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Venezia 2018: Giorno 3
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Nel post del Giorno 2 ci si lamentava della scelta dei primi titoli in concorso di non raccontare il presente in maniera diretta ma di farlo attraverso una propria rievocazione del passato, un passato in cui proiettare i fantasmi di oggi solo per vederli sotto una luce differente. Le proiezioni odierne, però, fanno uno strappo e, tra il western dei Coen e la Storia di Leigh (che troverete approfondito domani, causa embargo stampa) ci catapultiamo nella contemporaneità grazie a Non Fiction di Olivier Assayas, un’opera a prima vista minore nella filmografia dell’ormai maestro francese.

 

Abbandonate le speculazioni filosofiche di Personal Shopper e di Sils Maria, Olivier Assayas ritorna con Non Fiction alla scrittura più corrosiva mettendo insieme i pezzi di una commedia che riflette sulla dicotomia, inevitabile, tra analogico e digitale. L’incipit è dato dal mondo dell’editoria e dalle scelte che un direttore editoriale, Alain, è chiamato a fare nei confronti di un romanzo autobiografico consegnatogli da uno scrittore e amico di lunga data, Leonard. In un momento in cui il futuro dei libri pare passare attraverso i pdf dell’e-reader o dello smartphone, Alain deve fare i conti con le copie vendute, con i costi del passaggio al digitale e con le incertezze di un pubblico che le ricerche vogliono instabile. Si legge meno, si comprano meno libri ma aumentano i volumi e gli autori in circolazione. Come sopravvivere a tale stallo? Una casa editrice ha costi come qualsiasi altra attività commerciale e dare alle stampe un titolo che già dalle prime battute appare stantio e ripetitivo è un rischio che Alain non vuole correre. Tanto più in concomitanza dei primi passi del passaggio del suo catalogo al digitale, su cui lavora alacremente una giovane e procace esperta di marketing, Laure.

Sul fronte privato, Alain è sposato con Selena, un’attrice di teatro che ha conosciuto il successo come protagonista di una serie televisiva di successo di stampo poliziesco. Del resto, le serie televisive garantiscono notorietà e soprattutto apprezzamento da parte di quella critica oramai fin troppo virtuale che non riesce a capire quale confine esista tra opera d’arte, mera speculazione e produzione dozzinale. A casa di Alain e Selena, tra scrittori e amici, si discute del valore del passato, della tradizione e dell’importanza di un libro. Ma anche del cinema, della musica, della televisione e dell’opinione pubblica, settori che inevitabilmente devono confrontarsi con internet e le sue derive da post-verità, in cui l’agenda setting viene dettata dai trend topic, dalla viralità dei contenuti e dall’odio più o meno pale dei social media.

Man mano che la storia procede, Selena mostra un certo apprezzamento nei confronti del lavoro di Leonard, di cui non cela di gradire scrittura e storia. Il suo gradimento è tale che ne parla con il proprietario della casa editrice proprio quando questa rischia di essere ceduta a una losca società di affari. Le ragioni per cui Selena anela alla pubblicazione del manoscritto sono presto svelate: da sei anni ha una tresca con lo scrittore, impegnato con Valérie, sardonica assistente di un candidato alle elezioni. Ma ad avere una doppia vita è anche il marito, che non disdegna di far sesso con Laure, colei che in un susseguirsi di matrioske ha una relazione (giunta al capolinea) con un’altra donna. Nel momento in cui le tresche vengono alla luce, Non Fiction prende una piega diversa e da riflessione sociologica si trasforma in commedia sentimentale, mettendo insieme una serie di sequenze che mostrano come per il proprio bene e per la propria idea di felicità ognuno sia disposto a rinunciare a qualche cosa. Selena rinuncia alla partecipazione alla quarta stagione della sua serie, Alain accantona il progetto del passaggio al digitale, Leonard accetta la fine della relazione con Selena per costruire il suo nucleo famigliare con Valérie e Laure accetta un lavoro all’estero ponendo fine alle sue relazioni promiscue.

Mentre Cuaron in Roma si interroga su cosa fare della memoria (se dimenticarla o elaborarla), Assayas in Non Fiction si preoccupa del presente e del suo girare a vuoto intorno a tutto ciò che lo riguarda. I suoi protagonisti sembrano non vivere il presente: sono troppo proiettati verso un passato da cui non riescono a staccarsi (Leonard usa costantemente il passato per i suoi lavori mentre Selena è troppo attaccata alla sua vita familiare o al teatro, dove ha mosso i primi passi) o verso un futuro che prima o poi arriverà (Alain punta sul digitale, Laure accetta un lavoro all’estero dove diventerà mentre Valérie darà alla luce un bambino). Nessuno vede ciò che li circonda, nessuno affronta il tradimento che la propria esistenza gli ha riservato, nessuno osa rimettere in discussione la propria vita: meglio viverne due e affogare nella finzione che viverne una vera. La sceneggiatura connota i personaggi grazie alle battute affidate a ognuno di loro e lascia agli attori il compito di impossessarsene: Juliette Binoche, su tutti, si evidenzia per la capacità di prendersi in giro e, perché no, di prenderci amorevolmente in giro.

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LA PAROLA AL REGISTA

«Il mondo nel quale viviamo è sempre stato e continua a essere in costante cambiamento. La sfida riguarda la nostra capacità di tenere d’occhio questa mutazione continua, capire cosa è realmente in gioco, e successivamente adattarvisi o meno. Dopo tutto, questo è l’elemento fondante della politica e delle opinioni. La digitalizzazione del mondo e la sua riduzione ad algoritmi rappresenta il vettore moderno di un cambiamento che ci confonde e travolge incessantemente. L’economia digitale infrange le regole e, spesso, anche le leggi. Inoltre, mette in dubbio tutto ciò che di più stabile e solido sembra esistere nella società e nella realtà circostante, per poi dissolversi nell’istante in cui ne veniamo in contatto. Non-Fiction non mira a sondare le dinamiche della new economy. Piuttosto, il suo più modesto intento è osservare in che modo le suddette questioni ci assillano personalmente, emotivamente e, talvolta, comicamente».

Vincent Macaigne, Guillaume Canet

Non-Fiction (2018): Vincent Macaigne, Guillaume Canet

 

 

Fuori dal tempo, da ogni passato, presente o futuro, è invece A Star is Born di Bradley Cooper. Prima di parlare del film in sé, occorre sottolineare come, cinematograficamente parlando, mala tempora currunt. Prima e dopo la proiezione riservata alla stampa, mi è capitato di ascoltare gente che non aveva mai visto nessuna delle tre precedenti versioni dell’opera o che, a visione avvenuta, la bollava come una stupida love story. Chi per professione si appresta a vedere un film si deve presentare preparato sull’argomento e, nei casi di remake, vedere almeno l’originale per farsi un’idea dei cambiamenti voluti da un regista in corso d’opera. A Star is Born nasce da un soggetto di ferro che nel 1938 ha regalato un premio Oscar alla prima versione del film diretta da William A. Wellman, che firmandone la sceneggiatura ha attinto da una precedente opera cinematografica (A che prezzo Hollywood, diretto da George Cukor nel 1932). Il successo del film fece sì che nel 1954 Cukor si riappropriasse della sua idea iniziale e ne proponesse una nuova versione affidandola all’allora lanciatissima Judy Garland, chiamata a ricoprire lo stesso ruolo che Wellman aveva assegnato a Janet Gaynor. Ne venne fuori un’opera entrata nella storia del cinema, in grado di guadagnarsi ben sei nomination ai premi Oscar. Il soggetto, considerato dall’industria hollywoodiana immarcescibile, nel 1976 venne poi rivisto da Frank Pierson che, grazie all’interpretazione di Barbra Streisand, si porta a casa un Oscar per la miglior canzone e altre tre nomination. Dietro a cotanto passato, nessuno si accosterebbe alla visione dell’opera impreparato.

Un ulteriore cenno va fatto anche per coloro che criticano la scelta di Lady Gaga come protagonista. Un critico un tempo tenuto in considerazione e oggi decaduto, asserisce che chiamare Lady Germanotta a interpretare il ruolo di una giovane cantante che cerca il successo è come chiamare Matteo Salvini a interpretare il giovane Berlinguer. Al critico viene semplice rispondere che prima di essere Lady Gaga, la cantante di origini americane – nota per i suoi stravaganti look – è stata una semplice ragazza che dal nulla ha cercato il successo. Ciò che si perdona agli uomini che si sono fatti da soli, evidentemente non viene ancora perdonato alle donne. È triste constatare come l’avercela fatta rappresenti una colpa da espiare: la maggior parte delle critiche al film, ci scommettiamo, saranno incentrate su Lady Gaga non all’altezza della situazione. In barba ai giudizi che verranno, chi vi scrive vi racconta invece di un’attrice esordiente che non fa certo rimpiangere la Gaynor e la Garland e che, per poche sfumature, rimane al di sotto della Streisand, vero mite vivente. La stessa Streisand sul set di A Star is Born ha contribuito a dare consigli alla cantante, tanto che molte scene non possono che far venire in mente la versione del 1976 del film.

Tornando all’opera di Cooper, regista e protagonista, a grandi linee racconta la storia tra due cantanti, uno in declino e una in ascesa, che per volontà del destino si incontrano e condividono la loro strada per un tratto. Il sentiero che insieme percorrono è segnato dai problemi di lui (rapporto irrisolto con il padre e con il fratello, abuso di alcol e sostanze stupefacenti, un tentativo di suicidio alle spalle e sofferenze all’udito, acuite in seguito dall’acufene) e dal talento di lei, che come una rosa sboccia e pian piano mostra i suoi petali. Fermamente coinvolto dalla forza del soggetto, Cooper mette in scena un dramma musicale moderno, dove le canzoni finiscono con il divenire parte essenziale della sceneggiatura: ognuna, con il suo stile diverso e il suo arrangiamento, comunica stati d’animo e snodi di racconto, senza soluzione di continuità. Il regista sceglie di non nascondere nulla della realtà artistica dei protagonisti. Alcol e droga non vengono taciuti. Fatica e sacrifici per emergere non sono edulcorati. Costruzione a tavolino dei successi e dicotomia tra vita pubblica e privata non sono bypassate. In una sequenza durante la cerimonia di galà dei Grammy Awards, non si può non pensare quanto spesso l’arte (e la musica che con gli anni sembra aver preso il posto della pittura) sia perseguita dalla maledizione del talento, del genio e della sregolatezza: l’ombra di Amy Winehouse ad esempio è dietro l’angolo. Il rehab non sempre è la soluzione del mal di vivere e le bugie, soventi assurte come salvatrici, non sempre sono in grado di adempiere al ruolo di aiutanti. Bravo, come si sarebbe detto un tempo per la delicatezza delle immagini e per aver saputo cogliere i gusti del pubblico più ricercato, quello giovanile.

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LA PAROLA AL REGISTA

«Tutto si riduce a questa impossibile storia d’amore. Non si può controllare ciò che ci commuove e io ho sempre voluto narrare una storia d’amore. La musica per me è il mezzo di comunicazione più puro... Quindi, a un certo punto, ho solo dovuto fare un salto.
Mi ha sempre interessato il processo di realizzazione di un film. Sono stato fortunato ad aver lavorato con registi che mi hanno lasciato osservare come operano. Per questo progetto mi sono potuto permettere il lusso del tempo, un fattore che si è dimostrato fondamentale. Mi sono preso il tempo di scrivere, di lavorare con la musica e alla sceneggiatura, di fare le prove per tre anni.
Sono sempre stato appassionato di musica. Aver potuto raccontare questa storia proprio attraverso la musica è un sogno diventato realtà».

Lady Gaga, Bradley Cooper

A Star Is Born (2018): Lady Gaga, Bradley Cooper

 

E senza tempo appare anche The Ballad of Buster Scruggs, con cui i fratelli Ethan e Joen Coen si presentano in concorso al Festival di Venezia. La prima stitica sinossi parla a ragion veduta di sei racconti western che, in un primo tempo, dovevano vedere la luce in una serie di sei episodi che i registi avrebbero dovuto realizzare per la piattaforma Netflix. Pur senza addentrarci troppo in sentieri che non conosciamo legati alla produzione, la serie è diventato un (lunghetto) film a episodi che ha come filo conduttore l’ambientazione. I sei racconti differiscono infatti per atmosfere e clima, risultando spesso scollegati tra di loro o, ahimé, pretestuosi. A legarli è la scelta visiva di sfogliare le pagine di un libro, un espediente che fa pensare più a una puntata del telefilm La casa nella prateria che a un lungometraggio milionario.

Ma cosa raccontano gli episodi? Il primo, The Ballad of Buster Scruggs, ha al centro eponimo pistolero canterino che, con spocchia, spavalderia e il cavallo Dan, gira tra i canyon a seminar morte come se nulla fosse: finirà vittima del suo stesso modo di fare e volerà in cielo a mo’ di angelo dopo aver parlato tutto il tempo direttamente con il pubblico. Il secondo, Near Algodones, racconta le gesta di un aspirante rapinatore di banche che la sorte avversa vuole che finisca impiccato per ben due volte; il terzo, Meal Ticket, assume invece atmosfere da fiaba gotica e racconta di due ambulanti che, vagano di villaggio in villaggio, per mettere in scena il loro (triste) spettacolo; il quarto, All Gold Canyon, è incentrato sull’avarizia di un vecchio cercatore d’oro; il quinto, The Gal Who Got Rattled, ripercorre il viaggio di una giovanissima promessa sposa che incontra amore e morte durante la sua ultima carovana; il sesto, The Mortal Remains, vede infine viaggiare insieme su una carrozza un’anziana dama con un gruppo di quattro sconosciuti per una corsa che si prospetta verso un altro mondo.

La natura episodica del film, purtroppo, finisce con l’influire negativamente sul progetto. Sulla carta, ogni storia ha un motivo per essere interessante, soprattutto per chi ama il western e i suoi mille sottogeneri. La diversa durata degli episodi e i cambiamenti repentini di umore portano a una facile distrazione che, fortunatamente, si placa nei racconti più lunghi, in grado di far assaporare tutta la magia che l’umorismo nero dei Coen e gli sconfinati paesaggi occidentali sanno regalare. Piace invece il continuo giocare dei due fratelli che le declinazioni del western: abbiamo un musical con Tim Blake Nelson nei panni del fuorilegge canterino; una farsa con il ladro James Franco; un racconto gotico con tanto di freak sostituito da una gallina dall’impresario Liam Neeson; una commedia grottesca con la panoramica caccia all’oro portata avanti da un Tom Waits, che spaventa anche la natura più selvaggia; un melodramma con tanto di finale tragico con Zoe Kazan e le sue speranze di vita migliore in Oregon (non tutte sono Rossella O’Hara); e un horror d’atmosfera con Tyne Daly dama in una carrozza diretta nella nebbia e guidata da un vettorino caronte.

L’omaggio dei Coen al western diventa tale però nelle panoramiche, nelle ambientazioni e nella costruzione dei prototipi condivisi del genere. Per dirla in maniera spicciola, il loro western è figlio di John Wayne, di Sergio Leone e dei tanti film che Spagna e Italia hanno prodotto negli anni Settanta. I vari Sabata, Ringo, Gringo e Nessuno passano dalle mani dei Coen e vengono ora esacerbati ora destrutturati prima di essere riassemblati. A differenza di Tarantino che calca la mano nello splatter e anela a riscrivere il genere, i Coen appaiono più tradizionalisti: gli indiani, ad esempio, sono sempre i cattivi della storia, nei saloon si gioca a poker, le banche sono sempre isolate, gli storpi un peso e i jack russell insopportabili. Con buona pace del politically correct e dell'anarchia che i due registi hanno paventato in conferenza stampa. 

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LA PAROLA AL REGISTA

«Ci sono sempre piaciuti i film antologici, in particolare i film girati in Italia negli anni Sessanta, che mettevano insieme opere di diversi registi incentrate su uno stesso tema. Nello scrivere un’antologia di storie western, abbiamo tentato di fare la stessa cosa, sperando di ingaggiare i migliori registi attualmente in circolazione. È stata una grande fortuna che entrambi abbiano accettato di partecipare».

Tim Blake Nelson

The Ballad of Buster Scruggs (2018): Tim Blake Nelson

 

La Settimana della Critica ha offerto invece una riflessione sul presente ma da tutt’altra parte nel mondo. Grazie ad aKasha, opera prima del giovanissimo Hajooj Kuka si vola direttamente nell’ancestrale e conflittuale realtà del Sudan, dove da anni va avanti una guerra civile che, durante la stagione delle piogge, ha una pausa. Durante i tre mesi d’estate, i giovani soldati vengono lasciati liberi dall’esercito rivoluzionario per dedicarsi alla loro esistenza e, soprattutto, vita sentimentale. Adnan è uno dei giovani liberati che, innamorandosi di Lina, dovrebbe ritornare in guerra quando il suo superiore lancia il richiamo, la cosiddetta a Kasha. Adnan è però costretto a non ubbidire agli ordini a causa di un malinteso sentimentale: ha chiamato il suo fucile, un AK47, con il nome di Nancy, una sua ex fidanzata. Considerato un eroe per aver abbattuto da solo un drone (a quanto racconta), Adnan è conteso dalle donne e ciò non può far altro che scatenare le ire di Lina, che per ripicca non gli dà la possibilità di riappropriarsi dell’arma.

La separazione da Lina e dall’AK47 porta Adnan a divenire disertore insieme al soldato Absi, che per aiutarlo nella fuga gli suggerisce di ricorrere al più antico degli escamotage della commedia dell’arte: il travestimento. L’idea scatena allora tutta una serie di fraintendimenti che condurranno Adnan verso la stregoneria africana, la formazione sentimentale, il pentimento e, soprattutto, la confessione di ciò che è veramente successo con il drone.

Realizzare una commedia di equivoci che gioca con i parallelismi tra guerra e amore non deve essere facile soprattutto se lo sfondo della vicenda è l’Africa martoriata dalla guerra civile. Il coraggiosissimo Hajooj Kuka gioca invece con le vicissitudini del suo Paese per imbastire una storia che presenta personaggi giovani molto vicini a quelli del mondo occidentalizzato. Fortunatamente, non ci sono i social media e internet ad annebbiare loro la vista e le vie di fuga sono le più semplici possibili. Nascondersi o camuffarsi, in primis. Basta a volte poco per riuscirci: un paio di scarpe alla moda, un abito femminile o una caverna (che platonicamente permetterà al suo ospite di far luce sul da farsi). La guerra ha annientato sì le terre ma non i cuori, pronti a riaprirsi con l’aiuto di una fattucchiera e di un fiore estatico, simbolo di una tradizione fortemente magica in cui realtà e magia nera si mescolano e si reinventano in continuazione. Per riappropriarsi di ciò che gli appartiene, della sua donna e del suo fucile, Adnan attraversa premi e ostacoli, affrontando anche una difficile prova finale, che lo umilierà davanti agli occhi (e alle orecchie) di tutti gli abitanti del suo villaggio.

La grazia dei dialoghi, la comicità assurda di determinate situazioni e il coraggio del regista sopperiscono ai difetti che l’opera ovviamente mostra. Troppi ingenui alcuni snodi per essere credibili, troppo voluti alcuni escamotage per uscire dall’impasse. aKasha apre però un varco dimensionale nuovo che ci fa capire come a qualsiasi latitudine, conflitto o non conflitto, i riti di passaggio, i percorsi di formazione e gli ideali in cui credere (Per cosa combattiamo? Cosa conta nella vita?) siano sempre uguali.

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LA PAROLA AL REGISTA

«aKasha è una storia d’amore comica e anticonvenzionale ambientata in tempi di guerra: la guerra in Sudan, adesso. Nelle montagne di Nuba e nelle regioni del Nilo Blu, le nostre vite sono sature di retorica e ideologia di guerra e rivoluzione. Nonostante tutto le persone provano a vivere normalmente: ci sono musica e incontri, amore e risate. Penso sia molto interessante la giustapposizione di idee filosofiche sulla rivoluzione con le vite normali delle persone. Voglio esplorare questi due mondi che collidono».

scena

aKasha (2018): scena

 

3 - Continua

 

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Venezia 2018: Giorno 1

Venezia 2018: Giorno 2

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