha incrociato il suo destino con quelli di gente come Janis Joplin, Johnny Cash, Dennis Hopper, Willie Nelson, Bob Dylan, Barbra Streisand, Paul Mazursky, Michael Cimino, Sam Peckinpah...e scusate se è poco. Quanto alla sgallettata-anoressica Avril Lavigne e' evidente che il suo cammeo e' solo uno specchietto per le allodole, e non aggiungo altro. Il film non e' un capolavoro, ha momenti altalenanti, ma nel suo complesso e' gradevole e coinvolgente, ma -soprattutto- il suo messaggio arriva forte e chiaro. Ed e' un messaggio tendente a rendere consapevoli gli spettatori di cosa c'e' dietro un comune "Big Burger": vicende di drammatico sfruttamento di persone ed animali. Ma e' inutile spendere altre parole su questo aspetto: il senso sta tutto in quelle poche parole (durissime, disincantate, deluse ma non rassegnate) pronunciate nel film da Kristofferson: sono semplicissime, ascoltatele con attenzione. Emblematica la figura rappresentata da Bruce Willis: uno che, cinicamente, crede fino in fondo ad una valutazione della realtà legata UNICAMENTE all'economia ; praticamente quello che un militante no-global indicherebbe come un "Servo dei servi" (definizione che, pur essendo io alieno da ogni forma di estremismo, in questo caso mi sentirei di condividere). Naturalmente, ma non c'era nemmeno bisogno di dirlo, in USA per Linklater sono fioccate le accuse di "remare contro" il proprio paese e la propria patria: come per Michael Moore, appena si toccano i nervi scoperti del "meccanismo", scattano le controffensive, attuate con mezzi, anche finanziari, ben maggiori, tendenti a gettare discredito sull'individuo.
Concludo con un cenno alla suggestiva colonna sonora, curata da un gruppo "indie" americano (provengono da Tucson) piuttosto noto agli appassionati della scena rock indipendente: i "Friends Of Dean Martinez".

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