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El sicario: Room 164

Regia di Gianfranco Rosi vedi scheda film

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Davide Schiavoni

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La recensione su El sicario: Room 164

di Davide Schiavoni
8 stelle

L'approccio registico è chiaro e preciso: una selezione delle scene diretta a filtrare i momenti più pregnanti e alcuni intermezzi sui luoghi oggetto della vicenda o con schermata nera, come fossero pause per far rifiatare dal profluvio d'informazioni da cui s'è investiti. Il resto è lasciato al racconto vero d'un ex sicario che, col volto coperto, narra i suoi ultimi 20 anni davanti alla mdp pressoché fissa. 
La realtà dei fatti è così brutale, atroce e significativa che non abbisogna d'alcun artifizio o stilema d'autore: le riprese piatte, apparentemente amatoriali, sono null'altro che strumentali a concedere il più ampio respiro all'uomo di fronte all'obiettivo e alle sue parole: filmico e profilmico si condensano unicamente in tali elementi, i quali erompono nel loro pieno vigore senza il supporto d'alcun ulteriore espediente cinematografico, che, anzi, risulterebbe d'ostacolo, d'impaccio, riduttivo e sminuente. 
La location, la camera d'un motel -teatro d'un sequestro di persona- al confine tra il Messico e gli U.S.A., è già di per sé fatalmente emblematica, richiamando la borderline su cui si dipana la storia del killer. E per sineddoche la Storia della umanità intera segnata, come esemplato dalla connivenza tra narcos, politica e forze dell'ordine, dall'indistinguibilità di buoni e cattivi. Facile sorprendersi spiazzati dinanzi all'incredibile contrasto d'un soggetto che, seppur reo delle più efferate empietà, nel descrivere gl'agghiaccianti delitti manifesta una parte di sé docile, indifesa e puerile, amplificata dalle infantili illustrazioni di cui si serve, quasi fosse un bambino, per rimarcare e avvalorare ogni singolo concetto. Al termine del filmato s'avverte la netta impressione d'aver ascoltato un individuo dalla psiche altamente influenzabile e suggestionabile, abitato da crudeltà innocente (o innocenza crudele): un individuo che per 2 decadi è stato agl'ordini d'un boss della mala e d'un sistema che lo ha corrotto e forgiato a proprio uso e consumo, per poi passare, in virtù di repentina conversione, al servizio di ben altro capo. Rectius del capo per antonomasia: il Signore.
L'occhio della cinepresa è neutrale, "indifferente", e lascia in toto allo spettatore le valutazioni del caso. Ma anche stavolta la realtà si rivela essa stessa intrinsecamente simbolica e paradigmatica: se da un lato l'incappucciamento costituisce un pratico mezzo di preservazione dell'incolumità, dall'altro sembra alludere all'idea di persona intesa nel senso di maschera, cioè del ruolo che chiunque si trova ad incarnare per l'agire d'un cieco destino. L'identità del sicario, dunque, è a prescindere un dato insignificante e superfluo: dietro quel velo, a bocce ferme, potrebbe celarsi ciascuno di noi. 
Arduo un apprezzamento pure sull'opera in questione, oscillante lungo la labile linea che divide l'anticinema dal cinema par excellance. Ma al di là di tutte le possibili considerazioni, non può non riconoscersene il pregio d'unicum nell'ambito della c.d. 7° arte.

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