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The Terrorizers

Regia di Edward Yang vedi scheda film

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La recensione su The Terrorizers

di Azrael
7 stelle

Film profondamente post-moderno che mette in scena con lucidità glaciale il soffocante vuoto metropolitano, una parabola esistenziale sull'individuo nel chaos nascente del tardo capitalismo post-industriale. 

 

L'ambientazione è emblematica in tal senso, Taipei. Una grande metropoli orientale che come tante altre ha subito una fulminea parabola ascendente con l'avvento dell'industrializzazione, della predatoria società di mercato e i suoi nuovi idoli. I personaggi del film sono come figure allegoriche, delle macchie astratte, che incarnano questo topos in via di consolidamento: quello del nuovo sub-umano metropolitano, privato di qualsivoglia vocazione identitaria e inghiottito da forze più grandi e incontrollabili, come i grattacieli di cui è difficile scorgere la cima. Il medico arrivista, la scrittrice depressa, il fotografo insoddisfatto in continua ricerca di nuovi stimoli. Altri personaggi (la ragazza gangster) sono chiaramente presi in prestito dal filone action made in Hong Kong. Ma qui Yang già percorre una nuova via: la stessa che percorreranno Tsai in patria e Wong proprio ad Hong Kong. L'individuo come anima perduta, l'opprimente metropoli tardo-capitalistica e il senso di smarrimento come vuoto, che si spinge fino ad alterare il contatto con la realtà, ad offuscare i sensi per dare spazio a sequenze alienanti, oniriche. 

 

Il film arranca nel ritmo (il nuovo topos in costruzione è ancora acerbo, troverà consolidamento nel decennio successivo), seppur probabilmente non rendendosi conto dell'influenza enorme che si porta già appresso. Sono ritagliati numerosi fermi immagine, scene di grande forza espressiva che immortalano anche una profonda disperazione. Ma l'angoscia qui si esprime nei pianti repressi, in una lacrima che scende lentamente, in un colpo di pistola che taglia il silenzio, nel silenzio stesso. 

 

Sono inoltre numerose le innovazioni tecniche anch'esse poi affinate da questo tipo di cinema asiatico, che troverà un'estetica ben definita di questo nuovo esistenzialismo metropolitano nella giungla di ferro urbana. La frammentazione dei tempi della narrazione, le trovate meta-narrative che mettono insieme fiction e realtà nella fiction, creando un vero e proprio gioco di specchi (la città che si specchia su se stessa nella scena della finestra, un riflesso che è reale ma anche irreale in quanto non afferrabile e non concreto, eppure presente e opprimente nel suo inghiottire i personaggi senza una via d'uscita) che implode nel notevole finale (di nuovo, a cavallo tra realtà e sogno, o tra sogno e allucinazione) e conclude il film con un senso di profondo disagio. Lo spettatore si trova anch'esso destabilizzato, inghiottito dalla presenza dei grattacieli, dagli interni asfissianti e asettici di stanze vuote, soffocato da una forza sconosciuta che è sempre più difficile discernere. 

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