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The Shape of Things

Regia di Neil LaBute vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su The Shape of Things

di degoffro
7 stelle

L’altro lato della medaglia di “Nella società degli uomini” con cui costituisce un tagliente e crudele dittico sullo stato delle relazioni umane, secondo il regista e commediografo Neil LaBute (a questi due film, per un quadro ancor più completo, si dovrebbe aggiungere anche il poco riuscito “Amici & Vicini”, di cui qui ritorna l’iniziale ambientazione al museo).

Adam, timido ed introverso studente di letteratura al Mercy College, lavora come guardia di sicurezza al museo locale. Qui incontra per caso l’eccentrica Evelyn, frequentatrice di un master in belle arti e pronta a preparare il suo progetto di tesi di laurea. Evelyn ha attirato l’attenzione di Adam, superando il cordone intorno ad una statua, con l’intenzione di deturparla. “Non mi piace l’arte non vera”, sbotta. E’ infatti infastidita dalla foglia di gesso aggiunta sulle parti intime della statua, rappresentante una divinità, dopo le imbarazzate lamentele dei cittadini locali. Dopo una rapida chiacchierata, Adam trova il coraggio di invitare a cena Evelyn e rimane sorpreso, oltre che lusingato, quando la ragazza accetta. Adam infatti è ben consapevole della sua goffaggine, tanto da confidare ad Evelyn, in un momento di intimità: “Tu sei un territorio un po’ inesplorato per me.” I due iniziano a frequentarsi con regolarità e Adam accetta di seguire i suggerimenti che Evelyn, giorno per giorno, gli propone per migliorare il suo aspetto. Jogging per dimagrire, cibo vegetariano, diverso taglio di capelli, lenti al posto degli occhiali, radicale cambio di look (via la vecchia giacca da pensionato da cui sembrava inseparabile per un abbigliamento più giovanile e fresco), basta con le unghie mangiate, persino una plastica al naso. La coppia di amici Phil e Jenny, prossimi alle nozze, sia pure tra qualche titubanza ed incertezza, reagisce diversamente al progressivo e radicale cambiamento di Adam. Il primo, convinto che Adam sia “la persona meno audace che io conosca”, oltre che, quanto ad abitudini, “ripetitivo come un disco rotto”, è piuttosto duro con l’amico: “Ti ha tagliato i capelli, ti ha fatto un pompino e ora sei il suo pupazzo!”. L’amica del cuore Jenny, invece, a cui Adam non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi, è piacevolmente sorpresa dall’influenza positiva di Evelyn, tanto da affermare convinta: “Quella ragazza è il messia!”, riconoscendo come Adam, oltre ad essere il solito ragazzo adorabile, fisicamente sia diventato anche assai appetibile. Quando tra Adam e Jenny scoppia la scintilla, il rapporto fra i quattro si complica maledettamente tra incomprensioni, tradimenti, ripicche e rivelazioni. Alla mostra di presentazione del suo progetto di laurea, Evelyn farà chiarezza.

C’è probabilmente una certa perversione nel tratteggiare personaggi così amorali, opportunisti e discutibili, ma senza dubbio LaBute sa bene di cosa parla nella sua analisi, spietata e cupa, ben poco rassicurante, nonostante i prevalenti toni da commedia, della spesso umiliante battaglia fra i sessi. Il regista, dopo la simpatica e riuscita parentesi del delizioso “Betty love” e l’inutile ed impersonale “Possession”, partendo da un soggetto che richiama il suo esordio e, complici quattro ottimi attori che si lanciano, con sorprendente disinvoltura, in un sadico gioco al massacro (spiccano in particolare l’impudenza sfacciata di un’inedita Rachel Weisz, anche produttrice, e l’”adorabile” trasformismo di un magnetico Paul Rudd, già interpreti della pièce a teatro), firma la sua personale versione, riveduta e corretta al nero, del Pigmalione di Bernard Shaw (citato peraltro espressamente). Ne esce un saggio velenoso, disincantato e perfido sull’arte della manipolazione e della seduzione, sull’illusione, l’inganno e la soggettività dei sentimenti (“Tutto è soggettivo” si ripete nel film), sulla capacità e/o volontà delle persone di rendersi desiderabili per gratificare se stessi e compiacere l’altro, da cui ci si lascia volentieri ed inconsapevolmente affascinare e plasmare, “con le giuste sollecitazioni, soprattutto di carattere sessuale”, arrivando persino a negare se stessi e quello che si è stati, sulla base comunque di scelte libere, mai imposte. Si costruisce così una nuova esistenza/immagine di se stessi, basata esclusivamente sulla menzogna e sull’apparenza: “un esempio vivente e parlante della nostra ossessione per la superficie delle cose, per la loro forma.

Entrare nella storia non è facilissimo, anche perché l’evidente origine teatrale, all’inizio, ha un effetto quasi respingente, causa dialoghi didascalici e pretenziosi, un’impostazione rigorosamente schematica ed una messa in scena statica. La tesi è portata all’eccesso, alcuni passaggi sono quasi caricaturali o prevedibili, la postilla conclusiva con l’ultimo confronto tra i due protagonisti è di troppo, la proverbiale misoginia di LaBute si fa ancor più esplicita. Il meccanismo, forse, nel finale è fin troppo scoperto, un sospetto di calcolato cinismo e di furbastra cattiveria serpeggia, come spesso capita nell’opera dell’autore, la riflessione sulle potenzialità dell’arte e i limiti fino a cui può spingersi un artista suonano un po’ facili e grossolane (“I moralisti non hanno posto in una galleria d’arte” campeggia nell’esposizione di Evelyn) ma è innegabile che LaBute, con un beffardo colpo di teatro, costruito passo dopo passo, con brillante e sadica intelligenza, lasci tramortiti e spiazzati, senza difese, confermando la sua totale sfiducia e il suo radicale pessimismo sulla possibilità di un sano, sincero e complice rapporto a due. Artificioso, supponente, irritante, fastidioso? Può essere. L’immagine riflessa allo specchio comunque fa male, l’ironia iniziale, ora divertita (il primo incontro al museo), ora persino romantica (l’appuntamento al parco tra Adam e Jenny), lascia spazio ad una profonda ed inconsolabile amarezza, la tesi di fondo, per quanto possa essere discutibile ed estrema, induce a qualche riflessione e non può essere liquidata con banale e presuntuosa sufficienza: “Mentre il soggetto diventava più bello, più in forma e più sicuro di sé, le sue azioni diventavano sempre più discutibili.” A LaBute piace provocare: a volte spara a salve (“Amici & Vicini”), altre, come in questo caso, sa essere lucido e senza sconti, colpisce nel segno per portare alla luce, con caustica durezza, quelli che considera i foschi tratti distintivi degli società degli uomini: una generale aridità, una ricorrente insensibilità ed indifferenza e una congenita spietatezza. Insolito ed intrigante, con almeno una battuta bellissima, pronunciata da Evelyn quando rinfaccia a Adam, che nega convinto, la sua ipotetica relazione con Jenny: “Non è mai niente, finché non è qualcosa.” Musiche di Elvis Costello.

Voto: 7

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