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Venezia 2011, Giorno 8 - Mercoledì 07/09: Maternity Blues, Quando la notte, People Mountain People Sea, Cuba nell'epoca di Obama, Black Block, The Exchange, 4:44, Tormented, Eva, Another Silence, El lenguaje de los machetos e Un foglio bianco
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Dopo il continuo susseguirsi di notizie che ieri hanno interessato il film a sorpresa e che davano addirittura per certo l’arrivo di Isabelle Huppert per accompagnare Captured di Mendoza, Venezia oggi si fa perdonare e già alle 13 in Sala Volpi programma per il Concorso il titolo scelto: People Mountain People Sea di Cai Shangjun. Per chi si lamentava che i titoli cinesi fossero pochi, è stato accontentato: violenza e rabbia al centro di una Cina corrotta con un finale “esplosivo”, talmente esplosivo che ieri sera un riflettore della sala in cui si proiettava il film è andato a fuoco: la maledizione del Leone incombe… che novità, verrebbe da dire… 

 

People Mountain People Sea (2011)

di Cai Shangjun con Jianbin Chen, Hong Tao, Xiubo Wu, Hucheng Li, Xin Zhang, Xu Wang, Zhenjiang Bao, Xiang Hou, Xinyu Tang

 


 

«Ren shan ren hai è un’espressione cinese che significa “mare di gente”; ricalcata rigidamente in italiano suonerebbe pressappoco come “gente monte gente mare”. Ed è proprio la rigidità del calco che rende l’espressione selvaggia, piena di vita, dotata di una forza invisibile. La forza di un mare di persone che cerca di sopravvivere. “Gente monte gente mare”: i rumori assordanti del mondo reale. In Ren shan ren hai un uomo ostinato ne sta braccando un altro. Quando l’obiettivo è ormai vicino, sospeso tra il prezzo della perdita e l’opportunità di guadagno, qual è la scelta giusta? In un’epoca di rapidi cambiamenti, come ritrovare la serenità d’animo e il vero io? Basta un incidente insignificante per cambiare la direzione e il destino di un evento più grande».

 

 

Alba sempre in Sala Volpi dove alle 08:30 per le Giornate degli Autori si può assistere alla prima parte del documentario fiume di Gianni MinàCuba nell’epoca di Obama:

 

Cuba nell'epoca di Obama (2011)

di Gianni Minà

 

«Per raccontare un Paese sorprendente e anomalo, come io ho voluto fare nel film Cuba nell’epoca di Obama, bisogna attrezzarsi per svelarlo dall’interno, tenendo presente storia, idiosincrasie, conquiste, errori e contraddizioni di una terra, ma anche, per esempio, realtà più banali come la precarietà di molte strade e quindi la difficoltà di movimento e di ripresa. Per farlo, non bisogna avere pregiudizi, ma rispettare senza presunzione il modo di essere della gente, le loro leggi. Bisogna, insomma, essere disposti a veder smentire le certezze che un documentarista, spesso, ha coltivato riguardo alle abitudini, agli usi di un popolo e al suo modo di essere e di pensare.

Su Cuba questo sforzo - come ha sottolineato anche Oliver Stone - è stato fatto poche volte, nonostante la Rivoluzione governi, ormai, da più di cinquant’anni e abbia smentito tutte le previsioni sulla sua capacità di sopravvivenza. Per questo, percorrere mille chilometri nel corpo di un’Isola, dall’Avana a Guantanamo divorando strade, nella rotta verso la provincia d’Oriente, ho pensato fosse il modo migliore per tentare, dopo tanto tempo che la frequento, di leggere Cuba più profondamente di quanto avessi fatto per quarant’anni.

Così, nella prima parte di questo film, con una troupe leggera e due cameramen come Roberto Girometti e Giovanni Stivali, da sempre temprati alle esigenze del viaggio e con un fonico, il cileno Boris Herrera Allende, che Cuba la conosceva anche per aver studiato nella sua Scuola di cinema (quella di San Antonio de los Baños) ho improvvisato un film alla ventura con un canovaccio, ma senza una linea prestabilita. Talvolta mi sono fatto conquistare dagli eventi, com’è accaduto a Santa Clara, la città dove è nato il mito del Che o alla Scuola d’Arte di Bayamo, la prima orgogliosa capitale dell’Isola, o a Santiago, dove è nata la mistica della Rivoluzione o, addirittura, al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana per il VI° Congresso del Partito comunista cubano che ha preannunciato l’arduo tentativo di iniziare “l’aggiornamento del modello economico” al fine, però, non di recuperare il capitalismo, ma di garantire “il carattere irreversibile del socialismo a Cuba”.

Una scelta che molti hanno giudicato la solita utopia della Rivoluzione. D’altronde questa è la storica anomalia di Cuba.

Altre volte, specie nella seconda parte del mio film, la tecnica di ripresa non è stata, come all’inizio, scandita dalla corsa, dalla ripresa in movimento, facendoci coinvolgere, spesso, da eventi non decisi da noi. Abbiamo invece scelto di incontrare all’Università dell’Avana, alla Scuola di medicina, alla Scuola d’Arte, alla Scuola di cinema (dove insegna scrittura creativa il Nobel della Letteratura Gabriel García Marquez) o alla Scuola di balletto della mitica Alicia Alonso, i giovani cubani o latinoamericani pronti a ereditare una esperienza unica che, indiscutibilmente, malgrado le sue contraddizioni e i suoi errori, la Revolución ha saputo creare e trasmettere a molti Paesi del Sud del mondo.

In questi casi, le riprese sono state più ponderate, più attente a trasmettere un quadro di insieme, un quadro sociologico e antropologico che aiutasse a capire un’Isola spesso incompresa e sicuramente unica nel suo genere. Non a caso, proprio il ministro della Cultura cubana, lo scrittore e poeta Abel Prieto, parlando del problema della corruzione  che non ha risparmiato il suo Paese, pur se non ai livelli dell’America Latina,atterrata dall’economia neoliberale, mi ha detto: “Cuba non può paragonarsi con altre nazioni. Può farlo solo con il suo stesso paradigma etico e il suo paradigma è molto, moltoesigente”».

 

 

 

 

Per Controcampo italiano in Sala Grande alle 11 sarà la volta del cortometraggio di Carlo Michele SchirinziEco da luogo colpito, un viaggio all’interno della memoria delle mura di un opificio:

«Lasciarsi attraversare dall’ex tabacchificio, dai toni autunnali che riecheggiano il tabacco, dalle parole che hanno ceduto al suono, da una memoria storico-sociale in frantumi, evitando il testo a favore di una caduta libera nei resti del passato. Il film è stato realizzato nell’ambito del progetto PON “Cinema e Culture“ tenuto al liceo scientifico e classico G. Stampacchia di Tricase (Le) nel 2011».

 

 

Un quarto d’ora dopo è il momento della prima proiezione pubblica di Maternity Blues, il film sulle madri infanticide accolto ieri sera in maniera positiva dalla stampa e raccontato in esclusiva per CineRepublic sia dal regista Fabrizio Cattani sia da Marina Pennafina, una delle quattro attrici protagoniste, in due differenti interviste:

«Clara, il personaggio che interpreta Andrea Osvart, è colei che fa da novizia, è stata appena mandata all’ospedale psichiatrico, non ha ancora fatto i conti con la colpa di cui si è macchiata mentre, nel bene o nel male, le altre tre protagoniste hanno avviato la loro analisi di ciò che è avvenuto e si apprestano al reintegro nella società, come nel caso di Vincenza, interpretata da Marina Pennafina, di solito avvezza a ruoli più leggeri, da caratterista, e qui alle prese con una drammaticità assoluta. Marina è il punto di contatto tra l’opera teatrale e il film ed è quella che indossa i panni del personaggio più maturo, colei che è arrivata a processarsi anche grazie all’aiuto di una profonda religiosità. Farà una scelta sofferta alla fine del film, è l’unica che ne esce veramente con le ossa rotte, di fronte a lei non avrà speranza o forse si, dipende da quale ottica si guarda l’epilogo. Chiara Martegiani, invece, interpreta il personaggio più fragile, colei che anche per via dell’età è più debole, succube di una madre e di una famiglia che avrebbe voluto per lei altra sorte, tanto che considera l’infanticidio come una morte dolce, una possibilità di fuga per la figlia a una vita già segnata e decisa, fatta di regole e imposizioni socioculturali. Diverso, ancora, il personaggio di Monica Birladeanu, attrice molto famosa nella sua patria e che da noi qualcuno ricorderà per essere la protagonista di Francesca, un film che suscitò qualche polemica per via di una battuta sulla Mussolini. Lei interpreta Eloisa, un personaggio ribelle, forte. Si direbbe una leader, che con lucidità tiene le redini di tutto ciò che accade intorno a lei. Poi, mi piace sottolineare anche l’apporto di Elodie Treccani, una piacevole sorpresa sul set, di Daniele Pecci, che non ha esitato a farsi trasformare fisicamente indossando anche un’imbottitura che lo rendesse “grasso” pur di non incappare nell’effetto fiction televisiva, di Lia Tanzi nel ruolo della parrucchiera che gestisce un negozio in cui Vincenza è mandata per iniziare il suo reintegro sociale odi Pascal Zullino, il direttore del centro in cui le “mie” donne sono ospiti e sospese in un limbo dal quale provano a riemergere».

 

 

Alle 14:30 in Sala Darsena, la Settimana della Critica offre El lenguaje de los machetes di Kyzza Terrazas, pellicola che ha per protagonista una coppia di fidanzati kamikaze sul punto di farsi esplodere:

«L’inizio del film, così forte, radicale, inequivocabile, introduce lo spettatore in un contesto in cui le scelte sembrano essere state già fatte. Dove cioè non è possibile cambiare il corso degli eventi, giunto a un punto in cui tornare indietro sembra – se non impossibile – altamente improbabile. Dal principio insomma l’opera impone un’atmosfera molto concitata, una dimensione sentimentale, politica ed esistenziale sopra le righe, senza misure intermedie. In cui la vita e la morte procedono di pari passo. Ogni scelta, ogni passaggio, ogni istante della relazione d’amore dei due protagonisti ha il sapore di un gesto eroico, unico, irripetibile. In questo contesto il rock di Ramona e l’attivismo politico di Ray si equivalgono, ma soprattutto delineano un terreno comune di disagio giovanile o di chi si sta lasciando alle spalle la prima giovinezza e si interroga sulla sorte individuale, sul senso della vita di coppia, e cerca nelle sorti del mondo e nel bagno di folla, durante un corteo o durante una manifestazione di protesta, a rischio di subire la violenza delle forze dell’ordine, una risposta coerente o comunque istintiva, nevrotica, sintomatica ai dilemmi privati. Eppure in questa relazione, in questo gioco di condivisione assoluta, senza compromessi di sorta, a suo modo vitale anche al cospetto della morte imminente (esperienza autodistruttiva peraltro vissuta come toccasana e sigillo romantico di condivisione totale), qualcosa non va. C’è però un’ombra che aleggia sull’impressione di perfetta sintonia, pur tra liti e incomprensioni, che i due amanti trasmettono. Forse l’uomo e la donna non affrontano il rapporto con eguale generosità, non sono disposti nella stessa misura a darsi l’uno all’altra alla pari, non ci credono fino in fondo nello stesso modo tutti e due».


 

 

 

 

Alle 15 la Sala Grande torna a documentare con Controcampo la cronaca italiana ripiombando ai giorni del G8 di Genova con Black Block di Carlo Augusto Bachschmidt:

«Nel 2001 a Genova la politica ha di fatto delegato alle Forze dell’Ordine il compito di fermare un movimento sociale che stava esplodendo in tutto il mondo. Black Block nasce dall’intenzione di raccontare come la repressione abbia controllato le vite, i desideri e le passioni di coloro che hanno vissuto in prima persona la storia di questi ultimi dieci anni, dalla nascita del movimento (Seattle) alla sua massima partecipazione (Genova). Ho voluto ripercorrere la vita del movimento attraverso 7 interviste ad alcune parti lese costituitesi al processo, che hanno vissuto l’episodio più violento mai attuato dalla polizia italiana, il blitz al complesso scolastico Diaz».

 

 

 

Alle 16:30 in Sala Darsena le Giornate degli Autori danno spazio a Another Silence di Santiago Amigorena, una storia di vendetta femminile che porta dal Nord al Sud America:

«Una raffica di mitra nel cuore della notte e la vita di Maria viene sconvolta per sempre. Assassini senza volto le hanno ucciso il marito e il figlioletto. Lei, poliziotta a Toronto in cerca di vendetta, come in un western contemporaneo inizia un lungo viaggio verso un “altro mondo”, la frontiera tra Bolivia e Argentina, a caccia dei killer e dei mandanti. Quando Marie-Josée Croze ha accettato la parte, ho capito fino a che punto il progetto fosse concepito per una come lei: una straniera. L'unico modo in cui potevo tornare in Argentina per girare un film, l'unica descrizione onesta che potevo dare del paese in cui sono nato, era dal punto di vista di uno straniero. Abbiamo girato parte del film nel suo paese, il Canada, e il resto nel mio, l'Argentina. [...] Questo film sull'altro, sull'odio e il perdono che ne consegue, è stato concepito intorno a questi due ritorni».


«Allegoria di una vendetta che diventa viaggio iniziatico alla scoperta di se stessi: provate a vedere Another Silence non tanto come un thriller; piuttosto come un western contemporaneo con una donna al posto del tradizionale pistolero. Quasi una ballata triste in cui gli indizi narrativi perdono importanza man mano che il viaggio si avvicina alla conclusione. La chiave per interpretare il film sta nella luce che lo attraversa: fredda e notturna all’inizio, calda e ambigua durante il viaggio di Mary sulle tracce di Pablito, accecante e tersa quando la donna prende la via del deserto. Man mano anche i contorni, gli spazi, le distanze assumono una nuova forma e si allargano. È proprio quello che accade alla protagonista, sola davanti a un mondo di cui ignora i codici, alla ricerca di piste troppo facili da seguire, impossibili da decifrare». (Giorgio Gosetti)

 

 

 

 

Stesso orario ma con proiezione in Sala Perla, per Orizzonti si assiste al documentario “religioso” Die Herde des Hernn di Romuald Kalmakar che in parallelo racconta il dolore a Roma per la morte di Giovanni Paolo II e l’euforia tedesca per l’elezione di Benedetto XVI.

 

Die Herde des Herrn (2011)

di Romuald Karmakar

 

 

 

Alle 17 in Sala Grande ritorna il Concorso con il film The Exchange di Eran Kolirin, sull’alienazione di un uomo alla ricerca di pace all’interno della sua stessa casa:

«Hahithalfut non è un film su molte cose quanto sulle cose stesse. I tavoli, le porte, le stanze, le sedie: tutti gli strani oggetti di cui si compone la nostra vita. “Strane“ non nel senso che stanno in agguato nell’ombra, o di una stranezza crepuscolare: strane di quella stranezza che è propria degli oggetti situati in piena luce. Il senso di mistero proprio della realtà delle cose, della realtà della vita».

 

 

Alle 17:30 in Sala Volpi Controcampo Eventi regala Un foglio bianco di Maurizio Zaccaro, un backstage d’autore realizzato sul set del film Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi, presentato ieri Fuori Concorso:

«Raramente Ermanno Olmi si è “offerto“ all’obiettivo di una telecamera come in questo caso. Per convincerlo è stato necessario un patto: non una troupe al seguito che avrebbe intralciato il percorso creativo durante le fasi della realizzazione de Il villaggio di cartone, bensì un solo uomo, una telecamera HD, e niente più. Di questo percorso compiuto insieme ho cercato di cogliere gli aspetti più intimi del lavoro di un regista ma non solo. Quello che mi interessava non era documentare la “macchina cinema“ bensì quello che la nutre, a cominciare dagli incontri con i personaggi che Olmi andava cercando per comporre il cast. Donne, uomini e bambini provenienti da paesi lontani. Per tutti costoro Olmi non era un regista ma un amico col quale dialogare senza soggezione, in totale libertà e serenità. Ne è nato così un documento unico, denso di sentimenti, umanità e reciproco rispetto; intervistare queste persone e Olmi stesso è stato un privilegio di rara intensità ed è ora la chiave per capire il lavoro di un grande artigiano del cinema, l’ultimo ancora attivo fra i registi che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un foglio bianco non è solo un documentario o un omaggio alla sua inimitabile arte ma soprattutto il mio piccolo regalo di compleanno all’uomo che ha dato a tanti giovani aspiranti registi l’opportunità e il privilegio di “rubargli“ il mestiere stando alla sua “bottega”».

 

 

Alle 19:30 in Sala Grande arriva il secondo titolo italiano in Concorso: il misterioso Quando la notte di Cristina Comencini, riadattamento di un romanzo della stessa regista. Diciamo misterioso perché a differenza degli altri due titoli italiani non si ha informazione di alcun tipo dallo scarno pressbook ufficiale né trailer. Solo una “clip” e tante foto:

 

«C’è un’immagine in Quando la notte in cui due funivie, che provengono da direzioni opposte, per un attimo si incrociano in alto, sospese. Ecco, quell’immagine racchiude la storia tra Manfred e Marina: un uomo e una donna, che vengono da storie completamente diverse, si incontrano e si riconoscono per un istante come esseri umani. Il loro rapporto è un duello costante, frenato ed esaltato al tempo stesso dalla presenza di un bambino, in cui l’uomo si riconosce e a cui la donna cerca disperatamente di fare da madre senza riuscirci. Da quel nucleo primario, difficile da superare come la montagna grande e dura che li circonda, nasce un legame unico. Si desiderano come diversi, si conoscono fino in fondo per poco, ma si salvano la vita per sempre».

 

 

 

 

Alle 21 in Sala Perla ritorna la sezione Orizzonti con il film francese L’Oiseau di Yves Caumon (e non aggiungo altro sulla trama per rimanere serio ma i doppi sensi abbondano):

«Ho capito, forse tardi rispetto alla maggior parte della gente, che tutte le cose hanno una fine. Nei miei film cercavo di immaginare cosa accade dopo quella fine, basandomi sul modo in cui le cose muoiono o vanno in pezzi. Oggi invece è qualcos’altro a catturare il mio interesse: l’inizio, la nascita e, ancor di più, la rinascita. Questo film è una rinascita, e di una rinascita racconta la storia».

 

 

 

Altro titolo “misterioso” e senza trailer sempre per il Concorso4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara. La proiezione è fissata per le 22 in Sala Grande dove si scopriranno quali sono “tutti i modi” in cui una coppia si prepara alla fine del mondo (si vocifera che i due si impegnino parecchio sotto le lenzuola a qualsiasi ora):

«Vorrei citare un brano tratto dal nostro nuovo film 4:44 Last Day on Earth in cui il Dalai Lama pronuncia un discorso sull’uomo e sulla natura nel suo modo inimitabile: “Noi esseri umani siamo quasi come il creatore o il controllore del mondo; per mezzo di tecnologia, per mezzo di scienza possiamo fare tutto, qualsiasi cosa... non comandiamo la natura. Penso che noi esseri umani crediamo di essere qualcosa al di sopra di natura. Penso che è sbagliato. Dopotutto, siamo parte della natura, e cosi è molto chiaro, vedete, abbiamo la responsabilità di prenderci cura dell’ambiente, della natura perché alla fine siamo parte della natura e del suo equilibrio, e di conseguenza possiamo cambiarlo in modo drammatico…“. 

Ciò che ho imparato è parola per parola, frammentato, attraverso lingue diverse, più o meno sgrammaticato, più o meno fuori contesto, ecc.; quando il messaggero è puro, il messaggio la vince».

 

 

 

Alle 22:15 in Sala Darsena è il momento del Fuori Concorso con Eva di Kike Maillo, un film fantascientifico che narra l’amicizia tra un creatore di robot e la nipotina (robot) che non ha mai conosciuto prima:

«Tutto risale a quando ero piccolo. Dovevo avere circa undici anni. Dopo un episodio di Dr. Who, popolato dai dalek, ho iniziato a fantasticare di girare un film “sul futuro“. Costruivo robot con le scatole da scarpe e delle uova, poi li facevo muovere con il filo da cucito. Naturalmente ciò accadeva molto prima che mi rendessi conto che i film devono raccontare delle storie, per lo più storie di esseri umani. E che raramente hanno successo quando si basano soltanto sulle convenzioni di un unico genere, come in questo caso la fantascienza.
Eva è senza dubbio un film dal taglio malinconico, forse perché parla di un ritorno, o magari perché descrive un futuro che ricorda il passato, oppure ancora perché sono io che mi rifiuto, per ragioni nostalgiche, di lasciare la mano di quel ragazzino che sognava di girare film sui robot».

 

 

 

A mezzanotte in Sala Grande, chiude la giornata per il Fuori Concorso il film horror Tormented di Takashi Shimizu, alla ricerca di consensi dopo l’esperienza di The Shock Labyrinth. Speriamo bene:

 

Tormented (2011)

di Takashi Shimizu con Hikari Mitsushima, Teruyuki Kagawa, Nao Ohmori, Tamaki Ogawa, Takeru Shibuya

 

«Generalmente preferiamo ricordare solo i bei momenti trascorsi con le persone che amiamo. Ma che succederebbe se tutto d’un tratto quei meravigliosi ricordi si trasformassero in qualcosa di totalmente diverso? Rabitto Horaa 3D racconta da una parte la storia dell’orrore che si materializza in uno strano coniglio, e dall’altra quella dei legami di famiglia che si incrinano mano a mano che le anime dei due fratelli si perdono nei loro oscuri mondi “personali“. Ne derivano alcune domande senza risposta: cosa lega il coniglio al loro terribile passato? Perché l’animale tenta continuamente di rapire il bambino? E infine, quando e come la sorella ha perso l’uso della voce? Il fatto di condividere lo stesso mondo non significa necessariamente che si debbano vedere e provare le stesse cose. Siamo sicuri che la persona seduta al nostro fianco sia davvero quella che crediamo? E siamo proprio sicuri che ci stia rivelando i suoi veri sentimenti?».


 

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