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Amanda Knox

Regia di Robert Dornhelm vedi scheda film

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La recensione su Amanda Knox

di Spaggy
2 stelle

La storia raccontata dal tv movie della rete televisiva americana Lifetime, con target prettamente femminile, è purtroppo nota sia in terra italiana sia oltreoceano: si ripercorre l’iter giudiziario che ha portato alla condanna della studentessa americana Amanda Knox, accusata di aver assassinato nel novembre del 2007 l’amica inglese e coinquilina Meredith Kercher. Stando alle cronache processuali, “Foxy Knoxy” (il soprannome scolastico dell’americana, rispolverato per l’occasione dai mass media), in compagnia del fidanzato italiano Raffaele Sollecito e con la complicità dell’ivoriano Rudy Guede, ha ucciso la ventiduenne Mez, in seguito ad un raptus d’ira scatenato dall’ennesima discussione e da un tentativo di violenza sessuale cui la giovane inglese ha cercato di ribellarsi. A fine processo, i tre furono condannati con pene che oscillano dai 26 anni inflitti all’americana ai 16 anni di Guede, l’unico ad aver ammesso il reato contestato.
 
Collocandosi in quel filone che possiamo definire tv del dolore (o più volgarmente sciacallaggio mediatico), il film supera diverse volte la linea di confine tra il resoconto dei fatti e la presa di posizione, restituendoci spesso l’immagine della Knox come vittima del sistema giudiziario italiano definito più volte nel corso della storia come “malato, insano”, senza tralasciare l’accusa al peso avuto dai mass media italiani nel trattare la vicenda. Sembra quasi che l’opinione pubblica americana voglia addossare responsabilità oggettive che in realtà dovrebbero essere solo soggettive, tant’è che una delle carte giocate dalla famiglia della Knox, intervenuta ovviamente in difesa della ragazza, è la guerra via mezzi di informazione: ad ogni accusa mossa dai giornali nei confronti dell’americana corrispondevano accuse mosse dalla stampa statunitense al procuratore Mignini, responsabile delle indagini sul caso Kercher. Ovviamente il prodotto statunitense sposa la tesi innocentista e cade il più delle volte in contraddizione nel tratteggiare il quadro psicologico di Amanda. Per certi versi è come se la vittima dell’intera storia non fosse Mez, brutalmente uccisa con un taglio alla gola, ma Amanda, con le sue debolezze, paure e carenze affettive.
 
La storia si apre sulla scena del crimine, al momento dell’arrivo della polizia postale. E già qui si nota il primo vuoto di sceneggiatura: non viene mai spiegato perché gli agenti arrivino nei pressi dell’abitazione che la Knox divideva con Meredith e altre due amiche italiane (chi ricorda la cronaca di quei giorni convulsi sa bene che la polizia postale arrivò sul luogo dopo che su segnalazione aveva trovato due telefoni cellulari riconducibili alla Knox e Sollecito). Di errori da quel momento ne verranno commessi tanti, sia da parte degli inquirenti sia da parte degli accusati ma il regista preferisce girare il volante verso una sola direzione facendo partire un lungo flashback in cui viene mostrata la vita di Amanda a Seattle, sua città d’origine. Studentessa modello, ex giocatrice di calcio, commessa presso una caffetteria italiana e con la voglia di perfezionare i suoi studi presso un’Università per Stranieri in Italia, appena mollata dal fidanzato: Amanda è descritta come la classica ragazza con i piedi per terra, sensibile e fortemente motivata, con la giusta dose di ambizione alla realizzazione personale. Si celano i punti oscuri della sua personalità, l’uso di sostanze stupefacenti o l’idea del sesso come divertimento, la manipolazione psicologica delle persone con cui entra in contatto. Ed è chiaro che omettendo questi piccoli particolari l’arrivo in Italia della ragazza appare come l’entrata di un vorticoso girone infernale: nel giro di poche settimane sa dove procurarsi marijuana e hashish, ha un ragazzo con cui già dalla prima sera consuma rapporti sessuali al limite del perverso e della promiscuità  (si parla di uso di vibratori o rapporti multipli, citati anche durante il corso del processo, tanto che in prigione venne sottoposta anche ad un test per l’HIV) e non passa sera in cui non sia ubriaca o su di giri. Ovviamente bisognerebbe prendere le distanze da entrambe le tesi, considerando che la ragazza ancora oggi continua a negare questa condotta di vita.
 
In breve tempo le indagini italiane portano a prove inconfutabili nei confronti di Amanda e Raffaele ma prima di arrivare a ciò la ragazza imbastisce una serie di bugie atte a depistare gli inquirenti. Peccato che nel film gli inquirenti siano mostrati come nel classico poliziesco degli Anni Settanta, per cui si assiste a lunghi interrogatori nervosi e nevrotici in cui agenti di polizia, ispettori e procuratori si esprimono solo urlando, usando un lessico quasi elementare e vernacolare, ricorrendo alle maniere forti, apparendo così come degli inetti in mano alle prove deboli su cui basano i loro indizi (4 o 5 cellule di dna, testimonianze tronche e inattendibili). Il cliché per gli americani è sempre lo stesso: una stanza buia, una lampada al neon puntata sull’accusato e mezzi poco ortodossi per estorcere una mezza confessione. Niente da stigmatizzare invece sull’arte di Amanda di eludere momenti e pathos, sembrando quasi distaccata da tutto ciò che avviene intorno a lei. Si mostra Amanda che scherza col fidanzato pochi minuti prima di essere interrogata o che si diverte in esercizi ginnici per ingannare il tempo mentre attende che finisca la deposizione del fidanzato. Per di più, il qualunquismo americano porta subito a delle affermazioni quanto mai discutibili: i fotografi diventano tutti “paparazzi”, ad esempio, dimenticando che non ci si trova di fronte ad una star del cinema o della musica.
 
Stupisce anche l’uso che si fa dei media, della televisione e dei giornali in primo luogo, durante il film. Si mostrano servizi e immagini dai tg di mezzo mondo, si leggono prime pagine dei giornali, si criticano e si contestano per poi invece richiamarli al servizio della difesa della Knox. E si richiamano i media americani, capaci di arrivare dritti all’opinione pubblica e scatenare un meccanismo a catena che porta due differenti Paesi su livelli quasi di incomunicabilità. Diventa uno scontro tra ottica americana e ottica italiana, dal sistema giudiziario ai media e si tralascia il ruolo chiave del terzo Paese coinvolto nella vicenda, l’Inghilterra. Ci si dimentica tanto della vittima che non si ha cura del mostrare fotomontaggi dell’esame autoptico con il primo piano della gola tagliata della Kercher, così come pochi scrupoli accompagnano un flashback di pochi secondi in cui si intravede l’aggressione a Mez, colpevole di giudicare troppo superficiali le abitudini sessuali e igieniche della Knox. Sembra quasi che l’omicidio sia stato un incidente involontario nel percorso fragile e pieno di paure della piccola Amanda. E a sostegno di ciò arrivano anche le figure dei genitori della ragazza, in primis la madre, dipinta come novella madre coraggio, combattiva fino al punto di saltare le gerarchie e di colloquiare direttamente con sindaci, procuratori e ambasciatori.
 
Involontariamente si sorride di fronte alle cadute di stile e agli elementi fallaci sia della recitazione sia della messa in scena. Non si capisce, ad esempio, perché i protagonisti della vicenda intercalino il loro americano con espressioni o parole italiane buttate a casaccio a Perugia. Se credibili appaiono i “buongiorno” che Amanda pronuncia nella caffetteria di Seattle, paradossali diventano i “buongiorno”, “signorina”, “permesso”, “ergastolo” che compaiono in ferrati dialoghi madrelingua. Qualcuno poi dovrebbe mostrare al regista e al cast come avvengono i colloqui all’interno delle carceri italiane: si è americanizzato anche quel contesto, quell’habitat, per cui scompaiono celle, sbarre e vetri divisori. Così come qualcuno dovrebbe avvisare gli sceneggiatori che il film risulta incomprensibile a chi non ha dimestichezza con la cronaca: salti temporali, personaggi abbozzati, psicologie superficiali e domande senza risposta rendono il lavoro poco credibile. E ciò stupisce: al copione ha lavorato Wendy Battles, una delle menti creative delle serie tv “CSI: New York” e “Law & Order”.
 
Il cast è prettamente televisivo e più che sulla prova degli attori gioca sulla loro somiglianza con i personaggi reali, per cui vedere Hayden Panettiere e Paolo Romio nei panni di Amanda e Raffaele provoca anche un profondo fastidio emotivo mentre il premio Oscar Marcia Gay Harden, nei panni della madre della Knox, riassume in sé tutto ciò che la tv dei talk show pomeridiani ci ha regalato negli ultimi anni. La sua prova infatti è infarcita di faccette e sguardi compassionevoli che sembrano rubati alla migliore Barbara d’Urso.
Il risultato alla fine finisce con l’affievolire parte delle polemiche nate prima della sua trasmissione: chi ha approfondito la vicenda non si lascia certo abbindolare dalla malafede. Il rischio è semmai che possa acuire il senso di superiorità che la classe media americana sembra avere nei confronti del resto del mondo.


Un’ultima constatazione: questo sciapo filmetto dimostra come spesso certi eventi vadano non toccati, soprattutto se le storie e le vicende non sono ancora del tutto concluse. Rimarranno forse solo le immagini di una Perugia da cartolina, tra vicoli medievali e concerti di musica classica. Almeno è quello che si spera.

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