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In Serie (43) : "Luck" (stag. 1) : Keep Your Hands Open.
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Luck” è ippoterapia sotto forma d'opera d'arte.
Metacinematograficamente, svolge la funzione che, all'interno della serie, è affidata al ranch di Claire (Joan Allen) : dalla scuderia che, attraverso l'utilizzo degli stalloni e dei destrieri a fine carriera (tra lo “Youth” di Sorrentino e il “Quartet” dello stesso Dustin Hoffman), consente ai detenuti di affrontare un particolare percorso di riabilitazione, si passa al recupero dei tele/web-spettatori che, reduci dal crimine di aver assistito a Grey's Anatomy, Prison Break e the Walking Dead, vogliono disintossicare il proprio sguardo.


“Sono gli altri ad adeguarsi.”


Luck” (ovvero: the Sopranos + the Wire + ebrei, italiani, messicani (ex fruttaroli peruviani), irlandesi, greci, cajun + una sana spruzzata di Mandrakata, fresca gioventù e morte), una serie in cui anche le tv portano il marchio “Vizio”, è il “Big WednesDay” delle corse di cavalli: Michael Mann - con la cinepresa e con la supervisione alle riprese quando non è lui a dirigere (vale a dire tutti i restanti 7 ep. oltre al pilot), con la scelta del cast e delle musiche - e David Milch - con KB d'inchiostro - accarezzano i destrieri e gli stalloni come John Milius e Kathryn Bigelow fecero con l'incavo dell'onda da cavalcare che sta per richiudersi sul cavaliere e sull'amazzone, sul surfista, sul fantino.


L'immagine iconica della serie invece potrebbe essere quella di un giornale - la pagina coi risultati delle corse del giorno prima e delle partenze del giorno dopo, cioè oggi - ripiegato per 3 o 4 volte, un po' scribacchiato, e tenuto stretto tra il braccio e il fianco quando non usato come poggia e sottobicchiere, ventaglio, taccuino per gli appunti, foglio di calcolo delle probabilità, portafortuna, amuleto, scacciapensieri…

“Derivati... Crei altri numeri da ciò che in teoria dovrebbero già rappresentare. Ma i valori, tranne che per quei numeri, finiscono nel cesso. Il denaro ridiventa sé stesso.”

Chester “Ace” Bernstein – la risorsa, l'architetto, il controllore e padrone del termostato: Dustin Hoffman, vedi alla voce recitazione ("Quando avevo vent'anni sono stato un attore disoccupato per dodici anni", e per portare a casa la pagnotta vendeva i figli di Gene Hackman da Macy's), qui anche produttore – assapora con lo sguardo uno spicchio, una fetta, un angolo, una breccia, un riquadro (ancor per il momento incorniciato e invaso da ombre e inframezzi a sbarre) di libertà, dopo 3 anni di reclusione (è stato “incastrato”, ha protetto un nipote “innocente”, e non ha fatto la spia), e quell'esterno che intravede e pregusta risult'agli occhi (così come al nostro, per interposta persona) sovraesposto, luminoso, accecante.


La faccia sorpresa, stupita, appagata, soddisfatta e felice del Greco - Gus Demitriou, un monumentale Dennis Farina (1944-2013) - quando Pint of Plain (el Ganador) mangia il pezzo di carota dal suo palmo, e poco dopo, quando Turo Escalante - l'allevatore/allenatore, un John Ortiz che veleggia tra l'understatement latino e la graniticità ferina: “Ma che cazzo! Dovrebbe pisciare in testa a quelle cucarachas e invece quel tonto la sta trasformando in un'avventura! Vai, adesso, conyo!” - gli dice che il cavallo sta benone, e può quindi riferire la cosa “a chiunque importi” (lasciando intendere di aver così mangiato la foglia e aver capito che il Greco, quello che noi sappiamo essere il braccio destro di Ace, è solo un prestanome), valgono da soli la visione.

Poi, una puledra muore, con l'occhio grande, acquoso, dalle lunghe ciglia scure, aperto-chiuso, spalancato-serrato divaricato-sbarrato sotto al pieno sole.
E tu piangi, e non sai perché.

“Sai che rumore fanno le zampe quando si rompono? Rami secchi che si spezzano.”


A Michael Mann (sua la regia da antologia - del prologo, così come sarà “consulente” e consigliore per i registi che si susseguiranno per i restanti 8 ep., e si occuperà anche delle scelte di cast e musicali, mentre David Milch – i due autori-creatori da questo PdV si compartimenteranno stagnamente rispetto ai propri ruoli all'interno della serie – si dedicherà esclusivamente alla stesura della sceneggiatura di alcuni episodi scritti di suo pugno e al controllo showrunnerizzante su quelle scritte da altri) piacciono i cieli nuvolosi, canonicamente semi-coperti, cangianti, staticamente mutevoli: al primo trotto in pista, complici le brume del giorno, la sovraesposizione entra in contatto con – e confluisce nella – naturalezza (verde, oro, blu, ocra) della pioggia prima che cada sul sabbioso terreno battuto della pista e sull'erba smeraldo.


Alla regia si alternano, oltre a Michael Mann, bravi artigiani ed esperti sceneggiatori/registi/produttori: Terry George ('52: Nel Nome del Padre, Hotel Rwanda), Allen Coulter (the Sopranos, BoardWalk Empire, Vinyl), Phillip Noyce ('50: Dead Calm, Rabbit-Proof Fence), Bryan Kirk (Game of Thrones, Penny Dreadful), Henry Bronchtein (the Sopranos) e Mimi Leder ('52) : quest'ultima, direttrice del finale di stagione (che poi è/sarà il "finale" di serie...), a volte si appoggia troppo a certa retorica e a certune convenzionalità [il montaggio alternato è, da una parte, a tratti, percussivamente piatto (purtroppo - contestualizzando il campo da gioco - in alcuni momenti sembra di stare in E.R. - show lodevole -, ma questo è “Luck”!), e dall'altra, per esempio durante le due gare, l'inserimento e l'utilizzo delle due canzoni (“Nasty Letter” di Otis Taylor per Mon Gateau ed “Elements and Things” di Tony Joe White per Gettin' up Morning vs. Pint of Plain) è spettacolare], ma quando si affida alla bravura dei sui interpreti e lascia loro briglia sciolta (e ciò accade progressivamente nel corso dell'episodio, avviene man mano sempre più), e quando riesce ad inserire brevi sp(r)azzi di nervile inventiva puramente visiva e di montaggio, ecco, quando si esula un poco dal canone del dressage, allora, huauh!


David Milch – abile nel dipingere un carattere, anche, a volte, con l'uso di una sola pennellata (un gesto, un tic ricorsivo, un atteggiamento, uno storno o un'insistenza di sguardo) – è superno persino nell'inserire momenti didascalici (nella sua narrazione impressionista, randomica, inarrestabile), rendendoli fiammeggianti, virulenti: lo “spiegone” di Ace a Gus, quello di Ace al giovane sbarbatello neo-ex milionario dexterizzato quale pedina sacrificabile e sacrificata, i molti “punti della situazione” all'interno del quartetto di vincitori della Pick Six, il filotto/sestina da 2 virgola 6 e rotti milioni di $ da spartirsi (ad ogni personaggio il suo cavallo (e viceversa) : tutti e 4 in riga, e un pezzo di carota nel palmo della mano teso, rivolto verso l'alto, per Mon Gateau), e il discorso di Walter Smith (un Nick Nolte magnifico), il kentuckiano, a Ronnie Jenkins, il veterano, (ex?) alcolizzato e drogato (splendidamente interpretato da Gary Stevens, che quell'arte-lavoro-carriera l'ha praticata davvero e sul serio, poi tornando a gareggiare nel Kentucky Derby - dopo averne vinti tre -, a 50 anni, nel 2013), quando gli racconta la storia di Delphi, il padre di Gettin' up Morning , o quando, ancora, il vecchio parla direttamente all'orecchio, al muso, all'occhio del suo purosangue, rivolgendosi però a Delphi: “This is your son. I hope to God you can see him. Or hear me. Anyways, he's your son. God, I hope you know that because I can barely stand to look at him day after day because he reminds me so much of you and it breaks my heart 'cause he runs like you, he moves like you, he's got such a big heart just like you had. I don't think I could lose two of you. I couldn't bear it”.


Ma questo modo di scrivere, girare e mettere in scena non è certo una regola aurea: si prenda, per contro, un esempio opposto, ovvero certi film (bellissimi) di Woody Allen: sono composti da un rutilante, infinito, autoreplicantesi accavallarsi di avvenimenti concatenati: eppure (e proprio per questo) funzionano.

“Se quel cowboy prova a farci pagare le tasse sulla sua stecca chiamo la polizia”: questa è l'unica interazione tra Marcus (Kevin Dunn) e il "cowboy" (piccolo intrallazzatore e medio speculatore) interpretato da W. Earl Brown ("Tutti Pazzi per Mary", "True Detective / 2", e l'indimenticabile Dan Dority di "DeadWood"), ma carichissima. 


Completano il grandioso cast Richard Kind, Jill Hennessy, Ian Hart, Ritchie Coster (il suo Renzo rimane impresso), Jason Gedrick, Kerry Condon, Alan Rosenberg, Barry Shabaka Henley (manniano d.o.c.), Mercedes Ruehl, Jake Hoffman (vero “nipote di”), e un Michael Gambon che sembra il John Huston di “ChinaTown”.

Una nota particolare la merita il set esterno, vero e proprio personaggio principale della serie, l'ippodromo/pista da corse per purosangue (già protagonista di "A Day at the Races" di Sam Wood & Marx Brothers) di Santa Anita Park, Arcadia, California: l'art deco in primo piano, le alte, svettanti, filiformi e rade palme a mezza via e il profilo delle San Gabriel Mountains sullo sfondo.

«Fear the goat from the front, the horse from the rear, and man from all sides.»



• Postilla. Sulla cancellazione.

Per quanto riguarda la 2a stag., prima sospesa, durante la produzione del 2° ep., e poi definitivamente soppressa, vi sono più probabilità di assistere alla mini-serie o al film conclusivo di "DeadWood" (sempre David Milch)…

https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2012/mar/25/hbo-drama-luck-fall-first
http://www.vulture.com/2012/03/michael-mann-david-milch-interview-luck-horses-cancellation.html

Paradossalmente, fossero morti tre attori e/o stuntman, i problemi legali e morali – ad ogni modo insormontabili – sarebbero stati minori: tutte le misure di sicurezza attuabili e pensabili furono prese oltre il dovuto, ma un cavallo non è una persona giuridica, non è dotato di coscienza e di consapevolezza, e non può “assumersi il rischio”, mentre un essere umano si: l'un-lucky (aka: sfiga colossale, madornale, sesquipedale) ha raggiunto e superato e sfondato i livelli di guardia, traguardando apici e culmini altissimi, ed è stata fatta - forse, in parte - la cosa giusta da fare...

"HBO has now canceled LUCK after two horses died in the past 18 months during racing scenes and a third one died in a non-filming-related fall back at the stables. To put this in context, 29 horses have died in British racing since Jan. 1, 2012, and 730 horses a year die, averaging 2 a day, in American racing." - Jim Beaver (DeadWood), 15 Marzo 2012

PS. Un grazie sentito a @Marcello del Campo che mi ha reso agevole il recupero della serie (è bastato un mio fintamente ingenuo «Lo sai che "Luck" non è male?» e...taac!). 

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PLAYLIST (Press Play) 

Imaginary Forces (“Gipsy”, “Stranger Things”, “Vinyl”, “Better Call Saul”, “the Bridge”, “South Park”, “Mildred Pierce”, “BoardWalk Empire”, “the Pacific”/”Band of Brothers”, “Game of Thrones”, “Nurse Jackie”, “Mad Men”, “Angels in America”) :


Musiche (mooolto manniane) preesistenti: Elliot Goldenthal (da “Heat”), Etta James, Ray Charles, Irma Thomas, Oneida, Dire Straits (Money for Nothing), e…
Massive Attack - “Angel” - Mezzanine - 1998

Massive Attack - “Paradise Circus” - HeigoLand - 2010

Dropkick Murphys (testo: Woody Guthrie) - “I'm Shipping Up To Boston” - the Warrior's Code - 2005 (solo la parte strumentale)

Devendra Banhart - “Now That I Know” - Cripple Crow - 2005

Maserati - “Pyramid of the Sun” - PotS - 2010

the Revolution e Rich(ard) File (Unkle) - “In Time”

The Gutter Twins (Mark Lanegan e Greg Dulli) - All Misery/Flowers - Saturnalia - 2008

Max Richter - “On the Nature of DayLight” - the Blue NoteBooks - 2004

Rhys Chatham - “A CrimSon Grail” - 2007

Them Two - “Am I a Good Man” - 1967

Gil Scott-Heron - “Me and the Devil” - I'm New Here - 2010

Sigur Rós - “UnTitled Track #7” (Dauðalagið - la Canzone della Morte) - () [the Brackets Album] - 2002

Otis Taylor - “Nasty Letter” - Truth is Not Fiction - 2003

Tony Joe White - “Elements and Things” - ...Continued - 1969

Massive Attack (feat. Horace Andy) - “Splitting the Atom” - Splitting the Atom (EP) - 2009


Luck” è una serie che suscita - le narici ben aperte, divaricate, spalancate come prese d'aria e radiatori - uno sbuffante, godurioso, stantuffante sfrociare d'approvazione continuo da parte dello spettatore, e che può anch'e pure permettersi di (non) finire così, (non) terminando in surplace.

 

* * * * ½ (¾) - 9 (½)     

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