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Prisma (2022)

1 stagioni - 8 episodi vedi scheda serie

Serie TV Recensione

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di scapigliato
9 stelle

Prisma è l’elevazione al quadrato di SKAM Italia – di cui ricordiamo che Ludovico Bessegato è ideatore, sceneggiatore, produttore esecutivo e regista delle stagioni 1, 2 e 4. Anche qui Bessegato idea, scrive e dirige affiancato da Alice Urciolo già collaboratrice di Skam Italia e consulente generazionale per conoscere da vicino e senza pregiudizi il mondo adolescenziale di oggi. È lei che apporta dal suo vissuto l’idea di due gemelli di cui uno alla ricerca della propria identità sessuale, è infatti compagna di università di Giovanna Cristina Vivinetto, la poetessa trans che appare nella serie proprio con la sua opera poetica e che nella realtà ha un fratello gemello.

Molti sono gli aspetti che bisognerebbe trattare per descrivere la complessità di Prisma, le curiosità che ci sono dietro la scelta di luoghi, personaggi, citazioni e approfondire l’analisi filmica e narrativa. Si può partire collocando Prisma nel coevo panorama seriale sia italiano che straniero. Per esempio, Prisma può essere vista come un’estensione di SKAM Italia per i temi trattati e lo sguardo registico e soprattutto per la scrittura che evidenzia le differenze maggiori con i prodotti nostrani tradizionali. In questo contesto Prisma si colloca al fianco di SKAM Italia al vertice delle produzioni seriali a tematica adolescente. Di fatto scalza Baby (Le Fosse, 2018-2020) e mette in fila altri ottimi prodotti nostrani, anche se di fattura e ideazione differenti, come Summertime (Lagi, 2020-2022), Un professore (Petraglia, 2021) già remake della più audace Merlí (Lozano, 2015-2018), Zero (Menotti, 2021), Mare fuori (Farina, Careddu, 2021) e Nudes (Canonico, 2021). Sul piano internazionale si colloca perfettamente al fianco di serie tv applaudite come 13 Reasons Why (Yorkey, 2017-2020), Sex Education (Nunn, 2019) e soprattutto Euphoria (Levinson, 2019) con cui molti hanno voluto fare un primo e azzardato paragone.  

Centrale in Prisma è il corpo. Ovviamente non solo il corpo, ma è dal corpo che parte ogni scenario possibile, ogni labirintico rapporto umano, affettivo e sociale. Il corpo è l’oggetto su cui la regia indaga spesso e non voyeuristicamente durante le tante scene ambientate in piscina nell’intimità della propria cameretta o di uno scantinato. Su tutti, primeggia il corpo di Mattia Carrano, un attore eccezionale che al suo esordio interpreta il difficile ruolo di due gemelli sapendo caratterizzarli, al di là delle indicazioni di sceneggiatura, attraverso la traduzione fisica ed espressiva dell’universo emozionale di entrambi. Marco e Andrea, i due gemelli, sono quasi antitetici: il primo introverso, cocciuto, timido, problematico, insicuro, quasi asociale e turbato dalla presenza femminile con cui non riesce a rapportarsi; il secondo è estroverso, più popolare, più arrabbiato, ribelle e da un’insospettabile inquietudine sessuale. Con i loro personaggi, Carrano dà vita ad un Giano bifronte che sa andare più in là di una già intelligente e calibrata sceneggiatura. Se i loro personaggi sono concepiti come sfidanti e allo stesso tempo complementari, è Carrano a dare vita e a rendere palpabile il loro misterioso ed ermetico rapporto. Con un viso cinematografico di rara bellezza, Mattia Carrano ricorda James Dean, James Franco e Ty Sheridan, ma ha dalla sua una fisicità prorompente. Alto e allampanato, dall’incedere curvo e insicuro, labbra carnose, zigomi alti, occhi tristi, naso pronunciato, capelli mossi ed irrequieti, gambe lunghe e sottili, torso magro, spalle ossute, fisico sì asciutto e definito, ma che tende alla sottigliezza, alla stilizzazione fumettistica, quasi incurvato e ingobbito nonostante il tanto sport praticato (nuoto, pallanuoto, arti marziali): Mattia Carrano è il corpo attoriale che non ti aspetti, che non credi possa esistere. Eravamo rimasti alla bravura e alla naturalezza del gesto di Tersigni, Cesari, Giuggioli, Zurzolo, Maupas e Centorame, ma qui c’è qualcosa di più, qualcosa che proviene dal mito, dalla primigenia. Carrano è come un dio greco che ha sbagliato epoca e che rivive deformato nella fluidità contemporanea.

Altri corpi centrali nella narrazione dell’universo fluido che con Prisma Bessegato vuole raccontarci c’è anche quello di Chiara Bordi, la cui disabilità non definisce il personaggio, ma lo caratterizza normalizzandolo, tant’è che non c’è uno sguardo morboso sulla disabilità né una spiegazione né un pre-testo, ma solo già il “testo”, il segno, che per un attore e un’attrice è appunto il corpo. C’è quello sottile e nervoso di Lorenzo Zurzolo, uno dei migliori attori della sua generazione che partecipando anche a produzioni mediocri ha sempre saputo dare vita con efficacia ai suoi personaggi, complice la propria natura attoriale, la voce dimessa, quasi nascosta, lo sguardo fuggente e la nervosità del corpo.

Spesso il corpo, nella narrazione dell’adolescenza, è una gabbia da cui l’individuo, l’anima, l’essenza vuole uscire e liberarsi, vuole cambiare involucro per un disagio esterno che diventa interno. Altre volte è il cambiamento fisico, la pubertà, i caratteri sessuali che si definiscono, l’attrazione per il corpo altrui, la scoperta del sesso, a caratterizzare la tematizzazione dell’adolescente. In Prisma assistiamo a tutto questo, anche a una curiosità tutta preadolescenziale sul cambiamento fisico intrisa di mitologia e narrata con grande piglio poetico.

È lo sguardo registico di Bessegato che trasforma la realtà dei ragazzi e la rende a tratti lirica. C’è spazio per i contorni onirici dei sogni e dei ricordi. C’è il taglio neorealista della vita di tutti i giorni sospesa tra casa, scuola e piscina – uno tra i luoghi storicamente più omoerotici, sia nella realtà che nell’immaginario, visitato molto spesso da quelle narrazioni che vogliono raccontare proprio il corpo, l’intimità, la curiosità, la febbrilità della scoperta del corpo dell’altro, l’attrazione, l’omosocialità con tutte le sue sfumature e tensioni sessuali e identitarie, anche se soltanto trasgressive. E ancora le tante strade, le piazze, la biblioteca, il capanno sulla spiaggia e appartamenti vari di vari personaggi. Anche lo spazio, come il corpo, è guardato da Bessegato con un occhio realista e l’altro antinaturalistico, lo stesso di SKAM Italia. Ecco quindi, che oltre alla poderosa scrittura, l’altro tratto distintivo della poetica di Bessegato, a mio parere il più importante e caratterizzante, è proprio lo sguardo. I codici grammaticali che utilizza per riprendere i personaggi e i loro corpi – tra tutti, i primissimi piani leoniani – gli spazi e la loro geografia, il montaggio accurato e non frettoloso, la sfasatura temporale – non ellittica come in Skam Italia [per eredità del format], bensì alternata tra passato e presente – servono a Bessegato per restituire la realtà degli adolescenti di oggi in modo impressionistico, operando sul reale stesso e rivederlo in luci e forme nuove.

Ritornando sulla scrittura, che fa il paio con lo sguardo, va sottolineato come sia densa, tutta giocata sull’accumulo di emozioni e svolte narrative quasi anticlimax, ma che in realtà portano avanti l’azione nascondendo il conflitto dietro la quotidianità. Eppure, questo accumulo ci risulta ugualmente equilibrato, mai una stonatura, mai una scivolata di stile, anzi, il pudore – porte che si chiudono e lasciano fuori il conflitto, auto che parcheggiano lontano per confessare un segreto e così via – è l’atto d’amore con cui il regista accarezza e abbraccia i suoi attori. La profondità della scrittura è anche in questa sua consapevolezza di riscrivere il vocabolario seriale italiano con responsabilità, in un’epoca di odio e distruzione, la scrittura seriale italiana – forse più di quella cinematografica – rompe i cliché e libera i tabù proponendo un nuovo vocabolario più fluido, inclusivo e universalizzante. Per esempio, il personaggio di Raffa, seppur minore nell’economia della serie, è biologicamente una ragazza, ma si riferisce a se stessa al maschile.

Il pudore con cui Bessegato tratta il materiale narrativo e umano di Prisma è però una piccola zavorra che non gli permette di essere audace quanto dovrebbe. Se è vero che c’è chi applaude Prisma perché si differenzia per esempio dall’aggressività visiva e dal voyeurismo di Euphoria, è anche vero che narrare il corpo adolescente, soprattutto se si tematizza la sessualità, senza mostrare la nudità del corpo stesso risulta poco coraggio e soprattutto meno incisivo ed efficace. L’unico nudo, da tergo, è di Lorenzo Zurzolo in doccia negli spogliatoi della piscina. Un nudo che, come ho già teorizzato analizzando qui i tanti nudi da tergo di Charlie Hunnam in Sons of Anarchy (Sutter, 2008-2014), serve per restituire la passività del personaggio, la sua fragilità, la prostrazione davanti all’inesorabile flusso della vita/tragedia – in Sons of Anarchy eravamo in zona Amleto dopotutto. Nel contesto di Prisma, la passività ipotetica che rintraccio nel personaggio di Zurzolo è data dall’incertezza e dalla fragilità evidente del suo personaggio: all’interno del gruppo trap emerge poco, viene a tratti oscurato, e in piscina non vince la gara carsica tutta al maschile con il suo principale competitor, Marco, mentre sul versante dell’amore è inquieto tanto da innamorarsi di un profilo social senza viso e senza nulla, per poi sfogare l’istinto sessuale con la sua ex ragazza durante una serata alcolica dove tutto si mescola e fluisce senza motivo. Questo ginepraio che tormenta il personaggio di Zurzolo, Daniele, e che l’attore sa rendere perfettamente, lo prostra, quasi sconfitto, alla mascolinità del gruppo di appartenenza, un gruppo teoricamente progressista, ma che di fatto – la trap – ha i suoi codici machisti e patriarcali ai quali Daniele o si concede passivamente o si ribella, come per esempio andando a incontrare la misteriosa persona che si nasconde dietro il profilo social che lo ha mandato in corto circuito, uomo o donna che sia.

Ci sarebbero molte altre cose da dire su Prisma e che coinvolgerebbero le ambientazioni di Latina e Sabaudia per il decentramento narrativo operato con intelligenza dagli ideatori. Oppure bisognerebbe parlare di altri personaggi come Nina e Carola e Micol, ma anche i personaggi di Ilo e Vittorio che sembrano atomi impazziti intorno ai drammi e alle turbe di Daniele e che invece possiedono una caratura tutta loro che contribuisce alla definizione dell’indefinizione dei personaggi. Così come meriterebbe una parola anche l’intelligente colonna sonora che come in SKAM Italia non è riempitiva, ma commenta puntualmente le immagini accentuando la visione impressionista di Bessegato. E allo stesso modo meriterebbe prendersi qualche riga per sgretolare qualche malumore tutto queer per la parentesi affettiva e sessuale tra Nina e Andrea, cioè tra una lesbica dichiarata e un ragazzo che si traveste da donna e che forse vuole essere donna e che si innamora del ragazzo sbagliato – sbagliato fino a quel viaggio in autobus verso il Giardino di Ninfa. Non ci vedo nulla di male a far passare il messaggio per cui una ragazza lesbica e un ragazzo gay possano fare sesso tra loro o con altri ragazzi e ragazze, così come è neve al sole il tabù per cui un ragazzo etero non proverebbe mai un’esperienza omosessuale – e il personaggio di Vittorio lo accenna in extremis, ma sempre utilmente.

Di tanto bisognerebbe ancora parlare, ma l’uragano Mattia Carrano con la sua doppia interpretazione tanto magica come altamente professionale, il suo corpo che sembra disegnato apposta per interpretare personaggi fuori da ogni logica e da ogni tempo, il suo sguardo ora triste, come quello di un cane bastonato (Marco), ora vorticoso, come in preda a vertigini (Andrea), l’irrequietezza e l’inquietudine che emergono da una fisicità rubata all’opera di Alberto Giacometti, la plasticità di un corpo e di un campionario di azioni e pose uniche nel panorama attoriale a me conosciuto, non permettono di dedicarsi ad altri aspetti di Prisma, forse perché Prisma regge sull’interpretazione di Carrano oltre che sulla scrittura e la regia di Bessegato. Tant’è che i momenti migliori della serie, quelli che personalmente mi hanno toccato maggiormente sono quelli in cui i due gemelli si cercano dalle finestre della scuola o si guardano senza essere visti dall’altro nell’intimità della cameretta, fino a quando si abbracciano e si curano uno dell’altro senza commenti registici, ma solo grazie alla bravura tutta istintiva di Mattia Carrano.

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