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Il delitto di Giovanni Episcopo

Regia di Alberto Lattuada vedi scheda film

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La recensione su Il delitto di Giovanni Episcopo

di LorCio
8 stelle

Nel centenario della nascita del grande Alberto Lattuada, pare opportuno, come sempre in questi anniversari, tornare all’opera che ha lasciato nel corso d’una carriera lunga mezzo secolo, difficilmente catalogabile nel grande manuale del cinema italiano e soprattutto costellata di risultati sovente esimi.

 

Come questo Delitto di Giovanni Episcopo, che se da una parte è un tipico e distinto prodotto calligrafico del dopoguerra almeno formalmente, tale è la cura della messinscena, l’apporto prezioso di collaboratori d’alta scuola (fotografia di Aldo Tonti, scene di Dario Cecchi, costumi di Gino Sensani) e la narrazione popolare (sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Piero Tellini, Federico Fellini, Lattuada e Aldo Fabrizi), dall’altra è un inconsueto adattamento dannunziano che presenta molti elementi di un certo interesse.

 

Innanzitutto l’ambientazione che coniuga la modestia piccolo borghese dell’impiegato ministeriale con una serie di topos (la camera ammobiliata inevitabilmente meschina, gli archivi in cui lavorano gli uomini naturalmente umili, il ritorno alla povertà nella seconda parte con i lavori più miseri) allo sfarzo a cavallo tra otto e novecento col trionfo della poi fallimentare borghesia e la progressiva caduta dell’imbarazzante nobiltà italiana.

 

Il cosiddetto cinema calligrafico italiano ha giocato assai su questa dicotomia e sul perché la borghesia italiana non ha saputo imporsi come ceto dominante (sostanzialmente per aver voluto emulare il peggio dell’aristocrazia inetta e boriosa) e qui Lattuada riesce a dosare abilmente la critica ad un mondo di piccoli impiegati rampanti e cinici (ben rappresentati dall’allora caratterista Alberto Sordi nei panni del vanitoso Doberti) e il disprezzo per gli avventurieri tra monde e demi-monde.

 

La squallida tresca tra Roldano Lupi (che non impersona un nobile ma rappresenta il lato di quel mondo opportunista e fraudolento) e Yvonne Sanson (principessa del demi-monde, sgualdrina ambigua e maliarda) è un luogo comune della letteratura del periodo e i volti dei due divi d’altri tempi si accordano con grande efficacia alla terribile ed angosciante macchinazione ordita ai danni del povero cristo protagonista.

 

Era un cinema di facce, lo star system all’amatriciana tra gli anni trenta e quaranta, e le facce di Lupi, Sanson, Nando Bruno (l’onesto collega coi baffi rassicuranti) ed Ave Ninchi (in uno strano ruolo di cattiva) sono credibilissime in questo racconto un po' melodrammatico quasi noir nella ricerca di una sintesi tra stilizzazione fotoromanzesca (Lupi e Sanson su tutti) e verità popolaresca (Bruno e Ninchi diciamo), tra illustrazione pregiata e profondità emotiva.

 

Ovviamente il film appartiene soprattutto a Lattuada, certo, e al magistrale Aldo Fabrizi in uno dei ruoli più importanti del suo sottovalutato percorso artistico, unico attore in grado di conferire al povero Giovanni Episcopo la straziante consapevolezza dell’uomo solo, buono, represso e disperato, che recita di sottrazione con gli occhi e con le mani.

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