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Rainbow Bridge
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Film acido e confusionario, diretto da Chuck Wein, in puro stile psichedelico per quelli che erano i canoni estetici dell’epoca. Siamo nel 1972 e sarebbe stato  fantastico essere giovani in quel periodo ed esplorare le possibilità della mente attraverso l’uso di svariati allucinogeni e fare sesso libero e soprattuto poter ascoltare una musica rock dal vivo (con tutte le sue varianti) come non ce ne sarebbe mai più stata. Jimi Hendrix arriva alle Hawaii per un doppio set, un concerto gratuito per chi era da quelle parti in quel momento spaziotemporale e anche una trovata del produttore del film per dare un pò di sostanza alla pellicola che altrimenti rischiava di non andare da nessuna parte. L’idea era quella di riprendere Pat Hartley (una modella) mentre si trovava sull’isola, vedere cosa succedeva e lasciare tutto il resto all’improvvisazione e al caso, che come spirito artistico è anche affascinante se si ha la capacità di cavalcare l’onda di quello che viene e non cadere e lasciarsi affogare. C’è uno spaccato abbastanza variegato della follia psichica ed esistenziale dei primi anni settanta, si sentono e vedono ancora gli influssi dell’LSD sulle persone (quale sostanza di inaudita potenza era stata data alle masse, ricapiterà ancora?) in una deriva mistica e spirituale che poi rifluirà nei movimenti new age e dei travelers di fine millennio. Si vanno quindi a mescolare gli insights e le esperienze cognitive dell’acido con culture e pratiche secolari (in Oriente), come lo yoga, il tal-chi e la meditazione e altre più recenti (in Occidente) come il surf e la musica elettrica. Si parla di chakra, di alieni, di pietre, si parla di energia sessuale (anche se poi sempre a scopare si pensa), si vive in comuni (almeno fino a quando ci sono i soldi) e si consumano sostanze stupefacenti in gruppo (apparentemente ancora si poteva nascondere una discreta quantità di hashish in polvere dentro una tavola da surf e portarsela in aereo, senza che nessuno ti dicesse niente). Una buona mezz’ora del film è poi per l’esibizione di Jimi Hendrix (con Mitch Micthell alla batteria e Billy Cox al basso), credo la penultima, a un paio di mesi dalla prematura morte. Una performance quanto mai selvaggia, con una gestualità esplicita e sessuale, come ad esempio fare una sega al collo della chitarra o far saettare la lingua durante un assolo o suonare la strato con i denti (tipo pussy-eating) durante l’esecuzione dell’inno americano, distorto e allucinato oltre ogni dire. Al di là di queste trovate da palco la musica è sublime. Ci sono anche un paio di sequenze in cui Jimi Racconta delle storielle o forse più probabilmente resoconti dei suoi recenti trip. Il suo calore umano è meraviglioso. Personalmente fra tutte le utopie o i tentativi di cambiamento prodotti nel secolo passato trovo quello del movimento hippy uno fra i più stimolanti, perché incentrato sulle persone e sulle loro scoperte interiori, in una maniera che tentò (invano) di sintetizzare le conoscenze (e le coscienze) di occidente e oriente, soprattutto in chi aveva meno di trent’anni e sognava di trovare un nuova strada da percorrere. Tutto scomparso, tutto dissolto. Rimangono però delle tracce, come questa, delle orme che qualcuno ha lasciato. Forse non per seguirle di nuovo ma per ricordarci che almeno ci sono stati individui che hanno provato a camminare là dove nessuno lo aveva ancora fatto. Alcuni sono morti, altri impazziti, molti perduti. Peace&Love.

 

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