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Rashômon

Regia di Akira Kurosawa vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Rashômon

di omarito99
7 stelle

Non è tutto oro ciò che è orientale e datato, contestualizzare non deve significare assolvere da eventuali imperfezioni i film che sono stati pioneri di un qualcosa.

 

Film perfetto per ricordare coma la riverenza artistica a priori sia stupida. Se l'oggettività non può esistere su ciò che si è realmente vissuto figuriamoci nel giudicare un oggetto artistico.

 

Prima dell'inizio delle riprese di Rashomon i tre assistenti alla regia andarono a trovare Kurosawa. Erano tristi perché non avevano capito la storia.

"Se lo leggete diligentemente dovreste essere in grado di capirlo perché è scritto con l'intenzione di essere comprensibile". Non se ne andarono.

"Crediamo di averlo letto attentamente e ancora non lo capiamo affatto".

Questo può aiutarci a capire la novità che questo film rappresentò all'epoca. Non è difficile comprenderne lo status di capolavoro indiscusso: introduce una nuova struttura narrativa che antepone la concezione filosofica del relativismo sull'andatura lineare. Tre flashback discordanti sulla stessa situazione, tre diverse versioni e nessuna soluzione oggettiva. L'assunto filosofico è grandissimo: vuole insegnarci a dubitare anche di ciò che crediamo aver visto. Kurosawa sbaglia nel provare a generare tensione su un'unica situazione ripetuta da diversi punti di vista: l'ending della faccenda viene subito svelato, e il procedimento narrativo non verte sul voler scoprire la verità quanto sull'evidenziare l'inaffidabilità delle diverse versioni. Può davvero esserci pathos in una situazione rigirata da diversi punti di vista e di cui conosciamo già il finale?

I focus d'interesse dei diversi racconti vengono enfatizzati con una recitazione gonfiata (il renderla così teatrale non è dovuto a un fattore culturale - lo dice Kurosawa stesso - ma è per sottolineare emozioni che ritengo sarebbero filtrate comunque, anche in maniera più sottile) e una gestione dei tempi dilatata (in esempio la rappresentanzione della paura umana che emerge nel racconto del boscaiolo: il pavido e goffo scontro fra samurai e brigante viene esasperato fino a diventare stancante e didascalico).

Il medium viene utilizzato senza aver stabilito una regola di scrittura che lo giustifichi: viene introdotto con un dialogo come se nulla fosse, senza approfondire le cause che rendono questo episodio metafisico possibile. Il film ha un forte gancio con la realtà, non può essere così facilone nell'inserire un elemento trascendente.

Considero il finale svilente e tematicamente sbagliato. Le questioni a cui ci sottopone Rashomon hanno a che fare con caratteristiche legate all'indole dell'uomo, quindi antropologicamente irreversibili, quindi universali. I tre protagonisti del fattaccio (moglie, samurai e brigante) sono sbandieratamente vili, egoisti ed egocentrici: tutti e tre si auto accusano quasi a voler difendere la loro forza prima della loro innocenza. Il boscaiolo, che viene invece disegnato come uomo retto (ripete di non riuscire a capire, riferendosi ai tre inumani racconti dei protagonisti), nel finale confessa di essere stato testimone diretto ma di non averlo riferito durante il processo per evitare il rischio di esserne coinvolto. Nel raccontare ciò che ha visto realizza di essere anche lui peccatore, avendo rubato alcuni degli oggetti delle vittime. Questo esalta l'irrimediabile corruzione umana. Considero quindi logicamente ingiustificato l'inserimento del bambino abbandonato perché riduce la questione ad un qualcosa di confusamente generazionale, riponendo una speranza verso il futuro che appare gratuitamente ottimistica se ciò che si è stabilito fino a quel punto non risparmia nessun personaggio (essere umano; specie) da una corruzione etica e morale.

 

P.S. Lo script non è originale ma deriva da un racconto di Akutagawa e non lo dico per sminuire il valore del film.

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