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Dove eravate l'11 luglio del 1982?
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Su FTV cartace c'è una bella testimonianza del grande Mauro Gervasini. La ricordo benissimo anche io quella serata per me non proprio esaltante vissuta fra Genova (dove lavoravo) e Firenze. Ecco il resoconto:

(...) 

Furono gli eventi che fecero uscir di senno l’Italia intera, da “Siracusa a Trento”[1] senza contrapposizioni, esclusioni o differenze di casta o di lignaggio, la folle e pazza sera dell’euforia generale per la conquista del titolo di campioni del mondo, con le città deliranti e esultanti per il risultato conseguito, contagiate nell’esposizione forsennata e sopra le righe, dalla temerarietà di quell’esibizionismo collettivo che ci rende “branco” (e Genova non faceva eccezione), a darmi il colpo di grazia e a farmi comprendere appieno quelle che potevano essere le infauste conseguenze della mia prolungata assenza.

Ero sperduto e incarognito,  mi sentivo ancor più “solo e abbandonato in quel popoloso deserto” [2] che mi circondava festante, e che non riusciva  ad inglobarmi, ma che anzi aumentava l’intensità dolorosa della marginalità in cui mi trovavo relegato, con i miei pensieri totalmente centrifugati che non ce la facevano nemmeno a coagularsi fra loro nel marasma vociante e tumultuoso della folla sempre più debordante: uomini, donne, bambini di ogni età e condizione, tutti uniti nella esaltazione della vittoria, dai carruggi della città vecchia e dal porto, su per Piazza De Ferraris, via XX Settembre, Piazza Brignole, via San Vincenzo, e ancora oltre, da Via Colombo giù lungo  Viale Brigate Bisagno, nuovamente  verso la sopraelevata e il mare… Ogni strada e anfratto invaso e pullulante, i percorsi gremiti da una moltitudine così numerosa e schiamazzante pregna di odori acri e penetranti capaci di stordire e confondere le idee, che era quasi impossibile districarsi, avanzare, difendersi, cercare un rifugio qualsiasi. Una fiumana incontenibile che si confondeva, mischiandosi, con le carovane di auto strombazzanti, a loro volta ricolme di gente penzolante accalcata fin sopra i cofani o accovacciata sui tettucci, incurante del pericolo e del rischio; si compattava fino a diventare una massa uniforme e invalicabile che non lasciava spazio nemmeno per un attraversamento da un marciapiede all’altro, reso ancor più difficoltoso e temerario dalle imprudenti scorribande di inesauribili eserciti di moto rombanti che tentavano inutilmente, spesso senza riuscirci, di dribblare il traffico e le persone, insinuandosi in ogni centimetro ancora disponibile, con gincane spavalde e spericolate, fra stridii di freni e clacson frastornanti. E bandiere: tantissime, di ogni foggia e dimensione, sventolate ovunque e issate in ogni dove, alle finestre, su pennoni improvvisati, sugli autobus, appese e rese fluttuanti dalla leggera brezza serale, o avvolgenti come sciarpe o mantelli intorno a corpi sudaticci e alterati, quasi che in ogni casa ce ne fosse stata una pronta e disponibile per essere sfoggiata in quella circostanza. Tamburi, trombette e putipù che ammorbavano l’aria con le loro sonorità rintronanti, amplificavano le urla, i richiami, gli slogan e i cori sempre più numerosi e ostentati, rendendoli assordanti e insostenibili alle orecchie. Lattine e bottiglie di spumante o di birra strascinate lungo i marciapiedi, fracassate e sbriciolate in mille pezzi pericolosi e taglienti dalle ruote delle automobili e dei bus, o innalzate in alto a mo’ di clava o di stendardo, come se davvero per un attimo con quella affermazione che si trasformava nella rivincita collettiva dell’intera nazione, fosse stata raggiunta la vetta dell’universo, annullando così ogni ingiustizia e precarietà e risolvendo come d’incanto tutti i problemi e le contraddizioni esistenti. Una ubriacatura planetaria, l’apoteosi assoluta e totale, la felicità generalizzata e uniforme, contrapposta al mio isolamento rabbioso che non mi permetteva di sincronizzarmi sulla stessa lunghezza d’onda, di riconoscermi in quell’eccitazione così straripante e smodata  che non  riuscivo non solo a condividere, ma nemmeno a comprendere tanto mi sembrava inutile, sovrabbondante e sproporzionata. Fu li, fra quella bolgia berciante e smodata che raggiunsi quello che pensavo dovesse rappresentare l’apice  del disadattamento e della pena, la punta massima oltre la quale non fosse possibile andare (anche se il tempo e le circostanze mi avrebbero poi dimostrato che si può arrivare molto più in là senza alcun limite, perchè la misura non è mai colma e l’intensità della sofferenza, quella vera, è inestinguibile, e che semmai  “la vera pena è quella di accorgersi che” – col tempo e l’abitudine – “neanche il dolore dura; e che, allora, neanche il dolore ha più senso” [3] ).

Sentii un prepotente bisogno di ‘casa’, di protezione, di avere accanto subito, in quel momento, una mano amica, il conforto di una voce, di qualcuno che mi volesse davvero bene e mi potesse consolare e rassicurare, forse anche coccolare un poco, e la sensazione arrivò così improvvisa e dirompente, che non fui capace di resistere alla tentazione, né di soffermarmi a riflettere e a ragionare.

Quella settimana però non avevo la macchina con me. Non rimaneva allora che il treno per colmare le distanze, anche se i congiungimenti fra Genova e Firenze erano  infrequenti e disarticolati... Riuscii a raggiungere, non senza difficoltà, la stazione, pur così vicina dal luogo dove ero asserragliato: stavo camminando controcorrente, dovevo quindi farmi strada, interferendo con quella massa di corpi in movimento, per andare esattamente nella direzione opposta, fendendo il mucchio a mo’ di ariete, fra spintoni e male parole, ma non avevo tempo da perdere, né voglia di essere gentile. Finalmente nell’atrio, consultai gli orari per verificare l’effettiva fattibilità del programma, sperando che non fossero scaduti i termini e che ci fossero ulteriori convogli utilizzabili alla bisogna. La fortuna fu dalla mia parte: c’era un treno in partenza  fra breve che, con un cambio non privo di attesa a Pisa, mi avrebbe potuto portare a destinazione in orari compatibili, anche se l’arrivo a Firenze era previsto intorno alle tre. Mi sarebbe rimasta poco più di un’ora per riposarmi a letto, poi avrei dovuto riprendere nuovamente la via per rientrare all’ovile, se volevo arrivare in ufficio in tempo utile. Era indubbiamente una faticaccia, ma non potevo esimermi dal sostenerla, così vitale e sentita era la necessità di accedere alla copertura e al calore accogliente della mia tana, quasi un rifugio in cui nascondersi, per parlare ed essere ascoltato, di rientrare inaspettato, anche se per poco, nell’unica realtà che mi appartenesse veramente, in quel liquido amniotico confortevole e sicuro che mi avrebbe difeso e preservato.

Arrivai a Firenze assonnato e stanco, ma soddisfatto per la temerarietà della proposta, presi un taxi per accorciare i tempi di percorrenza, fortunosamente disponibile all’uscita, che incrociò gli ultimi sparuti gruppi di nottambuli gaudenti non ancora arresi alla stanchezza, in una città che mostrava i segni e le ferite dei furori delle ore precedenti, ma che stava lentamente tornando alla normalità ed era ormai quasi del tutto percorribile senza problemi o intoppi eccessivi. Scesi, dopo aver pagato la corsa, senza aspettare il resto, aprii il portone che sbatté sonoro alle mie spalle, salii le scale col fiatone, più in fretta che potevo e girai impaziente la chiave nella serratura… Accesi la luce nel corridoio silenzioso… Chiamai, ma non ebbi alcuna risposta. Rimasi un attimo indeciso e dubbioso: non c’era nessuno ad attendermi, le stanze  erano deserte e il letto intonso… L’ora ormai vicina all’alba escludeva la possibilità di un rientro ritardato: quando ci eravamo sentiti all’ora di cena avevo avuto assicurazioni di una tranquilla serata da trascorrere in casa per l’allergia alla folla e alla confusione… non erano previste uscite… Il cuore ebbe un sussulto profondo, una fibrillazione che ne alterava sensibilmente il ritmo: le spiegazioni  di quell’assenza  insolita e sinistra non potevano che essere ricercate in un’unica direzione che faceva davvero male, materializzava in maniera tangibile le mie preoccupazioni, aumentava le paure dell’abbandono, togliendomi ulteriori spazi e possibilità di rimonta. Forse era davvero troppo tardi…

 

[1] Citazione a memoria di un verso di una filastrocca imparata in seconda elementare che recitava all’incirca così: “Da Siracusa a Trento siam tutti una famiglia e guai a chi ce la piglia: li faremo fucilar… Pin  pun pan, li faremo fucilar!”

[2] Giuseppe Verdi/Francesco Maria Piave: “La Traviata” (citazione volta al maschile)

[3] Albert Camus: “Caligola”

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