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Il fascino discreto di Gabriele Ferzetti
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Cinefilo snob e intrigante come pochi, Luca Guadagnino lo scelse come maestoso patriarca che appare nel primo quarto d’ora per lasciare il segno per tutto il corso di Io sono l’amore, uno degli ultimi grandi mélo del nostro cinema. Quella di Gabriele Ferzetti, scomparso oggi a novant’anni, è una parabola intimamente legata al melodramma. Tra film e telefilm, ha preso parte a più di centocinquanta prodotti nell’arco di almeno settant’anni: una presenza importantissima nel nostro cinema che spesso non ha goduto né dell’interesse critico né dell’attenzione del pubblico. Eppure è difficile dimenticare il ritratto del marito amorevole, dimesso e tradito del moraviano La provinciale, tra i risultati più alti del cinema letterario di Mario Soldati e del divismo di Gina Lollobrigida, in cui Ferzetti offre quella che è forse la miglior prova del suo sterminato percorso artistico, per cui conquistò un Nastro d’Argento. Premio che conseguì nuovamente grazie al più compiuto dei film di Elio Petri, A ciascuno il suo, grande, violento racconto sulla mafia che lo vede accanto al povero Gianmaria Volontè e alla fatale Irene Papas come perfido ed inquietante avvocato.

Gabriele Ferzetti

La provinciale (1952): Gabriele Ferzetti

Ferzetti ha attraversato la storia del nostro cinema con ammirevole costanza. Nato come ennesimo esempio di post-giovane amoroso (figura tipica del cinema italiano dei telefoni bianchi) con un buon curriculum teatrale (cito le collaborazioni con la leggendaria Anna Proclemer, Mario Missiroli e Vivi Gioi), s’impone negli anni cinquanta grazie ad una serie di pellicole diversissime che testimoniano la vivacità della produzione italiana: in costume, è titolare del biopic Puccini e nell’antologico Casa Ricordi e fa il seduttore par excellence Giacomo Casanova in una pruriginosa novellizzazione di Steno; negli adeguati panni del borghese, s’esprime prima del boom nel più sensibile dei lavori di Luciano Emmer (la malinconia familiare di Camilla) e poi in alcune commedie romantiche vacanzierie nelle quali gioca a fare l’elegante (s)oggetto del desiderio, dal cartolinesco Souvenir d’Italie al seminale Racconti d’estate fino a Nata di marzo che merita una rivalutazione immediata.

L’incontro fondamentale è con Michelangelo Antonioni che lo vuole controparte maschile del sottovalutato e bellissimo Le amiche (passa da Valentina Cortese all’infelicissima Madeleine Fischer) e soprattutto nel capolavoro L’avventura alla ricerca della scomparsa Lea Massari assieme a Monica Vitti («Claudia, ci sposiamo?»). Sempre all’inizio degli anni sessanta, è l’eroe dello splendido La lunga notte del ’43, esordio di Florestano Vancini tratto da una delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, e, a parte, qualche sporadica esperienza, poco resta in questo decennio, forse perché Ferzetti non sa del tutto capitalizzare il suo rispettabilissimo curriculum in un cinema che si modifica rapidamente e sceglie i coetanei Mastroianni e Gassman nei ruoli potenzialmente assegnabili a lui. Più bourgeois e maturo nell’aspetto, l’attore romano finisce per essere l’archetipo del signore di mezz’età con Grazie zia, Meglio vedova, Un bellissimo novembre, L’amica, ma ritrova una sua autonomia grazie al mitico Morton ucciso da Cheyenne di C’era una volta il West e al Draco di 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà, unico Bond di George Lazenby.

Gli anni settanta si segnalano per tre prove maiuscole: il cinico e malato dottore del drammatico Bisturi di Luigi Zampa, ancora interessato ai problemi della mutua; uno dei giudici, reso in maniera egregia, del discutibile Corruzione al palazzo di giustizia, tratto da Ugo Betti; il fanatico nazista del capolavoro di Liliana Cavani, Il portiere di notte. Ma bisogna mettere all’attivo anche il dentista dell’erotico Appassionata, il fulciano Sette notte in nero e Gli anni struggenti in cui è un severo pater familias. Possiamo dire che Ferzetti diventa anziano prima dell’anagrafe, maturo prima della maturità, solido uomo della borghesia d’altri tempi che fa capolino nell’elettronico Giulia e Giulia e nel Quartetto Basileus, fino alle apparizioni in alcuni scult (Il burattinaio, L’avvocato De Gregorio, Concorso di colpa) e in due esordi significativi: in Perduto amor si cimenta nei discorsi metafisici di Franco Battiato e con Diciott’anni battezza Edoardo Leo. Ferzetti se ne va lasciando l’immagine di un signore bello ed elegante, la classe di un attore d’alto lignaggio, il talento di un interprete che ha saputo connettersi alle partiture dei registi più diversi.

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