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SanPa: luci e tenebre di San Patrignano

1 stagioni - 5 episodi vedi scheda serie

Serie TV Recensione

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GIMON 82

GIMON 82

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su

di GIMON 82
9 stelle

Una "full immersion" dettagliata ed incalzante che solleva un lembo su una storia italica e sulla controversa figura di un visionario che agiva in bilico tra il bene e il male.

"Ho capito cosa era successo quando ho letto I sommersi e i salvati di Primo Levi, con l’ebreo che i nazisti mettono a capo di un ghetto e che diventa un monarca terribile. Muccioli mise lì persone senza equilibrio che assieme ai loro sgherri furono usate per esercitare il potere in una comunità cresciuta troppo."

 

"L’ho conosciuto come un capitano Achab e alla fine l’ho visto trasfigurarsi in Benito Cereno, costretto a fingere davanti al mondo di essere ancora capitano di una nave che sente ormai soltanto come una minaccia. Non voleva essere ricordato come un patacca, splendida parola con cui a Rimini si designano i chiacchieroni vanaglorio."

 

Fabio Cantelli Anibaldi, ex portavoce di Muccioli a San Patrignano.

 

È da queste due illuminanti definizioni , dichiarate con un filo di voce da un ex tossicodipendente , ed ospite della comunità detta "Sanpa" che si capisce il senso più profondo di questo bellissimo documentario.

Servendosi di documenti d'epoca e riprese dal sapore Vintage, la regista italoinglese Cosima Spender già premio "Tribeca" per un film sul palio di Siena, riannoda i fili di un passato recente , narrando in cinque puntate salienti , con relativi capitoli, una parabola umana e piena di controversie, concentrata sulla figura di Vincenzo Muccioli.

Nascita, crescita, fama, caduta e declino, cinque assiomi che compongono e scompongono una figura pionieristica nella lotta alla tossicodipendenza nell'Italia di 40 anni orsono.

Sul video parlano degli uomini maturi, ragazzi che ieri erano "Zombie" dalle vene sature di veleno. Vi è Antonio, ora medico di malattie infettive, vi è Walter, ex fascistello riciclatosi come guardia del corpo di Muccioli, vi è Antonella, unica donna presente nel documentario ed ex ospite della struttura che nella sua voce porta con se gli strascischi di un periodo doloroso, nel quale vige il disappunto di un certo maschilismo patriarcale subito nella struttura.Poi vi è Fabio, colto ed intellettuale, lontano dalle stereotipo che incarnava "il tossico", ex portavoce del "Santone" che fu, il quale per coerenza, lucidità e onestà intellettuale è sicuramente il personaggio più incisivo, la cui testimonianza sofferta è scevra da rancori, ma ricca di un umanità e una chiarezza d'idee molto illuminante.

Poi vi sono altri personaggi, altri visi, giudici, giornalisti e lo stesso figlio di Muccioli, che delimitano i contorni di una storia fatta di luci e ombre.

Perche questa incalzante "saga" è come un romanzo di vita, intriso di solidarietà e cameratismo, per poi passare attraverso catene di  abominio dalle tinte "pulp".

Emerge dovunque e comunque, un ritratto di un Italia che si leccava le ferite del terrorismo, nella quale giovani sperduti dal crollo delle ideologie, trovarono nell'eroina un appiglio contro quel vuoto di valori. La narrazione della docuserie ci riporta nei parchi e nelle piazze periferiche dove questi giovani deambulavano come fantasmi per poi ritrovarsi in piena astinenza a sfondare case e televisori, alla ricerca della "roba".

Di mezzo vi erano poveri genitori che avevano allevato questi ragazzi secondo i canoni del benessere, per poi ritrovarseli sperduti e irriconoscibili nei loro deliri di "bisogno".

A questo punto attraverso la voce dei protagonisti che ci riportano indietro di quarant'anni, compare la figura di quest'omone di 190 cm, dai lineamenti "Staliniani" e a metà tra un "Vitellone" e un contadino della bassa padana.

Vincenzo Muccioli s'inserisce nella crepa umanitaria che annichiliva l'Italia di allora.

Metà santone e metà taumaturgo egli ha la necessità o la furbizia del tipico self made man visionario e folle, ma dall' innegabile carisma di chi si è fatto da sè.

Muccioli fonda questa sorta di comune hippie, dalle atmosfere di un "kibbutz" romagnolo. In questo posto vengono accolti quei tossicodipendenti, emarginati dalla società e malvisti da un opinione pubblica benpensante. 

Teoria ben chiarita dallo stesso Muccioli nelle interviste di repertorio, raccolte da qualche cineteca Rai.

Di mezzo vi sarà una continua e innegabile crescita di questa comunità sulle colline romagnole, che ci viene mostrata nelle vecchie immaagini come un cantiere a cielo aperto. Man mano che tutto cresce, crescerà anche la figura del padre fondatore e così anche il suo potere.

scena

SanPa: luci e tenebre di San Patrignano (2020): scena

Nelle interviste di archivio vediamo come questo esperimento "terapeutico" venga accolto con favore da genitori disperati e da una certa politica che aveva girato la testa dinanzi all'avanzare del fenomeno droga.

Fin qui si parla delle "luci",ma si sa che dove la luce è più forte, avanza sempre un "cono di ombra.

Alcune denunce dei giovani ospiti della casa avanzano il sospetto di metodi di cura poco ortodossi, improntati dapprima su dubbie cure "omeopateiche" e poi su una coercizione punitiva, mediante l'incatenamento e il pestaggio di chi non si piegava ai "dogmi" fascistoidi e patriarcali di Muccioli.

Emerge dunque prepotentemente un immagine fosca e controversa di un luogo di recupero che anela alla salvezza dell'individuo mediante il lavoro, ma lo fa abusando del potere della coercizione.

A questo punto il documentario viene letteralmente spaccato in due, ci trasporta in vivide e impressionanti polaroid in bianco e nero con uomini incatenati alla stregua di bestie. Il lavoro della regista innalza dinanzi a noi un velo fatto di crepe e ombre, di favoreggiamenti e appoggi filantropici di ricchi magnati come Moratti e consorte, ma sopratutto vive nelle dichiarazioni di giornalisti destrorsi come Indro Montanelli che dichiara che " l'educazione è crudeltà", chiarificando la sua autorevole posizione sui metodi curativi di San Patrignano.

Viene dunque fuori un ritratto storico e di epoca magistralmente rappresentato dalla Spender, che attraverso le voci di chi ha subito umiliazioni e vessazioni volte ad una "correzione" di tipo "paternalistico", ci trasporta in un Italia democristiana e benpensante, dove la politica si serviva della figura possente di Muccioli come paladino contro la droga.

L' Italia di "Sanpa" è un po il ritratto del belpaese odierno, delle sue collusioni e ombre, di quella corsa sensazionalistica allo scoop, qui rappresentata da un imberbe e faceto Red Ronnie che era un po uno degli "Yes Man" del patriarca Muccioli, con fare perentorio egli con la complicità del suo "padre" putativo insegue una ragazza scappata dalla comunità, umiliandola quasi pubblicamente.

Non manca in tutto ciò chi tesse le lodi di un uomo che certamente agiva per degli alti ideali, ma rimasto relegato ad una sorta di anacronismo educativo.

Gli ultimi due capitoli abbozzano appena la piaga dell'Aids, di cui molti ospiti della comunità furono vittime, alle quali Muccioli "premurosamente" ne teneva nascosta la sieropositività.

È nelle guance scavate del portavoce Cantelli che apprendiamo di quel periodo micidiale di cui egli stesso ne fu vittima. È dalla sua onta dolorosa che si evince di uno stigma che si abbattè sulla comunità, una parte necessaria nella narrazione qui però poco approfondita.

Da qui in poi il documentario scende nelle saguinarie trame intessute all'interno di un luogo che secondo le testimonianze era alla stregua di un lager, coi suoi "Kapò" e "Sonderkommandos".

Le immagini sono degne di quei documentari trasmesdi in fascia protetta, dove i maiali squartati simboleggiano le teorie di una gerarchia sanguinaria e centralizzata.

I reparti della " macelleria" e "manutenzione" erano i gironi punitivi alla stregua di un girone dantesco, dove i più riottosi venivano pestati selvaggiamente.

Ed è qui che avvengono i misfatti più foschi dei 250 minuti di questo appassionante "serial" , quando Roberto Maranzano viene trovato cadavere in una discarica alle porte di Napoli.

Dapprima presentata come una "fuga" volontaria sfociata in un regolamento di conti, verrà a galla un orribile verità che squarcerà il velo su una storia fatta di pestaggi, omissione e morte.

Di mezzo vi è sempre l'onnipresente figura di Muccioli, con la sua vena narcisistica che dapprima omette, per poi svelarsi nella sua complicità nell'orrendo misfatto.

La caduta è rappresentata in un vortice d'immagini che tra tribunali, interviste e delazioni di ex sodali ci restituiscono una storia fatta di vita e morte che come ammette Cantelli in un luogo come San Patrignano sono intrecciate e non estricabili.

La figura egosintonica di Muccioli si sfalderà piano piano, messa sotto pressione dal tradimento del suo braccio destro Delogu e dalla pressione della stampa.

Di li a poco Muccioli si spegne piano piano, risucchiato dalla sua stessa creatura sfuggitole di mano, oppure ucciso dalla "malattia" qui non nominata ma facilmente intuibile. Il finale lascia così molti dubbi, sulla morte di Muccioli, così come sulla vita, è stato un visionario? Un benefattore?Un folle? Un taumaturgo, un dittatore? Sono molti gli interrogativi su una figura controversa della quale si desume una presunta omosessualità negata con forza dal figlio e dal factotum Red Ronnie. Così come permane il dubbio su delle parole di Muccioli come mandante dell'omicidio Maranzano estromesse dal fido Delogu con l'inganno. L' unica verità su "Sanpa" è che molte vite vennero salvate seppur tramite l'aberrante "fine che giustificava i mezzi". L 'unica verità seppur si trova nel mezzo è che Vincenzo Muccioli nella sua autoritaria figura di "Padre putativo" è stato vittima di se stesso , della sua gigante megalomania, portando con se segreti e misfatti di una grande e tragica pagina italiana.

 

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