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Riscrivere una recensione: The Village
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Il villaggio di Convigton è circondato da un folto bosco che ne rappresenta al tempo stesso la maledizione e la salvezza. Maledizione poiché la fitta ombra delle fronde è l'abitazione di mostri orrendi in merito ai quali non si sa nulla, e salvezza poiché fra questi esseri e gli abitanti del villaggio esiste un patto: nessuno dei misteriosi abitanti del bosco metterà mai piede nel consesso umano a patto che nessuno degli uomini violi il limitare degli alberi.

E' questo l'incipit di uno straordinario film che è stato presentato come un horror e che invece si rivela essere molto di più. Un thriller psicologico, certamente, ma anche e soprattutto una favola gotica, una racconto filosofico sull'uomo e le sue paure più profonde, il suo desiderio di fuggire dal male e al tempo stesso la sua incapacità di sfuggire a un qualcosa (il male appunto) che è parte rinnegata ma inscindibile dell'animo umano.

 

 

Alla sua quarta regia M. Night Shyamalan torna ai livelli d'eccellenza del suo riuscitissimo esordio, The Sixth Sense, e addirittura li supera.

Se quella splendida pellicola era inquadrabile, comunque, nel contesto della ghost story, qui il regista di origine indiana riesce a svincolarsi dai generi e a realizzare un'opera che in qualche modo percorre un sentiero a parte. Una cosa che alla fine è propria di quei film che dimostrano di possedere un passo superiore agli altri.

Alcune definizioni, per inquadrare il contesto della storia, le abbiamo elencate poche righe sopra, ma ve ne possono essere altre.

Ad esempio che ci troviamo di fronte a un film politico, la metafora in chiave fantastica dell'angoscia di un paese ancora sotto shock per ciò che era successo l'undici settembre di pochi anni prima.

Un paese, l'America, che perde le sue certezze e si sente accerchiato da nemici indistinguibili; e un paese lacerato da contraddizioni interne, che si pone nei confronti del resto del mondo come faro di civiltà e come modello di società ideale, e al tempo stesso però costretto a fare i conti con una violenza che si palesa nelle radici stesse (si pensi al diritto, costituzionalmente garantito, di poter avere un'arma, cosa che ha creato spesso i presupposti per tragedie terribili) e da cui non sembra potersi liberare.

 

 

I pacifici abitanti di Convigton rifuggono la violenza, vivono in un mondo i cui tempi sono dettati dal lento volgere delle stagioni, rinchiusi nei loro modi arcaici in cui un protocollo rigoroso influenza i loro comportamenti. Sono gli anziani a decidere cosa è bene per il villaggio e i giovani sembrano volersi adeguare, solo qualche sprazzo di ribellione che si esprime in innocenti sfide (la gara a chi resiste di più sul limitare del bosco).

E in lontananza, in opposizione al placido scorrere della vita di una comunità rurale, si palesa, minaccioso, il fantasma della “città”, luogo da cui gli anziani sono fuggiti anni prima, teatro di ogni nefandezza che l'uomo sia capace di produrre.

Appunto l'uomo: umani coloro che rendevano “la città” una sorta di inferno e umani coloro che formano la comunità isolata dal resto del mondo, nel quale hanno cercato di creare una sorta di luogo ideale basato sulla pace.

Umani circondati da creature non umane che li terrorizzano ma che al tempo stesso ne sono la garanzia di protezione nei confronti della "città".

Si è parlato di favola e non a caso. La struttura della storia ha le valenze proprie della favola: una situazione consolidata che viene disturbata da una avvenimento, che rompe l'equilibrio e porta al succedersi degli eventi costringendo i protagonisti a guardare a sé stessi e al mondo che li circonda con occhi diversi.

 

 

Shyamalan sembra un pittore, abilissimo con la sua tavolozza nello stendere un velo di colori tenui per tratteggiare un paesaggio indefinito su cui spiccano, più decisi, i colori che invece determinano lo sviluppo della storia: il giallo, colore del bene, della solidità morale, della tradizione da salvaguardare, ed il rosso, il colore maledetto, non a caso il colore che si abbina alla violenza (il sangue che scorre) ma anche alla passione (il colore dell'amore).

Sarà proprio un amore intenso come quel colore rosso che tanta paura fa agli abitanti del villaggio a spingere la protagonista, Ivy, a rischiare ogni cosa per salvare la vita dell'oggetto stesso del suo sentimento, il giovane Lucius.

Ivy che è menomata da un grave handicap non avendo la vista, eppure proprio lei, cieca, dimostra di saper vedere dove gli altri non osano (o non vogliono).

Lucius e Ivy sono i veicoli attraverso cui gli abitanti del villaggio, e soprattutto gli anziani, depositari di una verità che viene nascosta ai giovani, sono costretti a uscire dal guscio delle certezze costruite con tanta perseveranza ma rivelatesi alla fine solo delle illusioni.

Un film straordinario, costruito con rara abilità, una sequenza di immagini e dialoghi realizzati con la stessa pazienza con cui si può delineare un mosaico, accompagnati da una colonna sonora semplicemente meravigliosa, un delicato passaggio di archi che sottolinea la drammaticità della vicenda.

 

 

Un film che Shyamalan è riuscito a realizzare grazie anche all'aiuto di un cast straordinario: Sigourney Weaver (Alice Hunt) e William Hurt (Edward Walker) sono perfetti nei panni dei più autorevoli fra gli anziani, attratti l'uno dall'altra (come denuncia il gioco dei loro sguardi) ma irrimediabilmente separati dal ruolo che hanno all'interno della comunità.

Ruolo che verrà messo in discussione proprio da ciò che faranno i loro figli, Lucius unico figlio di Alice (bravissimo Joaquin Phoenix) e Ivy, figlia secondogenita di Edward, una Bryce Dallas Howard per la cui perfetta interpretazione non riesco a trovare parole adeguate.

E diamo il giusto plauso ad Adrien Brody, che assolve in modo eccellente l'ingrato compito di dare forma e fattezze a quel male cui la piccola comunità fugge con ogni mezzo, al punto da precludersi ogni possibilità di miglioramento, e che invece inevitabilmente si presenta alla porta di casa.

 

Una pellicola dunque sull'uomo, e soprattutto sulla sua disperata arroganza, che lo induce a pensare di poter controllare con la sua volontà ogni movimento del destino. Così non è.

Ma anche un film straordinario che sa raccontare come pochi altri la sua storia, con una scelta di tempi, di modi, di colori, di emozioni, assolutamente azzeccata, e che trova il suo compimento in un finale che lascia lo spettatore annichilito dalla sorpresa.

 

E la scena in cui l'intrepida Ivy, di fronte all'intrusione delle creature malefiche nel villaggio, decide di non scappare ma di affrontarle, ponendosi sull'ingresso della casa, indifesa di fronte all'arriva del mostro, viene salvata all'ultimo dal coraggio di Lucius, in un crescendo sottolineato dalla meravigliosa musica di James Newton Howard, è di quelle che rimangono nel cuore.

O almeno nel cuore di chi ha scritto queste righe

 

 

Nota finale: cinque anni fa, proprio in questi giorni, mi iscrivevo al sito ed esordivo recensendo (ma allora si chiamava opinione e non recensione) The Village. Poche righe per esprimere la passione che avevo (ed ho tutt'ora) per quel film. Furono le prime incerte parole che avevo il coraggio di scrivere su questo sito, che col tempo è diventato un po' anche casa mia.

Una recensione, od opinione non si cambia (e la trovate qui //www.filmtv.it/film/27331/the-village/recensioni/477495/#rfr:none esattamente come la scrissi allora), almeno secondo me.

Ho solo voluto farmi un piccolo regalo per festeggiare questi primi cinque anni, e l'ho voluta riscrivere sotto forma di post.

Utilizzando quel po' di esperienza nella scrittura che ho maturato su queste pagine. Spero mi scuserete per questo.

 

 

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