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Del meglio di 'sto gran meglio: 2021 (+ GirlHood #7: Amyl and the Sniffers).
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Del meglio di 'sto gran meglio: 2021 (+ GirlHood #7: Amyl and the Sniffers).

Questa classifica tratta dei film e dei serial migliori - ovviamente considerando esclusivamente le opere cui ho potuto assistere in maniera integrale e rispetto alle quali ho già scritto una recensione che si può intendere come completa - fra quelli usciti sul mercato internazionale nel 2021 (con una singola eccezione, o forse un paio, toh: e una di esse l'ho piazzata proprio al primo posto, perché sì). E tratta anche, ma molto parzialmente, di musica (con solo tre esempi), mentre probabilmente ne seguirà un'altra, più articolata, dedicata ai libri letti quest'anno.

 

Lesson namber uan: Un attico con vista su Central Park è meglio che nessun attico con vista su Central Park.

 

 

Lesson namber ciu: Non sporgere la testa dal finestrino, o per lo meno guard'avanti, cazzo!

 

 

Lesson namber θri: la classifica mente meravigliosamente (son persino d'accordo con Paul Schrader ch'è d'accordo su sé stesso... Se non fosse per "First Cow", un film del 2019 che sarebbe stato in testa tanto nel 2019 quanto nel 2020 senonché vi ho potuto assistire solo nel 2021, perciò: "Tiè, Paul!").

 

Yiiiup!

 

Playlist/Classifica precedente (2020):

- versione lunga: //www.filmtv.it/playlist/716935/20eventi20e/#rfr:user-47656

- pagina riassuntiva: //www.filmtv.it/playlist/717368/20-eventi-del-2020/#rfr:user-47656 

 

In attesa di "Licorice Pizza"... (E della GoPro legata a un polso, come un bracciolo salvagente, con tutto il peso della testimonianza, di "Purple Sea - das PurpurMeer".)           

 

Come al solito la risposta è "42", m'alla fine i film saranno per forza di più.                          

Playlist film

First Cow

  • Drammatico
  • USA
  • durata 121'

Titolo originale First Cow

Regia di Kelly Reichardt

Con John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, René Auberjonois, Scott Shepherd, Ewen Bremner

First Cow

 

Certain Men.

 

Non voglio viverlo, quel momento. Non ho alcun bisogno, di vederlo. Non v’è necessità alcuna, di sentirlo. Stacco a nero. La foresta smette di brulicare e bisbigliare, l’acquerugiola dal cielo più non cade. Entra la chitarra della tautologica “A Closing” di William Tyler (autore dell’intera, “neilyounghiana” - e ovviamente penso a “Dead Man” di Jim Jarmusch - e "rycooderiana", colonna sonora). Affiorano le prime ossa dei due scheletri pronti per essere dissepolti dalla loro dimora ultracentenaria di limo e humus.

 

- Non è un posto per mucche, questo. Se lo fosse, Dio le avrebbe messe qui.
- Non è neppure un posto per uomini bianchi, allora.

First Cow”, il 7° lungometraggio di Kelly Reichardt, come al solito da lei scritto - col fido Jonathan Raymond, traendo la sceneggiatura dal di lui romanzo “the Half-Life” del 2004 - e montato (mentre la splendida fotografia brumosa utilizzante il formato Academy standard di 1.375:1 - vale a dire, semplificando, in 4:3 -, "contro", dentro, oltre il CinemaScope di John Ford, Howard Hawks e Anthony Mann, è di Christopher Blauvelt, sodale della regista dai tempi di “Meek’s CutOff”, e poi al lavoro, tra gli altri, in “Mid90s”), è un’ode ai dimenticati e a chi non ha nemmeno avuto la possibilità di esserlo, perché sconosciuto al mondo, se non per un amico; e in esergo al film (e quindi, ancora, "Dead Man"), William Blake: “The bird a nest, the spider a web, man friendship.”

 

Cookie (John Magaro), un cuoco da viaggio originario del Maryland al sèguito di un gruppetto di cacciatori di animali da pelliccia nelle foreste dell’Oregon d’inizio ottocento incontra King-Lu (Orion Lee), un cinese inseguito da alcuni russi, e lo aiuta - disinteressatamente - a salvarsi.

 

Nella Mitopoietica Arcadia delle Origini, la Terra di Latte e Miele (e farina, e strutto, e zucchero, e qualche mirtillo, e una spolverata di cannella), sotto alla spinta del Destino Manifesto, s’insegue il Sogno Americano, mentre scorre il Sangue (tutto maiuscolo, in quel continente!), prima di farsi denso e raggrumarsi.

 

Das Kapital: il West(ern) prima del West(ern), il marxsismo prima di Marx & Engels: e prima che esportatori di democrazia e, di concerto, importatori di capitalismo si diffondano e dilaghino: "vitelli" d'oro, accentramento di potere e Proprietà Privata nella Wilderness: in nuce, l'Era del Filo Spinato (open range) e quella dell'Accumulo, depauperando - oltre il pianeta - il singolo individuo (che fa moltitudine, e armento), il quale può cercare, da una parte, di sopravvivere nella Natura (e all'Homo s. sapiens), e, dall'altra, di provare a vivere nella società degli uomini (esseri umani maschi e bianchi) giocando al loro stesso gioco: rubando, sì, ma ai ricchi, per dare ai poveri, cioè a sé stesso, alleandosi grazie ad un sentimento di pura amicizia nata innocente rispetto all'obbiettivo ora comune che traguarda verso l'elevazione sociale.

 

…la Storia, qui, non è ancora arrivata…

First Cow” è un gran lavoro di sottrazione che gioca col mito della frontiera e un’autentica opera d’arte sulla modernità che sfocia nella contemporaneità. Principia con un prologo placido e imponente che ricalca (cambia il mezzo di locomozione, gli orizzonti sono i “medesimi”: dal Montana s ritorna all’Oregon, il “set” naturale della quasi totalità delle pellicole della regista) specularmente quello di “Certain Women” -{qui entra in campo, scivolando controcorrente da Sx vs Dx sul fiume Columbia, al confine fra Oregon e Washington, una nave cargo mercantile portarinfuse battente bandiera cipriota, la Bellemar -[un mastodontico-sesquipedalico oggetto-(dis/ultra)umano che solca il 4° corso d'acqua per lunghezza e portata di tutto il Nord America ed appare, anche su quell'immensa e relativamente quieta arteria fluviale, completamemte fuori scala; e senza considerare il porto, che rimane fuori campo, e perciò, in un certo senso e qual modo, sostanzialmente ancor più presente...]-, così come là era aperto da un mega-treno merci che attraversava lo schermo da Dx vs Sx}-, il film precedente dell’autrice, e continua precipitando pacificamente con orrorifica tranquillità verso l’epilogo che incarna e sancisce l’esistenza di quell’ultima dimora dei due giramondo.

 

...Fu un caporale di vent'anni / Occhi spenti e giacca uguale...

 

Ed è anche un (inconsapevole ultimo) omaggio a René Auberjonois (1940-2019; "M*A*S*H", "McCabe & Mrs. Miller", "Images", "Star Trek: Deep Space Nine", "Certain Women"), con corvo, a Lily Gladstone ("Certain Women" e "Buster's Mal Heart"), la moglie (tratto d’unione fra visi pallidi e pellerossa) del sovrintendente / capo fattore [un sempre più che ottimo Toby Jones ("Detectorists"), qui in amministrativo-burocratico selvaggia parata] e al volto di Alia Shawkat ("Meek's CutOff" e "Green Room") che, le mani sporche ad escavazione completata, volge il viso ai paridi e ai fringillidi che si rincorrono fra i rami sulle cime degli alberi spogli: e dagli augelli si passa ai finferli, senza muoversi d’un solo passo, ma cambiando di due secoli, mentre - citando di sponda e parafrasando Honoré de Balzac ("...dietro ogni grande fortuna c'è un crimine...", che non a caso apre "the GodFather" di Puzo & Coppola: e ritorna, ancora, Marx, grande ammiratore dell'autore della Commedia Umana) nei dialoghi - si tenta la scalata alla fortuna cercando di dotarsi di un capitale, d’inseguire un miracolo o compiendo un (minuscolo) crimine.

 

The Cookie’s (s)Fortune, ovvero: “Buon Dio, Dammene un’Altra!”

Ché no, non è un paese per mucche vedove e sole, m’altrettanto certamente non è un paese per... certain men.


Assieme a quello di Claire Denis, di Paul Thomas Anderson e di pochi/tanti altri (penso alla serialità di David Simon, Matthew Weiner e Noah Hawley), quello di Kelly Reichardt è forse uno dei cinema - dal PdV "occidentale" - più necessari, oggi, per capirci qualcosa... di qualcosa.

 

A latere, "First Cow" è un film cui assistere in compagnia di "the Sisters Brothers" di Jacques Audiard.

 

9.25

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il collezionista di carte

  • Thriller
  • USA
  • durata 112'

Titolo originale The Card Counter

Regia di Paul Schrader

Con Oscar Isaac, Tye Sheridan, Willem Dafoe, Tiffany Haddish, Billy Slaughter, Joel Michaely

Il collezionista di carte
altre VISIONI

In streaming su Infinity

 

The Card Counter”, ovvero: “Dei Recenti Sviluppi su Interrogatorio e Attendibilità.”

 

Non è proprio per cose come il Garden Glow del Missouri Botanical Garden (una francamente orripilante Las Vegas botanica sempiternamente natalizia) che Mohamed Atta ha piantato le corna nella Torre Nord, quella luminosa e tersa mattinata di un’estate indiana newyorkese, anche perché al tempo questo iper-nonluogo non esisteva, ma diciamo che non avrebbe aiutato. Poi, che volete, a proposito di inesistenze, del resto il carcere di Abu Ghraib (ora Prigione Centrale di Baghdad) sarebbe stato di lì a poco messo in piedi in Iraq e l'oggi abbandonato e dismesso in fretta e furia (in mani altrui) centro di detenzione di Bagram sta(va) in Afghanistan, oh, mica in U.S.A. [eccezione: Guantanamo ("...l'orrore, l'orrore..."), un pezzo di Cuba espropriato in aeternum dal locatario yankee].

 

«Conosci l'espressione “tilt”? Un giocatore che sta vincendo e va fuori di testa, va in tilt. Proprio come nel flipper. Qualcosa di simile succede negli interrogatori. È chiamata “deriva della forza”. Capita quando nell'interrogatorio si applica sul prigioniero sempre più forza con risultati sempre minori. L’interrogatore si stordisce di frustrazione e di potere. Chiunque può andare in tilt.»

Yasujiro Ozu la MdP la metteva lì, ferma, ad altezza tatami. Era una fissa sua, che ci vuoi fare. E d’intorno, la meraviglia. Robert Bresson la MdP la muoveva se ce n’era bisogno, era fatto così (se Mouchette ruzzola, la MdP la segue per un po’, effettuando una lenta panoramica a schiaffo di 45°, lasciando poi al montaggio il compito di riprenderne più giù la ruzzolante corsa, una, due, tre volte, poi torna Monteverdi, e anche l’acqua, immota e limpida, torna; se Balthazar, spossato e ferito, cerca un giaciglio per riposare l’affanno e calmare l’emorragia, la MdP montante una media focale lo segue, e poi si adagia con lui, con lui attendendo che lo scampanellio del gregge lo circondi, e poi lì sta, e se poi il gregge si allontana di qualche passo e ritorna Schubert, lo segue per un poco, sino a rivelarne gli esiti dello schianto al suolo, e lì ritorna, e rimane). Paul Schrader, invece, da un lustro a questa parte, ovvero con le sue due ultime opere, dopo aver messo in scena con “Dog Eat Dog” (2016), non scritto da lui, una sua “paradossalmente” personale - e parziale, "rivelantesi" solo sul finale, e cambiando le regole del gioco retroattivamente - versione di “An Occurrence at Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce, come già - più esplicitamente, con totale evidenza compiuta - in “the Last Temptation of Christ” (1987), per Scorsese, persiste nell’intento esorcistico, perfettamente riuscitogli, d’ingenerare un lieto fine (del film, non della storia) “provvidenziale”, nel senso “umano” del termine, ponendolo lì, in zona estatico-salvifica, come quando ad esempio l’epifania raggiunge il climax andandosi a spegnere nell’ombra di un sorriso ghignante in “Taxi Driver” (1976), ancora per Scorsese: attuato “inconsapevolmente” nei confronti del protagonista da un’altra persona, con la sua sola presenza apparita, nel caso di “First Reformed” (2017), che si risolve (errore, punizione, reazione, salvezza) in un abbraccio dopo aver preteso ed accolto la luce proprio come accadeva in “Bringing Out the Dead” (1999), sempre per Scorsese, e realizzato dal protagonista stesso in “the Card Counter” (2021), che giunge (errore, accettazione/punizione, reazione, punizione/salvezza) ad un contatto “attraverso” un vetro (come del resto già Renato Pozzetto insegnava) partendo da “PickPocket” (le sbarre messe a grata) e passando dalla nullificazione di quell’amorfa superficie cristallina ch’è al contempo ponte e confine che avviene al termine di “American Gigolò” (1980) e dalla sua ontologica assenza nel finale “copia conforme” di “Light Sleeper” (1992), uno dei tanti film del regista poco rimasti nel cosiddetto immaginario collettivo, così tanto colonizzato dall’effimero provvisorio-transitorio, qual è ad esempio, per citarne solo uno, il più recente “the Walker” (1997).

 

(A latere, è “interessante” notare come un regista e sceneggiatore che in carriera ha messo in scena per tre volte - la prima 40 anni fa, riprendendo un film di altri 20 anni prima - lo “stesso, identico” finale possa descrivere il “Cry Macho” di Clint Eastwood come un film che pone “riflessioni che potevano andar bene 30 anni fa”.)

 

La fotografia [certe composizioni del quadro (1.66:1) con riprese degli ambienti in interni dal vero, in cui i movimenti della MdP in semicircolare panoramica disegnano prospettive e profondità di campo semplicemente pennellando/riproducendo il territorio da un singolo PdV, e alcuni momenti di organizzazione dello spazio con gli attori in movimento mentre camminano lungo corridoi, stanze, atri e saloni e aprono e chiudono porte attraversandone i vani e solcando stipiti e architravi, si possono osservare solo in un film-culmine del cinema contemporaneo qual è “Eyes Wide Shut”, mentre una nota a parte la merita l’utilizzo non eccessivo, m’anzi perfettamente consono, di un obbiettivo ipergrandangolare estremo (ultrawide fish-eye) e formato più panoramico per descrivere l’odore, la temperatura e la pressione nei ricettacoli di Abu Ghraib e Bagram] e il montaggio (classico, e/ma potente) sono rispettivamente di Alexander Dynan e Benjamin Rodriguez, entrambi collaboratori del regista dai tempi proprio di “Dog Eat Dog”.

Per le musiche il regista e sceneggiatore ha interpellato Robert Levon Been dei Black Rebel Motorcycle Club che, con Giancarlo Vulcano e Jesse Mark Russell ha scritto una partitura e delle canzoni in magnifico noise rock.

Martin Scorsese qui, tra i produttori esecutivi, è, per Paul Schrader quel ch’è La Linda (magari senza artigli in acrilico rosa) per William “Tell” Tillich.

 

Chiunque può provare a redimersi un poco. Anche in ritardo. Basta non aspettarsi sconti.

 

8.50

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Strappare lungo i bordi

  • Serie TV
  • Italia
  • 1 stagione 1 episodi

Titolo originale Strappare lungo i bordi

Con Zerocalcare

Tag Animazione, Maschile, Vita vissuta, Formazione, Italia, Anni duemilaventi

Strappare lungo i bordi

In streaming su Netflix

 

Rebibbia Calling con Agnizione a Biella (un Serial a Due Voci, Prima del Coro), ovvero: Che Cazzo di Animali in Questi Giorni Miei.

 

Perché sì, ci vuole coraggio, a posizionare la stazione di Biella come set per un’agnizione ‘sì dolorosa [però non solo di riconoscimento di persona e avvenimento si tratta, ma, in seconda istanza, anche di forma e stile: è infatti l’unico momento, nell’ora e tre quarti, suddivisi in 6 micro-tronconi, di animato (che gira “a vuoto”, dritto come un fus(t)o - o bellimbusto di eliana memoria -, forse un po’ curvo di spalle, (per)seguendo tutti i passi comandati di precetto, ma va beh, e poi ecco che arriva, e da lì ti porta dove già sai, e ti piace lasciarti portare), in cui una certa poesia miyazakiana, al culmine del 4° ep., traspare].

 

Dicevo: fosse, che so, Kobane, ok, ma Biella... (E comunque sempre meglio che Novara o Alessandria.) Poi, se si mettono assieme Valerio Mastandrea e un armadillo, beh, non resta che constatare un dato di fatto: “Guarda che animali stronzi c’è in circolazione in questo momento storico (compresi l'Arcangelo Interinale e il Divano de Spade; e se qualche faggiano osa dire "In stile BoJack HorseMan" je meno). Questo per dire, se ancora non si fosse capito, che “SLiB” è un cazzo di piccolo capolavoro a due voci, che poi è una [la battaglia tra Io ed Es, col Super-Io cingolato (aka la Coscienza di Zeno, pardon, di Zero) a rigovernare la casa], almeno fino a quando non si aggiungono tutte le altre, compresa quella robo-elettro-metallica, che proprio da un apparecchio elettronico uscirà, infine, in tutta la sua naturalezza e verità. E parlando di me, parlando d’altro, sei anche riuscito a farmi piagnere, Michele Rech (così, su due piedi e in quattr'e quattr'otto e senza previo avviso, Persona Non Grata in U.S.A. a causa dei vuoi viaggi in Siria e Iraq), coi tuoi trucchetti...

 

[sotto l’aspetto tecnico-narratologico, una delle cose più belle di SLiB sono gli a nero, 2 o 3 per episodio, che punteggiano verticalmente, dandole il ritmo, l’orizzontalità - la linea tratteggiata... sulla carreggiata - del racconto: la parcellizzazione, che forma un sistema grande e compiuto, di “la Profezia dell’Armadillo” (da cui ritornano Secco e Sarah/Greta, mentre Camille qui “è” Alice: c’è “sempre” una perdita che innesca le storie di ZeroCalcare: d’altronde, come ci ricordano gli Scarabocchi di Maicol & Mirko messi come Memento Mori a salvaschermo, “Chi è felice è complice”) innestata in Rebibbia Quarantine]

 

...del cazzo: bravo, eh. Sarai contento. Perché io sì, lo sono. Anche senza gelato. A proposito, quasi quasi… (Ad ogni modo volevo solo guarda' 'na serie, mica fa' psicoterapia, li mortacci tua.) 

Direzione artistica di Erika De Nicola e co-regia di Giorgio Scorza e Davide Rosio, tutti e tre della DogHead Animation. Musiche di GianCane, dal Muro del Canto (“salta l’intro”: col cazzo!), e in colonna sonora anche Fauve, Apparat, Band of Horses, Remember Summer, Jonathan Lloyd & Clif Norell, the Wiyos, M83, gli Ultimi, Bronski Beat, Generation X, Klaxon, Max Brodie... E beh, poi, certo: Manu Chao, Ron e Tiziano Ferro. Produce e distribuisce Netflix (con feat. Ilaria Castiglioni per la consulenza sui bagni delle femmine).
Impareggiabile il coraggio nel disegnare il gioco di Fonzie, quello di passare al volo una pila di monetine dal gomito alla mano, per un fumettista che "non sa disegnare i gomiti" (cit.). Per questo e per tanto (SLiB è uno dei film più tridimensionali - nel senso di densi, stratificati e fradici di vita - del suo tempo, ch'è il nostro) altro: ****¼ - 8½

 

Haut les Coeurs!

 
8.50

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

  • Fantasy
  • USA, Irlanda
  • durata 125'

Titolo originale The Green Knight

Regia di David Lowery

Con Dev Patel, Alicia Vikander, Joel Edgerton, Sarita Choudhury, Sean Harris, Kate Dickie

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

In streaming su Amazon Prime Video

 

Le storie sono più importanti delle cibarie messe ad imbandire le tavolate conviviali. Le storie sono l’acquolina in bocca alla vita: aiutano a digerirla.

Re Artù, Ginevra, Merlino, Morgana, Lancillotto, Perceval, Winifred, Excalibur e l’Ascia Verde ben lo sanno.
Ed ora lo sanno pure “the Brave Sir Gawain, Chopper of Heads”, e la dolce Essel.

Look, see a world that holds more wonders than any since the Earth was born.
And of all who reigned o’er, none had renown like the boy who pulled sword from stone.
But this is not that king, nor is this his song.
Let me tell you instead a new tale. I’ll lay it down as I’ve heard it told.
Its letters sent, its history pressed, of an adventure brave and bold.
Forever set, in heart, in stone, like all great myths of old.

 

Che natale lussureggiante, che capodanno verdeggiante: un solstizio d’inverno equatoriale, lassù al Nord! [Fra il V e il VI secolo d.C. il Periodo Caldo Medioevale (IX-XIV) e la Piccola Era Glaciale (XIV-XIX) erano ancora di là da venire, ma l'ambientazione del film è comunque più da Basso che da Alto MedioEvo.] 

"Why is goodness not enough?"

Prendete “Barry Lyndon” e incrociatelo con "Excalibur" (nel quale Galvano è interpretato da Liam Neeson) innestando l'ibrido ottenuto con lacerti dell'humor nero di Tim Burton, elementi dell'intensità rutilante di Terry Gilliam e risonanze di sguardo col cinema recente di Robert Eggers ("the Witch", "the LightHouse"), mentre il Bresson di “Lancelot du Lac”, il Rohmer di “Perceval le Gallois” e le panoramiche circolari, qui declinate avanti e indietro nel tempo, di Michael Snow (da “la Région Centrale” a “WaveLenght”) intervengono gli uni sullo sfondo e le altre evenemenzialmente. E la volpe di "AntiChrist" a mettere (dis)ordine nel Regno.

 

“Una versione può costituire essa stessa un’utile forma di commento.” - J.R.R. Tolkien, a proposito del suo approccio al lavoro di traduzione dal Medio Inglese al corrente inglese moderno di “Pearl”, il secondo poemetto medioevale contenuto, assieme al più importante “Sir Gawain and the Green Knight” e a “Purity” (“Cleannes”) e “Patience”, nel codice manoscritto redatto nel North West MidLands da ignoto copista [forse riscontrabile in una delle molte identità (non) riconducibili alla muliebre & multipla figura di John Massey, contemporaneo di Jeoffrey Chaucer], datato fra XIV e XV secolo (1375-1424) e conservato in un unico esemplare (segnatura Cotton MS Nero A X/2) alla British Library (ex British Museum).

E questa è la versione, da lui scritta, prodotta, diretta e ri-(penso al prologo)-montata, di David Lowery: come risponde la Signora del Castello a Gawain, in un momento metacinematografico di auto-coscienza rivelantesi da parte dell’autore, dopo che il cavaliere, scoperta la biblioteca del maniero, le dice che fino a quel momento non sapeva nemmeno che esistessero così tanti libri e le chiede se li abbia letti tutti: “Sì. Alcuni li ho anche scritti. Altri solo copiati. Sono tutte storie e gesta che ho ascoltato, canzoni che mi sono state cantate. Le trascrivo, e a volte… ma non dirlo a nessuno… a volte, quando vedo margini di miglioramento, ne scrivo di mie.”

 

Un film in cui il mascolino è continuamente infiltrato dal femminino (tanto Morgana, la madre di Gawain, è l’antagonista “witch ex machina”, quanto Essel, l’incarnazione dell’amor cort...igiano, è la deuteragonista positiva), rimesso in discussione (“persino” da sé stesso) ed infine ontologicamente confermato in quanto tale.

Un film in cui alla pittura ad olio, al pennello e alla tela/tavola (che in quel momento/periodo storico stava per sbocciare a seconda/nuova vita) si preferisce il dagherrotipo (la magia del tempo che fu che si appropria della tecnologia del futuro), l’argento (e il rame, il mercurio, il sodio e lo iodio) e la luce.

Un film in cui il colpo di scena che innesca la morale è legato al tòpos contenuto nella classica barzelletta in cui Pierino tira un filo (qui la fascia di tessuto verde - il residuo marcescentemente vitale di tutto quel rosso ardore – a mo’ di panciera tuttofare legata in vita e impregnata di sperma) che esce dall’ombelico e gli casca il culo per terra (sì, anche in questo caso, come nella Materia di Bretagna e del Ciclo Bretone, esistono innumerevoli varianti).

 

La magnifica fotografia è di Andrew Droz Palermo ("One and Two"), che torna a lavorare col filmmaker dopo aver illuminato il meraviglioso “A Ghost Story”, le potenti e leggiadre musiche invece sono di Daniel Hart, sodale da sempre di David Lowery (ha firmato la colonna sonora di tutti i film del regista: “St. Nick”, “Ain't Them Bodies Saints”, “Pete’s Dragon”, “A Ghost Story”, “the Old Man & the Gun” e il prossimo “Peter Pan & Wendy”, oltre a “Light of My Life” di Casey Affleck). Location principalmente irlandesi, effetti speciali eccellenti della Weta Digital (ma no, Peter Jackson non c'entra in alcun altro modo) e utilizzati con sapienza. Distribuisce la benemerita A24.

 

Sono riuscito a terminare questa pagina senza utilizzare la parola onore: onore a me.

“Ricordati: è solo un gioco.”

Memorie di una testa (in)tagliata.

“Now, off with your head.”

 

Decidere, con un atto di libero arbitrio ponderato, che vivere da codardo travestito da eroe non è molto cavalleresco, né morale né etico, e quindi "arrendersi" preferendo a ciò il convivere col sé stesso migliore, se pure per il caduco ed effimero tempo rimanentegli, prima che alla testa decollata non resti che il rotolare. E ricevere così un ulteriore, ultimo, insperato dono. Un "Sacro Graal" senza contropartita. 

 

8.50

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Yellowstone

  • Serie TV
  • USA
  • 4 stagioni 38 episodi

Titolo originale Yellowstone (2018)

Con John Linson, Taylor Sheridan, Kevin Costner, Luke Grimes, Kelly Reilly

Tag Western, Storia corale, Famiglia, Intrighi, USA, Anni duemiladieci

Yellowstone
altre VISIONI

In streaming su NowTV

 

"YellowStone", stagione 4.

 

È incredibile come, giunta alla 4ª stag., “YellowStone” – la serie epitome del “passo lungo” creata nel 2018 da Taylor Sheridan e John Linson e incentrata sull’assedio del fittizio più grande ranch statunitense, quello della schiatta Dutton, stretto tra la parte nord dell’omonimo Parco Nazionale, che prosegue verso sud in Wyoming, e la parte ovest della Crow (Apsáalooke in lingua Sioux) Indian Reservation, che si estende verso est e il South Dakota, e minacciato dalla parte più deleteria, nonché maggioritaria, del progresso/sviluppo, rappresentata dagli speculatori edilizi (cubature abitative cementizie, asfaltate piste aeroportuali e disboscate piste sciistiche) e finanziari – non faccia che crescere, qualitativamente, trovando pure tempo e modo per figliare non uno, ma due spin-off (“Y: 1883” s’appresta ad essere, tout court, già ai primi vagiti del 2022, come uno dei migliori film di quest’anno, mentre “Y: 6666” - che non è un post-western di fantascienza in cui gli orsi hanno soggiogato la specie umana, ma un neo-western basato per l’appunto sul Four Sixes Ranch texano - è in arrivo).


“Forse l’ovest è stato conquistato con i cavalli e il bestiame [e le armi, e la ferrovia; NdR], ma lo perderemo per colpa dei morti [defunti, dipartiti, estinti; NdR] e delle tasse. Nessun dubbio su questo.”

Comincia - dopo il prologo di un quarto d’ora che termina, neutralizzando in quattr’e quattr’otto il cliffhanger cui era rimasta appesa l’(in)interrotta tensione narrativa (tutti salvi, tranne i morti), col trotto d’un cavallo scosso dall’eco della marea di proiettili esplosi che si sta affievolendo mentre si procede con le impiccagioni sul campo - con un flash-back [situato un decennio dopo gli eventi che verranno di lì a poco narrati nella 1ªstag. di “Y: 1883”, mentre nell’8° ep. della serie madre il patriarca Dutton (Tim McGraw) tornerà ancora un’altra volta, e per l’occasione assieme alla consorte (Faith Hill), che lo attende a baita, a una stella da sceriffo appuntata sul petto e a una pallottola conficcata nelle ventre] messo a mo’ d’ellittico intermezzo che introduce al sopraggiungere di un jump-cut prolettico che riavvia la narrazione posizionandone la ripresa diversi mesi più avanti, “YellowStone 4”: il passato è analetticamente (il) presente, e il futuro è un flash-forward da realizzare ricordandolo così come lo s’era immaginato oramai generazioni fa: difendere la terra conquistata usurpandola.


“Questa terra è tutto ciò che hanno. Chi vive in Montana non è altro che un povero con una visione [orizzonte, paesaggio, prospettiva, veduta; NdR].”

Fra le new entry, una mefistofelica Jacki Weaver, una orange-dressed Piper Perabo e il giovane Finn Little, lo spala-merda (“I'm just the stall cleaner”), personaggio del quale, dopo l’intera stagione, si conosce solo il nome, e la cui tag-line potrebbe essere “Quando ho incontrato mia madre per la prima volta avevo 14 anni e ci stava provando con me.” E se il metaforico cromosoma x adottivo ce l’ha messo Kelly Reilly, buon per lui… (All’y c’ha pensato Cole “Big Guy, Black Hat” Hauser.)

Dal canto suo, lo stesso Taylor Sheridan ritorna, dopo la pausa dal PdV attoriale presasi l’annata scorsa, nei panni di Travis Wheatley, accompagnando Jimmy (Jefferson White), tra una cavalcata e l’altra, al 6666 Ranch, dove il giovane scoprirà che non esistono solo i rodeo, e che l’amore viaggia.

E Kevin Costner, e Kelsey Asbille, e Gil Birmingham fanno - come loro sanno fare, ognuno a suo modo - il resto, con Wes Bentley e Luke Grimes che arrancano un po’ dietro, mentre Will Patton (ottimo) e Josh Holloway, il primo alla fine e il secondo all’inizio, escono di scena.

Per contro, un pensiero anche ai caratteri “secondari” che restano e perdurano, nonostante tutto: ché no, non potevano toglierci né la figlia d’arte Eden Brolin (anche se in compenso ci hanno “dato” - o, meglio, hanno “dato” a Jimmy - la veterinaria da cui tutti vorrebbero farsi curare, Kathryn Kelly), né, soprattutto, la figlia d’arte Jennifer Landon: e a tal proposito, sì, “YellowStone” ribadisce concetti che già in “Little House on the Prairie” – la serie di romanzi (1932-1943) di Laura Ingalls Wilder e la serie televisiva (1974-1983) di Blanche Hanalis con Michael Landon come attore, regista e produttore – venivano esplicitati, ma lo fa da “YellowStone”.

E nemmeno, nonostante le botte ricevute (quelle che uno ha dato all’altro e viceversa, e poi quelle che Rip ha dato al ranchero senior), Forrie J. Smith (Lloyd) e Ryan Bingham (Walker: nomen omen, m’anche singer). A tal proposito, una menzione per le sempre ottime musiche di Brian Tyler e Breton Vivian.

“L’amara verità è che vogliono i terreni, e, se li ottengono, non sembrerà mai più la nostra terra. Questo è il progresso nel linguaggio moderno, perciò, se cercate il progresso, non votate per me: io sono l’opposto del progresso. Sono il muro contro cui il progresso va a sbattere. E non sarò io a spezzarmi.”

Taylor Sheridan (che co-produce assieme a John (figlio) e Art (padre) Linson e allo stesso Kevin Costner), dopo aver interamente scritto e diretto la 1ª stag., occupandosi di sceneggiare, sempre con l’aiuto di diversi autori, e passando la regia ad altri, la 2ª, ed essere tornato a scrivere interamente da solo la 3ª, pur senz’ancor dirigerne alcun ep., per questa 4ª stag. conferma il suo ruolo di sceneggiatore unico, ma ritorna pure dietro alla MdP dirigendo una coppia di ep., lasciandone un altro paio ciascuno a Guy Ferland e alla direttrice della fotografia Christina Alexandra Voros, mentre Stephen Kay si occupa dei due iniziali e dei due finali.


“The cancer of entitlement is eating away at everything.” - (The Life and Death of) Judge Mitch Davis.

Poi, e la cosa non credevo fosse possibile, questa 4ªstag. di “YellowStone” non solo ha superato sé stessa per quanto riguarda l’epifanica fibrillazione estatica nei confronti dell’argomento “Cavalli”, ma, forse, ha pure surclassato quel capolavoro di David Milch e Michael Mann ch’è Luck: incutono meraviglia tanto i lunghi momenti delle gare di reining (lavorare/manovrare di redini), la disciplina dell’equitazione americana (qui - ♣$♣ - un po' di orgoglio orobico) più o meno, a torto o a ragione, accostabile/paragonabile al dressage europeo e del resto del mondo, sfocianti nel climax dello sliding-stop, quanto quelli, ed è lo stesso Taylor Sheridan (che nel 2021 è stato inserito nella Texas CowBoy Hall of Fame, trovando posto accanto a, tra i colleghi cinematografari, Tommy Lee Jones, e che qui, a latere, compete anche con Peter Griffin per il titolo di maggior fan al mondo di “Road House”, il film che c’ha i pugni nelle mano, e al quale partecipò anche l’immenso Sam Elliott, protagonista di “Y: 1883”...) in sella, relativi alle esibizioni della NRCHA (National Reined Cow Horse Association), con l’equino, guidato del cavaliere, a fare da “cane pastore” (lo stesso procedimento descritto nel prologo del pilot 4x01 ambientato nel 1893).

Orfani e reietti di tutto il mondo. Erba sull’asfalto e rampicanti sui tetti.

 

Stag. 1 (9 ep., 2018)

Stag. 2 (10 ep., 2019)

Stag. 3 (10 ep., 2020)

Stag. 4 (10 ep., 2021)

 

Western. Oggi.

 

8.50

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Benedetta

  • Biografico
  • Francia, Olanda
  • durata 126'

Titolo originale Benedetta

Regia di Paul Verhoeven

Con Virginie Efira, Daphne Patakia, Charlotte Rampling, Lambert Wilson, Olivier Rabourdin

Benedetta

 

A parte il fatto che un tempo esistette, prima della realizzazione di “Benedetta”, che Paul Verhoeven [due lungometraggi, “ZwartBoek” (2006) ed “Elle” (2016), e un mediometraggio, “SteekSpell” 2012), in vent’anni] ha tratto - passando, nel corso della stesura dello script, dal suo sceneggiatore patrio, olandese, Gerard Soeteman, a quello hollywoodiano, David Birke - dal saggio “Atti Impuri - Vita di una Monaca Lesbica nell'Italia del Rinascimento” (in originale “Immodest” = “Impudico”) di Judith C. Brown del 1986, non altro sapevo (ferma com’era in questo campo la mia kulturah al XIV secolo del boccaccesco ed apprezzabile “the Little Hours” by Aubrey Plaza & Alison Brie) della vita e delle opere di Benedetta Carlini (1591-1661), badessa in Pescia sul finire della ControRiforma (la Restaurazione Cattolica atta a porre argine alla Riforma Protestante), perché quando imparai che la storia non fa che mandelbrotianamente ripetersi, etenamente uguale a sé stessa [Non è vero: studiate, bestie!; NdR), smise d’interessarmi l’elencazione di date e di rapporti (con)causa-effetto che ne costituisce l’essenza, ribaltando il detto “Studiare la Storia serve per comprendere il presente”: “Vivere/Osservare il presente serve per comprendere la Storia”.

 

Un film inequivocabile (del tutto ateo, oltre che laico), lucidissimo (l’evoluzione, le intenzioni, la natura e la psicologia della protagonista sono esposte, con un filo di ironia e con una quota parte consistente di feroce real politik, senza didascalismi, ma perfettamente identificabili e scevre da compromessi narratologici e derivazioni epistemologiche: il convento è la sua Home, oltre che la sua House, e diverrà, scientemente, la sua stanza tutta per sé e la sua cella di detenzione perpetua, e il rilievo che le viene mosso, “Non sapete riconoscere i vostri stessi sentimenti?”, è - consapevolmente da parte degli autori - tanto acuto quanto ottuso) ed eterogeneamente perentorio, in cui un dito in culo provoca estatiche visioni mistiche meglio che un solanaceo infuso di mandragora.

 

L’algida dolcezza risoluta di Virginie Efira (suor Benedetta, futura badessa; già in “Elle”, e in risonanza duale con “ZwartBoek”) è un perfetto volto e corpo verhoeveniano, ma ad animare, innervare e saziare lo schermo sono principalmente Daphne Patakia (la novizia Bartolomea; uno sguardo che trafigge; e a lei è affidato lo scatenamento di una delle non poche scene prettamente comiche del film: il campo/controcampo fra tentatrice sorpresa anale e cristian-satanico aspide sibilante) e, in seconda battuta, Charlotte Rampling (suor Felicita, ex badessa; un po’ caratterialmente sopra le righe nel complice installare recitante l'ultima rappresentazione prestidigitante - l'ennesima messa-in-scena - della consorella protagonista durante il pestilenziale prefinale), mentre Lambert Wilson (Alfonso Giglioli, il nunzio/inquisitore papale), Olivier Rabourdin (Stefano Cecchi, il prevosto di Pescia), Louise Chevillotte (suor Cristina, figlia di Felicita), Hervé Pierre (padre Paolo Ricordati), David Clavel (il padre di Benedetta), Clotilde Courau (la madre di Benedetta) ed Elena Plonka (Benedetta bambina) chiudono l’ottimo cast.

 

La fotografia (per certi tratti powell-pressburgeriana, ovvero cardiff-challisiana) è dell’ozoniana (Gouttes d'Eau…, Sous la Sable, 8 Femmes, le Temps qui Reste, Ricky) Jeanne Lapoirie, mentre il montaggio e le musiche, molto belle, sono di due collaboratori dell’ultimo Verhoeven europeo (“ZwartBoek” ed “Elle”), ovvero rispettivamente Job de Burg (“BorgMan”, “BrimStone”) e Anne Dudley (“the Crying Game”, “the Walker”). Co-produce il benemerito Saïd Ben Saïd (gli ultimi Polanski, Cronenberg, De Palma, Hill, Schroeder).

 

Girato nell’estate del 2018 tra il Centro Italia (Val d’Orcia, Perugia, MontePulciano, Bevagna) e il Sud della Francia (Provenza), è stato rimandato di un anno una prima volta a causa di alcuni problemi di salute del regista durante la post-produzione e una seconda volta di un altro anno a causa dell’epidemia di SARS-CoV-2, partecipando infine nel 2021 al Concorso della 74ª edizione del Festival di Cannes assieme a Bruno Dumont, Wes Anderson, Nanni Moretti, Joachim Trier, Leos Carax, Jacques Audiard, Apichatpong Weerasethakul, Ryusuke Hamaguchi etc., vinta da Julia Ducournau (a Spike Lee joint, in ogni senso) e con Jonas Carpignano alla Quinzaine des Réalisateurs e Kogonada al Certain Regard.

 

Il Gesù di Martin Scorsese, Paul Schrader, Nikos Kazantzakis: “I want to be your son! I want to pay the price! I want to be crucified and rise again! I want to be the Messiah!”

Il Gesù di Paul Verhoeven: “Take off your clothes.” 

 

Benedetta(si).

 

8.25

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il potere del cane

  • Drammatico
  • Gran Bretagna
  • durata 125'

Titolo originale The Power of the Dog

Regia di Jane Campion

Con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee, Frances Conroy

Il potere del cane

In streaming su Netflix

 

Un film, un libro, una madre, un orizzonte (etico-morale) pareidolitico e due paia di guanti.

 

Jane Campion, adattando (e producendo con New Zealand Film Commission, BBC e See-Saw, mentre a distribuire è Netflix, con un’anteprima alla 78a Mostra del Cinema di Venezia) il meraviglioso romanzo del 1966 di Thomas Savage (1915-2003: dal 1944 al 1988 sfornò in tutto 13 opere di fiction e non-fiction autobiografica), ne pone l’incipit [più che altro evocativo del carattere del personaggio protagonista (che - così com’è raccontato e descritto sulla pagina inchiostrata - “aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui”), un immenso Benedict Cumberbatch (memore del Daniel “PlainView” Day-Lewis in “There Will Be Blood” di P.T. Anderson: e le musiche di “the Power of the Dog” sono sempre di Jonny Greenwood), e non esplicitamente dirimente dal PdV narrativo, ché sotto questo aspetto ci pensa la figura assente - più acutamente presente - di Bronco Henry, mitico padre putativo idolatrato e gran sodomizzatore idealizzato: per lui non un'ombra da riconoscere sull'orizzonte montagnoso, ma una memoria oralizzata costantemente incarnata dalle parole del ricordo] esattamente a metà…

 

[ecco a riguardo uno stralcio tratto da una recensione anonima apparsa all’epoca su Publisher’s Weekly e riportato nella postfazione di Annie Proulx del 2001 stesa in occasione della ristampa in patria del volume (vent’anni fa, sempre per i tipi della Little, Brown che lo pubblicò dopo il rifiuto da parte di Random House) e presente (con la traduzione di Maddalena Togliani) nell’edizione italiana del libro di Savage edita da Neri Pozza e che si può considerare un piccolo, autentico, bellissimo saggio-racconto a parte: “Un romanzo inquieto, potente, ma che esordisce con una tale inutile brutalità nel primo paragrafo (♦) da scoraggiare molti lettori...”, e, per altri versi, prosegue con un flano memorabile: “Krafft-Ebing in un’ambientazione western...”]

 

…film, perché ad incorniciare la sua opera n. 10 ci mette, immediatamente dopo l’inizio e nel pre-finale, una duplice, ripetuta (il montaggio netto/piano/calmo e al contempo ruvido/spigoloso è di Peter Sciberras: 2 lavori con Amiel Courtin-Wilson e 3 con David Michôd) carrellata verso sinistra ripresa dall’interno della magione campestre (le scenografie sono di Grant Major, che torna a lavorare con la regista dopo 30 anni da “An Angel at My Table” ed essere passato alla corte di Peter Jackson) a proiettare lo sguardo attraverso delle finestre fordiane (“the Searchers”) in direzione delle colline…

 

[ad interpretare il Montana del 1925 è chiamato il paesaggio di Aotearoa, ma sarà la geo-morfologia, sarà la vegetazione, saranno tutti quei tricosuri, kiwi, eudipti, chea e cacapò che girano al contrario (non è vero, Coriolis è innocente) se scaricati nello sciacquone, però il fatto è che l’ambientazione emerge troppo come/quale, beh, neozelandese: ecco, ci sarebbe voluto, per lo meno, che so, l’Abruzzo, e a tal proposito Savage, sempre citato nell’afterword di Proulx, dice in un’intervista del 1999: “Credo che la differenza in chi abita nel West stia nel fatto che trovi impossibile guardare le Montagne Rocciose - o l’orizzonte, che è ugualmente vasto - e pensare che l’Europa, o i vicini, o qualunque altra cosa esistano davvero...”]

 

…che nascondono e allo stesso tempo esprimono (la fotografia limpida e s-carna-le è di Ari Wegner: “Ruin”, “Lady Macbeth”, “Stray”, “In Fabric”, “the Kelly Gang”, “Zola”) la parte sembiante apofenica del titolo ambivalente perché anche e soprattutto riconducibile a e sgorgante da un verso dei Salmi, 22:20, che recita “Save (Deliver) my soul from the sword, and my only life (darling) from the power of the dog”, vale a dire “Salva (Libera) la mia anima dalla spada, e la mia unica vita (il mio amore, il mio tesoro, la mia grazia) dal potere del cane”, che, a seconda delle versioni, diviene assalto, branca, zampa, e poco più avanti, mentre Peter (un ottimo Kodi Smit-McPhee: “the Road”, “Let Me In”, “Slow West”, “Dolemite Is My Name”), in una scena didascalica (qualità neutra), e presa direttamente dal romanzo, sfoglia al contrario la Bibbia, il Book of Common Prayer, l’Evangel Presbytery Book of Church Order o quel che è, appare, tautologicamente pleonastica, la sezione in appendice al testo originale della forma liturgica, l’Order for the Burial of the Dead, le Disposizioni per la Sepoltura dei Morti.

 

Per quanto riguarda la pura/mera tecnica registica (à propos de Venise 2021), tra le molte, da rimarcare una scena in particolare, quella delle prove al pianoforte di Rose (un’eccellente, punto, Kirsten Dunst: "InterView with the Vampire", "the Virgin Suicide", "Spider-Man 1/2/3", "Eternal Sunshine of the SpotLess Mind", "Marie Antoinette", "Melancholia", "Fargo - 2", "MidNight Special", "the Beguiled", "On BeComing a God in Central Florida"), con la macchina da presa che prima avanza a ritmo, per due volte, con la fastidiosa, ma pregevole, tempesta di corde pizzicate in assolo al banjo (e speroni) da Phil, disturbando in controcanto strimpellante quelle martellate dalla cognata [e ne approfitto per citare la sempre considerevole, pure se in understatement spinto come in questo caso, prestazione di Jesse Plemons (“the Master”, “Breaking Bad”, “Olive Kitteridge”, “Fargo - 2”, “Black Mirror: USS Callister”, “the IrishMan”, “El Camino”, “I'm Thinking of Ending Things”, “Judas and the Black Messiah”, “Killers of the Flower Moon”) marito (comprensivo emotivamente e/ma spesso distante fisicamente) di Rose nel film e di Dunst (questa è la loro seconda prova recitativa di coppia dopo “Fargo - 2”) nella realtà; mentre il cast è completato nei ruoli principali da Thomasin McKenzie (“Leave No Trace”, “Old”), Keith Carradine (Altman, Aldrich, Scott, Malle, Hill, Konchalovskij, Rudolph, Fuller, Lowery, Davies e poi in “DeadWood”, “Dexter” e “Fargo - 1”), Frances Conroy (Allen, Scorsese, Jarmusch e “Six Feet Under”) e Genevieve Lemon], fermandosi al dismettere della musica d’entrambe le parti, e poi, per la terza volta, procede, ancora, sempre in avanti, seguendo e pianoforte e banjo in sottofondo, ma quando questa volta il piano smette e il banjo invece prosegue, anche la MdP, dopo aver rallentato ed essersi stoppata, non rimane ferma, ed infatti eccola che riparte andando a stringere il quadro sul volto di Rose, interpretando il suo silenzio…

 

Come scrive su queste pagine @Maurizio73: "L'adamitico Eden onanistico del nostro poeta-mandriano è un'oasi bucolica celata dalle fratte, da una tensione omoerotica niente affatto impenetrabile e dalle figurazioni simboliche di un cerbero della morale da affrontare finalmente senza paure e senza infingimenti."

 

È una preventiva vendetta spropositata (a differenza del romanzo, nella pellicola Phil non è la causa della morte del padre di Peter e marito di Rose), quella messa in scena in “the Power of the Dog”? Domandare è lecito, rispondere “No” è doveroso, più che un atto di cortesia.

Un film, un libro, una madre, un orizzonte (etico-morale) pareidolitico e due paia di guanti.

 

8.25

 

 
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(♦) Era sempre Phil a occuparsi della castrazione; prima tagliava via la sacca dello scroto e la buttava da parte; poi strizzava fuori uno dopo l’altro i testicoli, incideva la guaina che li racchiudeva, li strappava e li gettava nel fuoco, dove erano pronti i ferri incandescenti per la marchiatura. Sorprendentemente, il sangue sparso era poco. Dopo qualche istante i due testicoli scoppiavano come due enormi popcorn. Certi uomini, si diceva, se li mangiavano conditi con sale e pepe. «Ostriche di montagna» li chiamava Phil con un sorriso d’intesa, poi consigliava ai giovani braccianti del ranch di mangiarne un po’ anche loro, prima di fare gli stupidi con le ragazze.

Thomas Savage – “the Power of the Dog” – 1967 (ediz. ital. Neri Pozza, 2017, traduzione di Luisa Corbetta)

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Mandibules - Due uomini e una mosca

  • Commedia
  • Francia
  • durata 77'

Titolo originale Mandibules

Regia di Quentin Dupieux

Con Adèle Exarchopoulos, Dave Chapman, Anaïs Demoustier, India Hair, Coralie Russier

Mandibules - Due uomini e una mosca
altre VISIONI

In streaming su NowTV

 

Vettovaglie di cittadinanza.

 

Le mosche (ed anche i giga/mega-muscidi, così come - esempio a caso, eh - gli pneumatici) non hanno mandibole se non rudimentali ed atrofizzate in favore di labrum e labium (e George Langelaan, Kurt Neumann e soprattutto David Cronenberg ricordano allo spettatore non entomologo che il loro apparato boccale non è masticatorio, ma proboscidato lambente-succhiante), però i vecchi riccastri sdentati tamarri sì, ovvero: quando i non luoghi ballardiani della Costa Azzurra di Marie Baie des Anges di Manuel Pradal incontrano Dumb and Dumber e P’tit Quinquin (e al contempo a metà strada fra i due "estremi" stanno, perché no, "Cristian e Palletta Contro Tutti") venendo percorsi da Grégoire Ludig (un po’ Drugo…) e (…un po’ no) David Marsais (il duo comico francese PalmaShow), ecco che nasce “Mandibules”, uno dei capolavori di Quentin Dupieux e una delle sue opere più… “coerenti” (senz’altro più del precedente “le Daim” con Jean Dejardin, altrettant’ottimo, ma - ebbene sì - più folle di questo che, al confronto, appare come un esempio postmoderno (non massimalista) di cinéma vérité: “Mandibules” : “le Daim” = “Rubber” : “Wrong”, con “Au Poste” e “Steak” da una parte e “Réalité” e “NonFilm” ai capi opposti fra normalità e surrealismo strutturale, e “Wrong Cops” nel mezzo, in attesa di “Incroyable Mais Vrai”), in cui il McGuffin pulpfictionesco ch’emana dorato bagliore però, al contrario che in Tarantino, viene mostrato e… incamerato.

 

E finalmente - !!! - dopo “la Via d’Adèle - Chapitres 1 et 2” ecco un altro magnifico ruolo (benché ben più piccolo) per Adèle Exarchopoulos. Mentre chiudono il buon cast India Hair, Coralie Russier, Roméo Elvis, Bruno Lochet, etc...

 

Grandiosi gli effetti speciali - tanto quelli “artigianali”, di CLSFX Atelier 69, quanto quelli digitali, di Machine Molle - ed il loro utilizzo: la resa iperrealista (i movimenti dell’insetto in azione sul proprio corpo e quelli che compie interagendo con l’ambiente circostante sono da documentario naturalistico) è massima.

 

Se la sceneggiatura, la fotografia e il montaggio sono opera come al solito dello stesso Quentin Dupieux, le musiche invece - in perfetta sintonia col racconto - non sono a cura di Mr. Oizo, ma bensì dei Metronomy.

 

Dei due colpi di scena al termine del film, un sotto- e un contro-finale, entrambi gestiti alla perfezione, il primo è un filo meno ovvio, mentre il secondo è costruito per accadere, e - sebbene potrebbe pure non farlo, ecco che - avviene: la MdP infatti compone lo spazio per favorire l'ingenerarsi dell’azione in divenire all’interno del quadro (pre)disponendo gli elementi in gioco dimodoché… "Taureau!"

 

Un’ora e un quarto di pura “bellezza” ben poco delirante: idioti, dementi, folli, tonti, cretini, squilibrati, deficienti, fusi, tarati, mentecatti? Certo, ma - anche se il decalogo precedente non esclude l’affermazione successiva - per me rientrano paurosamente nella media, performandola e definendola. E non mi sto riferendo solo ai due protagonisti, eh.

 

8.25

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Pig - La vendetta di Rob

  • Thriller
  • USA
  • durata 92'

Titolo originale Pig

Regia di Michael Sarnoski

Con Nicolas Cage, Alex Wolff, Adam Arkin, Nina Belforte, Dalene Young, Gretchen Corbett

Pig - La vendetta di Rob
altre VISIONI

IN TV Sky Cinema Uno

canale 301

 

Pig”, l’esordio nel lungometraggio di Michael Sarnoski, da lui sceneggiato partendo da un soggetto scritto in coppia con Vanessa Block, che co-produce con Steve Tisch, il protagonista Nicolas Cage ed altri, sembra un film di Kogonada (anche in attesa di "After Yang": ricostruire e rinsaldare qualcosa che si è perso e dimenticato) diretto da Tarantino (le irruzioni casalinghe di “the Hateful Eight” e “Once UpOn a Time in… HollyWood”), un film di Kelly Reichardt (che abbandonerà l’Oregon di Meek’s CutOff, Night Moves e First Cow solo una volta, per il Montana di Certain Women) diretto da S. Craig Zahler (Bone TomaHawkBrawl in Cell Block 99 e Dragged Across Concrete) e un film di Debra Granik diretto da Jonathan Glazer (chissà perché ho subito pensato a “Sexy Beast”...), e vice versa… O un film di Jarmusch diretto da Jarmusch... E una via di mezzo etico/morale, con spostamento del punto di vista, fra "Okja" di Bong Joon-Ho e "Gunda" di Viktor Kossakovsky. Insomma, un film di Paul Schrader (Dark ⇔ Dying of the Light), con suggestioni dai due Lynch e dallo Stanton di “Lucky”; e, come fuori menù, "Ratatouille". Quel tocco anni ‘70 eterni, fuori dal Tempo e dentro a un Modo di stare al Mondo. Ecco: “Pig” è un “Mandy” (o un “Grand Isle”) che al confronto dell’opera seconda di Panos Cosmatos non annoia manco per un secondo. Ed infine, come non considerare ideale compagno di viaggio di questo lavoro il "Red" di Jack Ketchum (mentre non ho ancora assistito alla trasposizione cinematografica del romanzo operata da Lucky McKee e Trygve Allister Diesen). 

 

- Per questo ruolo ci vorrebbe qualcuno come Lee Marvin, James Coburn, Rod Steiger, Jason Robards…
- Sono morti.
- Marlon Brando.
- Lui è immortale, ma è morto pure lui.
- Jack Nicholson, Clint Eastwood, Robert Redford, Kris Kristofferson…
- Sono un filo fuori età.

- Al Pacino, Robert DeNiro...

- Ah-ah...
- Kurt Russell, Jeff Bridges, Samuel L. Jackson, Kevin Costner, Mel Gibson…
- Sì, ecco… Se no?

- George Clooney, Will Smith, Tom Hanks...

- Ok, tornando un attimo indietro...
- Beh… Ci sarebbe anche Nicolas Cage (“Rumble Fish”, “Cotton Club”, “Peggy Sue Got Married”, “Raising Arizona”, “Wild at Heart”, “Bringing Out the Dead”, “Adaptation”, “Lord of War”, “World Trade Center”, “Bad Lieutenant - Port of Call: New Orleans”, “Kick-Ass”, “Joe”, “Snowden”, “Dog Eat Dog”, “Dying of the Light ⇔ Dark”, “Mom and Dad”, “Mandy”, “Color Out of Space”, “Prisoners of the GhostLand”, e regista di “Sonny”).
- Preso!

 
Eccellenti, rispettivamente nei panni di co-protagonista e di deus ex machina, Alex Wolff (“Hereditary” e, nelle sale proprio in questi giorni, “Old” di Shyamalan) e Adam Arkin (ultimamente in “A Serious Man” e “Fargo - 2”, di cui ha diretto anche il dittico di episodi finale, e qui in un ruolo sulfureo a mezza via fra Anthony Bourdain, Anton Ego e l’Angelo Badalamenti di “Mulholland Drive”). Da ricordare e segnalare per due piccole, incisive parti l’ottima veterana di palcoscenici e tv Gretchen Corbett (proprio di Portland) e la giovane Julia Bray.

Fotografia (melodia): Patrick Scola (il prossimo “Mother/Android”). Montaggio (armonia): Bret W. Bachman (Bitch, Camino, Cooties e WereWolves WithIn, oltre a, “per l’appunto”, Mandy e Color Out of Space). Musiche (ritmo): Alexis Grapsas e Philip Klein. Producono una manciata di compagnie medio-grandi e semi-indipendenti e distribuisce Neon.

Sui titoli di coda Cassandra Violet, mentre Robin infila nello stereo il mix-tape di Lorelai e si sdraia con un vuoto al fianco e, forse, un amico là fuori, va springsteenianamente a fuoco (timbro).
 
E, sempre forse, è nato un regista. Ogni tanto accade: son cose che succedono.

“E poi sarà tutto in fondo all’oceano. Di nuovo.” Senza lasciare traccia. (Con solo un vago sentor di una ratatouille disciolto nell'aria, senz'alcuno che possa ricordarsene.)
 
8.00
 
 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

For All Mankind

  • Serie TV
  • USA
  • 2 stagioni 20 episodi

Titolo originale For All Mankind

Con Ronald D. Moore, Ben Nedivi, Matt Wolpert, Noah Harpster, Sonya Walger

Tag Fantascienza, Storia corale, Esplorazione, Spazio, USA, Anni duemiladieci

For All Mankind

In streaming su Apple TV+

 

"For All ManKind", stagione 2.

 

• Dove eravamo rimasti...

“Un sistema di attracco completamente androgino: nessuna sonda attiva, nessuna ansa conica passiva, nessun componente maschio o femmina. Tre petali, su entrambe le capsule, che simultaneamente si agganciano con manovre identiche.”

Qui di seguito, la cronaca, raccontata da articoli divulgativi, del vero (uno dei climax di questa seconda stagione di "For All Mankind", che avevo anticipato nella recensione alla prima annata e che qui ripropongo in esergo a prologo) primo incontro fra astronauti U.S.A. e cosmonauti U.R.S.S. [ovviamente in orbita terrestre (SkyLab = Soyuz-19 + Apollo-18) e non sulla Luna, e, se pur sempre in Guerra Fredda, ad ogni modo svoltosi in maniera più pacifica rispetto alla serie, ma, alla fine, altrettanto costruttiva...]. Tra i protagonisti, due nostre vecchie conoscenze: Alexei Leonov e Deke Slayton...

- https://www.nasa.gov/vision/space/features/astp_30.html

- https://it.wikipedia.org/wiki/Programma_test_Apollo-Sojuz

https://lunasicisiamoandati.blogspot.com/2017/12/16220-apollo-soyuz.html

https://it.rbth.com/societa/2015/07/15/usa-urss_e_quella_stretta_di_mano_nello_spazio_36683    

 

• Dove ci troviamo adesso...

“Che cavolo stai dicendo, Ronald?”
E iniziamo subito con un bel vaffanculo a Ronald D. Moore, e non certo per l’apologia verso un altro Ronald, Reagan, organizzata in un clima di piena utopia, e comunque “Reagan non era certo Bush Sr. né Jr. né Trump!”, e grazie al cazzo: “Roman Polanski è stato arrestato alla frontiera canadese mentre…”, recita il “cinegiornale su microfilm” proprio quando sullo schermo scorrono in concomitante sottofondo le immagini di Gary Coleman (¿¡) da “Diff’rnt Strokes”. Quando si dice “Le priorità!”, eccole.

Tra i Clash di “I Fought the Law” e il Richard Wagner della cavalcata delle Valchirie: “Il solo modo di difendere un pezzo di terra in questo o in qualunque altro pianeta è un uomo armato.”

Parlando della prima stagione di “For All Mankind” iniziavo il pezzo chiedendomi se, finalmente, avessimo incrociato davvero, anche solo per lo spazio-tempo di dieci episodi (lungo tre lustri), l’universo in cui si svolge “2001: a Space Odyssey”, quella linea dell’esistente che diverge percepibilmente dalla nostra soprattutto per la grande accelerazione che l’astronautica ebbe a patire da metà anni ‘70, mentre nel nostro creato dominio dopo le prime missioni Apollo facemmo rifluire tutti gli sforzi verso lo spazio orbitale terrestre (MIR, Hubble, ISS), dimenticandoci della Luna, lasciando Marte in mano ai rover e abdicando all’Oltre l’Infinito in favore delle sonde (Pioneer, Voyager, Galileo, Cassini, New Horizons…), ed ora, al termine della seconda stagione, si può affermare con scurezza che la progressione ha portato la serie creata per Sony/Apple da Ronald D. Moore (“BettleStar Galactica” e il progetto abortito dopo il solo pilot di “Virtuality”) a superare quella versione della Storia, anche se, per farlo, s’è dovuto incrociare - dopo qualche bella notizia, tipo l’Unione Sovietica di Breznev che decide di non provare ad invadere l’Afghanistan per investire quelle risorse risparmiate nella corsa all’esplorazione spaziale, la parziale fusione del nocciolo dell’incidente di Three Mile Island sventata grazie ad una tecnologia sviluppata (dritto in culo a quelli che “Cosa ci andiamo a fare nello spazio buttando via i soldi?!”) per la base lunare di JamesTown e il fallimento dell’attentato a John Lennon - un’altra opera di Stanley Kubrick, “Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb”…

 

Volo Korean Air Lines 007.

 

Qualsiasi siano le diramazioni e le ramificazioni delle linee S/T, i 269 in volo sopra al Mar del Giappone quel 1° di settembre del 1983 - le "Vittime del Futuro" - continuano a morire. Spara, Jurij (Andropov).

 

 

• For All Mankind.

“[…] There is no strife, no prejudice, no national conflict in outer space as yet. Its hazards are hostile to us all. Its conquest deserves the best of all mankind, and its opportunity for peaceful cooperation may never come again. But why, some say, the Moon? Why choose this as our goal? And they may well ask, why climb the highest mountain? Why, 35 years ago, fly the Atlantic? Why does Rice play Texas? We choose to go to the Moon. We choose to go to the Moon...
We choose to go to the Moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard; because that goal will serve to organize and measure the best of our energies and skills, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one we intend to win, and the others, too.” - JFK, 12/09/‘62

 

 

Scrittori (lo showrunner Ronald D. Moore che coordina Matt Wolpert, Ben Nedivi, David Weddle, Bradley Thompson, Nichole Beattie, Joe Menosky, Stephanie Shannon), registi (Michael Morris, Andrew Stanton, Meera Menon, Dennie Gordon, Sergio Mimica- Gezzan), attori (Joel Kinnaman, Shantel VanSanten, Jodi Balfour, Wrenn Schmidt, Krys Marshall, Coral Peña, etc…) e le musiche di Jeff Russo (“Fargo”, “Legion”) confermano la potenza di questa serie che si situa solo un passo al di sotto dei capolavori di David Chase (the Sopranos), Matthew Weiner (Mad Men, the Romanoffs) e David Simon (the Wire, the Deuce), andando a pareggio con Terence Winter (“BoardWalk Empire”) e Aaron Sorkin (“the NewsRoom”).

Richie Havens suona e canta, da “Mixed Bag” del 1966, “Follow” di Jerry Merrick. 

 

La colonna sonora preesistente ringrazia il divergere degli eventi che non hanno impedito a Tom Petty & the HeartBreakers, Herbie Hancock, Bob Marley & the Wailers, the Alan Parson Project, Devo, the Specials, the Chambers Brothers, Ramones, Waylon Jennings, Frank Sinatra, the Band, Elvis Presley, Huey Lewis & the News, Billy Swan, AC/DC, e pure gli Spandau Ballet, toh, di produrre i loro solchi e tracce.

“I hold some grapes up to the sun…”

Molly (Sonya Walger), che tocca il nero stellato con un dito, mentre le particelle ad alta energia sparate da un’eruzione solare le attraversano il corpo creando onde nella polvere sabbiosa del suolo lunare (una sequenza terribilmente terrificante, in senso buono e tremendo), ed ora pilota una scrivania; e Tracy (Sarah Jones) e Gordo (Michael Dorman)… Tracy e Gordo, punto.

“La via per Marte non passa per Houston, ma per Washington.”

1995: e mentre Kurt Cobain giura di non avere una pistola, uno scarpone calzato da un umano (statunitense, sovietico, cinese?) lascia un’impronta sul suolo marziano.
Mille e novecento e novanta e cinque.

- Stag. 1 [1969-1975 (1983)] - 10 ep., 2019
- Stag. 2 [1983 (1995)] - 10 ep., 2021

• Dove ci stiamo dirigendo, ovvero: la strada che abbiamo percorso.

“Why Explore Space?” (in soldoni: “Perché spendere tanto per lo Spazio?”), ovvero: Ernst Stuhlinger (direttore scientifico della NASA) risponde (Letters of Note e il Post) a suor Maria Gioconda.

Questa immagine è trattata con un algoritmo sviluppato per correggere i difetti dello specchio del telescopio spaziale Hubble. Ma quello che vedete non sono galassie: sono tumori al seno che prima erano invisibili. La nuova tecnica diagnostica viene dallo spazio. Letteralmente.” - Fonte: Federico Ronchetti, via Twitter

“Le tecniche di elaborazione delle immagini astronomiche utilizzate per rendere più nitide le prime immagini riprese da Hubble si sono dimostrate efficaci anche nell'identificazione delle micro calcificazioni nelle mammografie (come quelle viste nell'immagine di accompagnamento), che sono indicative di cancro al seno. Quando applicate alle mammografie, le tecniche software sviluppate per aumentare la gamma dinamica e la risoluzione spaziale delle immagini inizialmente sfocate di Hubble hanno permesso ai medici di individuare calcificazioni più piccole di quanto potessero prima, portando a un rilevamento e un trattamento precoci. Prima viene individuato e trattato il cancro, maggiori sono le possibilità che un paziente si riprenda completamente e preservi la sua qualità di vita.” - Fonte: Rob Garner, via NASA

Ode postuma alle ceneri di Laika: non c’è alternativa al futuro.    

 

8.00

 

Recensione.

 

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Omicidio a Easttown

  • Serie TV
  • USA
  • 1 stagione 7 episodi

Titolo originale Mare of Easttown

Con Brad Ingelsby, Kate Winslet, David Denman, Sadat Waddy, Neal Huff

Tag Giallo, Femminile, Crimini, Famiglia, USA, Anni duemilaventi

Omicidio a Easttown
altre VISIONI

In streaming su Sky Go

 

"Mare of EastTown", stagione 1.

 

Imparare a convivere con l’inaccettabile.

 

Uno dei pregi di “Mare of EastTown”, la serie (7 ep. da 1 ora l'uno) creata e scritta da Brad Ingelsby (“Out of the Furnace”, “American Woman”, “the Way Back”) per HBO e interamente diretta lungo tutti i sette episodi da Craig Zobel (“Compliance”, “Z for Zachariah”, “the Hunt”), è che i personaggi impiegano - “come” in un film, senza il “classico” pilot di presentazione seriale - il loro tempo a comparire: a volte ne viene pronunciato il nome, rimangono fuori campo per un po’, vi restano, per poi… Al contempo, la cosa un po’ molesta, ma non sfibrante, e tutto sommato necessaria al genere, è la mole (ribadisco: naturale e giustificabile) di indizi allusivi e ammiccanti, e vicoli ciechi e false piste, e l'espediente dei cliffhanger e la tecnica dei colpi di scena: la sorpresa alla fine c’è (per lo meno regge sino all’inizio dell’ultimo episodio), ma rimane il fatto che l’utilizzo del “Chi può essere stato?” (whodunit) è “pesante”.

 
La dimostrazione di quanto siano bravi Brad Ingelsby a scrivere e Craig Zobel a dirigere, con la fotografia di Ben Richardson (“Beasts of the Southern Wild”, “Cut Bank”, “Wind River”, “YellowStone”, “1922”), il montaggio di Amy E. Duddleston & Naomi Sunrise Filoramo e le musiche di Lele Marchitelli (tv: “Avanzi”, “Tunnel”, “Pippo Chennedy Show”, “l’Ottavo Nano”, “gli Stati Generali”; cinema: “Sono Pazzo di Iris Blond”, “la Grande Bellezza”, “the Young/New Pope”, “Loro”), è cristallizzata nella sequenza alla fine del primo episodio, col racconto corale del (non) risveglio mattutino accompagnata dalla splendida... 

 


...“Pockets of Life” di Lubomyr Melnyk: ad un certo punto la suoneria di uno smartphone squilla - una, due, tre volte prima che la chiamata venga presa - e la musica… non recede di mezzo decibel, e con lei il racconto - forte, estremo, doloroso - prosegue perseguendo la propria strada, raggiungendo risonanze (pardon) sokuroviane.

 

Kate Winslet è la Mare del titolo, Miss Lady Hawk HerSelf, ma è anche “of EastTown”, insomma: è la serie: la sua performance non è “perfetta”, e in alcuni tratti sfiora la “maniera” (si considerino, parimenti, le sue prestazione in “Mildred Pierce” e “Wonder Wheel”), ma per il resto è gigantesca [mentre invece è difficile, per un non anglofono, giudicare (ma ci ha pensato il SNL) il buon lavoro mimetico sugli accenti (DelCo: Delaware County, Pennsylvania: "water" → "woter" → "wuter" → "wtr") e le inflessioni del luogo].


Al suo fianco le semplicemente monumentali Jean Smart (“Fargo”, “Legion”, “Hacks”) e Julianne Nicholson (“BoardWalk Empire”, “Monos”).


Il cast, sterminato (e raggruppato dall’eccezionale lavoro di raccolta di corpi e sguardi ad opera della grande Avy Kaufman), è completato, per alcuni dei co-protagonisti e dei personaggi secondari più importanti (quasi tutti più o meno imparentati tra loro), dalla figura tragica (come molte, nella storia) interpretata da Cailee Spaeny (“DEVS”) e da Evan Peters (il detective Zabel), John Douglas Thompson (il capo della polizia locale), Guy Pearce [lo scrittore da un solo (grande) romanzo (americano), in temporanea trasferta in provincia come insegnante di college), Angourie Rice (dalla Rose di “These Final Hours” alla Jane di “the Beguiled”), David Denman, Joe Tippet, Neal Huff, James Mc Ardle, Enid Graham, Sosie Bacon, Phillys Somerville (“Little Children”, qui al suo ultimo ruolo), Ruby Cruz, Chinasa Ogbuagu, Madeleine Weinstein…
Inoltre, è un piacere rivedere in “azione”, anche se solo per il tempo di un episodio, Gordon Clapp, il detective Greg Medavoy del “NYPD Blue” di Steven Bochco e David Milch.

 

Nota a margine: gli spettatori son cresciuti nel corso del tempo: dai 600.000 del pilot sono via via aumentati sino a più che raddoppiare, quasi triplicare (1.5 mln), per il final season.

Curiosità: è la prima volta (?) che Kate Winslet impugna una pistola di/in scena.

8.00

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Cry Macho - Ritorno a casa

  • Drammatico
  • USA
  • durata 104'

Titolo originale Cry Macho

Regia di Clint Eastwood

Con Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola

Cry Macho - Ritorno a casa
altre VISIONI

In streaming su Infinity

 

Cry Macho” è l’ossimoro vivente di un ennesimo film testamentario: è l’ennesima letterina a Babbo Natale, scritta da un bambino che però non la spedisce dalla buca per le lettere sotto casa, ma se la infila in tasca, sale in groppa al suo pony (o bmx) e inizia a pedalare verso il Polo Nord per consegnarla di persona.

 

Se in the Mule (riprese: 2018, età: 88) all’inizio si assiste ad un balzo di una dozzina d’anni (attraversandoli s’un un pick-up F-Series della Ford, che effettuerà un bel po’ di consegne prima di cedere lo scettro ad un Lincoln Mark della stessa casa), dal 2005 al 2017, in “Cry Macho” (2020/2021, 90/91) si sceglie, prudentemente, passando dal prologo allo svolgimento della storia principale, di saltare un solo anno, dal 1979 al 1980, e in vece di una Ford “Gran Torino” ecco che buona parte della strada fra Texas e Mexico (location: New Mexico) è percorsa a bordo di un pick-up della Chevrolet (un solo carico, umano, per un viaggio di sola andata), con la riproposizione però dello stesso rapporto fra un nonno e un nipote vicendevolmente acquisiti (il medesimo, con un salto di generazione, innervava “Million Dollar Baby”, del 2004, anni 74, e, se proprio si vuole, "the Rookie", del 1990, anni 60).

 

Minimo/massimo comun denominatore: Nick Schenk (lo sceneggiatore di “Gran Torino” e “the Mule”), che in quest’occasione ha adattato l’omonimo script originale steso ad inizio anni ‘70 da N. Richard Nash (1913-2000; “the Rainmaker”, “Handful of Fire”), più volte rifiutato da vari studios e poi a metà anni ‘70 trasformato dallo stesso scrittore e drammaturgo in un romanzo (novellizzazione) dallo stesso titolo.

“Non so come curare la vecchiaia”, dice ad un certo punto Clint – pardon, Mike – ad una persona ch’è venuta in cerca del suo aiuto, ed è un’eloquentement’evidente, inequivocabile, incontrovertibile, ineluttabile ovvietà, ammortizzata e stemperata da una similare ed affine filosofia di vita: “Guarda dove stai andando e vai dove stai guardando”. (A tal proposito, la brevissima sequenza in groppa al "mustang" da domare è quella gestita con più fatica dal PdV della sospensione dell'incredulità: da una parte la controfigura in campo lungo controluce in scozzonatura e dall'altra due fulminei tagli in primo piano ripresi dal basso "cavalcando".)

 

Completano il cast: il giovane Eduardo Minett (Rafo), semi-esordiente, con alle spalle qualche episodio di serie/soap messicane, e si “percepisce”, ché non è certo una prestazione “eccellente”, la sua, ma “eccezionale” sì, perché - paradossalmente - realistica [il suo personaggio non è quello di un immigrante clandestino, in quanto, pur non essendo nato in territorio U.S.A. (ius soli), è per metà statunitense (ius sanguinis), e, d'altro canto, lui vuole trasferirsi nella Terra di Latte e Miele nonostante sappia che suo padre lo vuole là con lui non solo per un affetto ripescato, ma soprattutto per questioni di portafoglio (ius... culturae); e per contro Mike Milo compierà un percorso inverso, per amore e per un meriggiare tranquillo]; e poi Natalia Traven (Marta, la Locandiera), Fernanda Urrejola (Leta, la madre di Rafo), Horacio Garcia Rojas (Aurelio, il gorilla tonto di Leta) e il grande Dwight Yoakam (Howard, il padre di Rafo, "persona non grata" in Mexico), cantautore country, honky-tonk man e attore (“Red Rock West”, “Panic Room”, “the Three Burials of Melquiades Estrada”, “Logan Lucky”).

 

Fotografia di Ben Davis (sodale di Matthew Vaughn, e poi: “Kick-Ass”, “Seven Psychopaths”, “Guardians of the Galaxy”, “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, “Dumbo”), che alla prima collaborazione col regista tiene ferma l’asticella posizionata alta da Tom Stern e sfiorata ultimamente da Yves Bélanger. Montaggio come sempre impeccabilmente "classico", nettamente sfumato e seccamente fluido di Joel (e David) Cox. Musiche, veramente ottime, di Mark Mancina (“Find a New Home”, in apertura e chiusura, è suonata e cantata da Will Banister), cavallo scosso della scuderia di Hans “the Hammer” Zimmer, anch’esso al primo lavoro con Eastwood (che scrive qualche melodia addizionale).

 

E un grande grazie, veramente sentito, come sempre, al tecnico bonificatore addetto alla rimozione dei serpenti: Brendon Kehoe.

Meraviglioso momento, all’inizio, messo a sancire l’ellissi temporale del passaggio di decennio, nel quale una fotografia in bianco e nero che ritrae il protagonista anziano ripreso in un momento folgorante della propria gioventù (vs. "the Lusty Men" di Nick Ray) si anima e diventa cinegiornale d’epoca: il flash-back di ben più di 50 anni (forse siamo più vicini ai ¾ di secolo) dura, tra presentazione (carrellata in avanti della macchina da presa e animazione) e realizzazione, solo 15 secondi: da brivido.

 

E un ultimo pensiero vola verso il "CockFighter" di Monte Hellman, Charles Willeford, Nestor Almendros, Warren Oates e Harry Dean Stanton.

 

The Cock Is Alive! (E qualcuno deve pur tener fermi i cavalli.)

 
8.00

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Only Murders in the Building

  • Serie TV
  • USA
  • 1 stagione 10 episodi

Titolo originale Only Murders in the Building

Con John Hoffman, Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Aaron Dominguez

Tag Giallo, Storia corale, Crimini, Amicizia, USA, Anni duemilaventi

Only Murders in the Building

In streaming su Disney+

 

Scoordinati Movimenti Pelvici Durante il Sesso e l’Eterno Ritorno della Carta da Parati, ovvero: “Embrace the mess. That's where the good stuff lives.”

 

E “Only Murders in the Building” abbraccia il caos, perché è lì che si celano le cose migliori (che alla meno peggio possono sempre tornare buone e utili per un bel podcast amatoriale...).

L’edificio del titolo (Eyes Wide Shut + Birth + Rosemary’s Baby + Manhattan Murder Mistery), un monolitico casermone quadrilatero in stile “rinascimentale” situato all’incrocio fra una street e un’avenue (praticamente l’enorme condominio d’appartamenti occupa un intero isolato) nell’Upper West Side (sì, l’arrondissement della Grande Mela ove hanno casa Antonio Monda e il suo Ficus benjamin, er mejo fico del circondario) di Manhattan, New York, è l’Arconia (interpretato - facciate e grande cortile/giardino interno - dal Belnord), ed è un personaggio (un intero piccolo paesino nella mega-metropoli) vero e proprio, a incominciare dagli splendidi titoli di testa ad opera di Laura Pérez (in stile Al Hirschfeld & the New Yorker) coadiuvata dalla produzione artistica dell’encomiabile Elastic.

 

Poi, ci sono loro: i due Martin (nome e/o cognome), Steve [tanti Carl Reiner e Frank Oz (“Little Shop of Horrors”), e poi “¡Three Amigos!” di John Landis, “Roxanne” di Fred Shepisi, “Planes, Trains & Automobiles” di John Hughes, “Grand Canyon” di Lawrence Kasdan, “the Spanish Prisoner” di David Mamet e “Novocaine” di David Atkins, mentre, cinematograficamente parlando (ché negli ultimi 10 anni ha continuato a scrivere pièce teatrali ed incidere dischi bluegrass), è stato fermo un decennio prima di creare e showrunnerizzare, con John Hoffman, questa “OMitB” per 20th Television e Hulu], e Short [altra - anzi: ancor più - bestia da palcoscenico: sempre “¡Three Amigos!” (Chevy Chase comunque vive a New York…), poi “Innerspace” di Joe Dante, “Mars Attacks!” di Tim Burton, “Mumford”, ancora di Kasdan, una piccola “linea” in “Weeds”, e “Inherent Vice” di PTA], e Selena Gomez (“Spring Breakers”, “In Dubious Battle”, “the Dead Don’t Die”, “A Rainy Day in New York”), con Amy Ryan, Nathan Lane, Tina Fey, Jane ♥ Lynch (nei panni di Sazz Pataki, che però mi ricorda anche qualcun altro, mah…), Da'Vine Joy Randolph, Jackie Hoffman, Jayne Houdyshell e Gordon Matthew Sumner (nei panni di Sting).

 

“Voglio che sia meglio di una confessione nel cesso alla Jinx.”

E “Only Murders in the Building” è intelligente, divertente, intrigante, raffinato e paradossalmente realistico (dal PdV delle caratterizzazioni dei personaggi, ma non solo).
4 dei 10 episodi (i primi e gli ultimi) sono diretti da Jamie Babbit (SwingTown, United States of Tara, Girls, Russian Doll), mentre gli altri, a coppia, sono girati da Gillian Robespierre, Don Scardino e Cherien Dabis.
La fotografia è di Chris Teague, il production design è di Curt Beech, l’art direction di Jordan Jacobs, il set decoration di Rich Murray, i costumi di Dana Covarrubias e le musiche originali di Siddhartha Khosla, mentre per quanto riguarda la supervisione musicale non originale… dopo aver ascoltato “the Zither Player” di Félix Lajkó nella versione dei Dirty Three di Warren Ellis & C., nel mezzo del pilot, e “la seconda parte” di “Don’t Be Scared” di Daniel Johnston, alla fine dello stesso, mi son detto che lì doveva esserci lo zampino di Bruce Gilbert (sodale di Jenji Kohan per la quale ha curato magnificamente la scelta delle canzoni per la colonna sonora di “Weeds”, “Orange Is the New Black” e "GLOW"), ed infatti eccolo lì, spuntare (affiancato da Lauren Marie Mikus) sui titoli di coda: e, oltre ad Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, the Supremes, Jan & Dean, Caribou, Joshua Henry (dal “Carousel” di Rodgers & Hammerstein) e Ludwig Van Beethoven, Frederic Chopin, Gabriel Fauré, ecco che nell’8° ci regalerà anche “Keep Searchin' (We'll Follow the Sun)” di Del Shannon

 

Un momento per tutti: la performance di Steve Martin nel locale caldaie.

“E qui si conclude l’episodio finale di “Solo Omicidi nel Palazzo”. Torneremo, nella remota ipotesi che un altro vicino venga assassinato, o che si presenti un caso ancora più pericoloso. Chi vi parla è il vostro Charles-Haden Savage.”
La seconda stagione è già stata ♥ confermata.

Oltre a “the Jinx” di Andrew Jarecki (“Capturing the Friedmans”), nello specifico, a proposito di podcast, straconsiglio l’ascolto di questo, dedicato ai crimini di sangue "comuni" della Milano da cronaca nera nel periodo compreso tra il dopoguerra e la metà degli anni ‘70: https://www.radiopopolare.it/trasmissione/radiografia-nera/.

8.00

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Rifkin's Festival

  • Commedia
  • USA, Spagna
  • durata 92'

Titolo originale Rifkin's Festival

Regia di Woody Allen

Con Wallace Shawn, Gina Gershon, Elena Anaya, Louis Garrel, Sergi López, Christoph Waltz

Rifkin's Festival
altre VISIONI

IN TV Sky Cinema Due

canale 302

 

La locuzione “testamentario” (aggettivo) è più o meno al terzo posto per inflazione d’uso appena dietro a “implementare” (verbo) e “resilienza” (sostantivo) nel vocabolario de chevet dei gramellin-severgnin-cazzulli (nome comune di genere improprio). Ciò non toglie che “Rifkin’s Festival”, ad oggi l'ultimo lavoro di Heywood “WoodyAllen, nato Allan Stewart Königsberg il 1° dicembre del 1935 nel Bronx da una famiglia ebrea di origini russo-austro-tedesche, sia, a tutti gli effetti, l’ennesimo piccolo gioiello, ebbene sì, testamentario, cesellato con classicità e animato da una leggerezza e una grazia appartenente a pochi (si conclude nello studio di uno psicanalista, là dov'era iniziato, con un coitus interruptus intellettuale nei confronti dello spettatore) e di una profondità invidiabile perché secca, limpida ed, ebbene sì, semplice: “Scoop”, del 2006, sul versante commedia “(im)pura”, lo è letteralmente, “Whatever Works”, del 2009, in chiave dramedy, lo è nel modo più lampante, e, a suo modo, lo è anche “Irrational Man”, del 2015, in piena “tragedia”: a conti fatti, due morti e una morte… rimandata, come tutte, e con questo “Rifkin’s Festival” ecco che il conto sale a pareggio.  

«Comprai una guida per capire se ci fossero dei luoghi che avevo trascurato da poter visitare mentre ammazzavo il tempo prima del mio appuntamento. Vorrei dire che ogni volta che sono in chiesa, è solo l’estetica a cui rispondo. Ma adoro visitare qualsiasi luogo di culto. Ho un grande rispetto per la fede religiosa. Ho letto tutta la Bibbia dall’inizio alla fine, e mi sono innamorato di Eva, della moglie di Giobbe e di Dalila. Il mio strizzacervelli dice che sono attratto dalle donne che mi feriranno. Il Nuovo Testamento è molto più indulgente. Almeno il Messia si fa vivo. Gesù arriva, vestito in modo molto semplice. Guarisce le persone, fa miracoli. Eppure è un tipo normale. Un lavoratore comune. Ecco perché nella mia tesi di laurea scrissi che non sarebbe dovuto risorgere dai morti a Pasqua. È un falegname professionista. Sarebbe dovuto risorgere alla Festa dei Lavoratori.»

Wallace Shawn, ritornate alleniano (“Manhattan”, “Radio Days”, “Shadows and Fog”, “the Curse of the Jade Scorpion”, “Melinda and Melinda”), caratterista di vaglia (dalle tante collaborazioni con Louis Malle - da “My Dinner with André”, progetto molto suo, a “Vanya on 42nd Street”, intorno ad Anton Cechov - a “Marriage Story”) e gran protagonista (“A Master Builder” di Jonathan Demme da Henrik Ibsen), dopo Larry David nel suddetto “Whatever Works”, è il secondo perfetto alter ego alleniano che consente al regista e scrittore, ottantacinquenne al momento delle riprese, di affrancarsi dal ruolo di attore.

 

Elena Anaya placidamente splende fulgore. Gina Gershon si mette in gioco giocoso giocando. Louis Garrel incarna con “coraggio” una versione di ciò che sarebbe Timoteo Cialacoso se diventasse, dio ce ne scampi, regista. (E quei fortunatamente pochi secondi nei quali inscena la propria versione di “Parco Sempione” - "Te li buco quei bonghi!" - da soli valgono un tot del prezzo del biglietto staccato in una sala cinematografica, del noleggio streaming o dell'acquisto di un supporto fisico, sempre però di una eventuale versione originale sottotitolata.)
Cammei per Sergi López (in un ruolo ch’è la versione non-Bardem di quello presente in “Vicky Cristina Barcelona” e che se fosse stato interpretato da un italiano in occasione di “To Rome with Love” avrebbe scatenato le piagnucolanti giaculatorie sputacchiate dalle gracchianti vecchie zie sceme tempestanti lo stivale tritacco), Steve Guttenberg “fratello fico”, Christoph Waltz in tutina ekerotiana e il corpo-faccia inconfondibile di Richard Kind.

Fotografia (dal 4:3 abitato dai volti bergmaniani al 2.35:1 del triangolo truffautiano, passando per la profondità di campo di “Citizen Kane”, i primi respiri godardiani, gl'invalicabili varchi aperti buñueliani e le carrellate laterali felliniane: omaggi esplicitamente divertiti e sentimentali, come Bertolucci con "Bande à Part", che non pretendono certo di esprimere la profondità di un debord-ghezzi-zizek) di Vittorio Storaro. Montaggio di Alisa Lepselter. Musiche molto belle di Stephane Wrembel (e accenni di Nino Rota, Georges Delerue, etc...).
Produzione ispano-italo-americana.

Cinquantacinquenne a trentacinquenne: “E poi ho incontrato Mort. Era dolce, e brillante. Ma mi sento ancora come se non avessi, mai, veramente vissuto.”

Settantacinquenne su quarantacinquenne: “Accidenti, mi chiedo con chi sia sposata. Che donna affascinante! Ha davvero dato una carica alla mia giornata!”

Auto-Dream: “Ma io e Sue non abbiamo peccati. E l’unico peccato di Mort è che gli piacciono i film con i sottotitoli.”

O doppiati in svedese…

"StarDust Rêverie", ovvero: dopo “MidNight in Paris”... “AfterNoon/Matinée in San Sebastián”.

 

8.00

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Love, Death & Robots

  • Serie TV
  • USA
  • 2 stagioni 26 episodi

Titolo originale Love, Death & Robots

Con Tim Miller, Samira Wiley, Mary Elizabeth Winstead, Madeleine Knight, Daisuke Tsuji

Tag Fantascienza, Storia corale, Distopia, Società, Fantasy, Non definito

Love, Death & Robots

In streaming su Netflix

 

"Love, Death & Robots", stagione 2.

 

Rispetto alla prima stagione, questa seconda annata di “Love, Death & Robots” (serie creata per Netflix da Tim Miller e David Fincher) vede diminuire il numero dei cortometraggi, che passano da 18 ad 8 (ma è già in fase avanzata di editing finale un terzo volume) e - perciò? - la qualità media, già medio-alta, migliora un poco, e, anzi, anche sensibilmente, per certi versi.

 

Lista Episodi.  
Quando non altrimenti specificato, le sceneggiature (ovvero gli adattamenti dei racconti originali) sono opera di Philip Gelatt, già autore degli script di “Europa Report” e - oltre che regista - di “They Remain”.

1. * * * ½
Incoerenza tecnologica e psicologica! Violazione delle regole prestabilite!
• “Automated Customer Service”, diretto da Meat Dept (Kevin Dan Ver Meiren, David Nicolas, Laurent Nicolas) e tratto da un racconto di John Scalzi (che lo hanno anche adattato).
Praticamente: “Wall-E” innestato con “Demon Seed” di Dean Koontz e Donald Cammell: diverte e fa paura.

2. * * * ¾
Mega-megattere nudibranchie d’altri mondi: spumeggianti balzi fuori dalla coltre di ghiaccio.
• “Ice”, diretto da Robert Valley (autore dell’ottimo “Zima Blue”, contenuto nel volume precedente di “Love, Death & Robots”, e come in quell'occasione il character design è in zona Genndy Tartakovsky) e tratto da un racconto di Rich Larson (autore di “An Evening with Severyn Grimes”, “Jonas and the Fox” e, soprattutto, il bellissimo “Innumerable Glimmering Lights”, parzialmente associabile a questo per alcune tematiche di world bulding: e la costruzione di mondi con poche “pennellate” digitali è la caratteristica primaria e il pregio principale della serie, con un pizzico di insoddisfazione dovuta al conseguente fatto che se ne vorrebbe sapere, conoscere e vivere sempre di più).
Un ragazzino normodotato va a vivere in una colonia mineraria s’una luna ghiacciata di un gigante gassoso extra-solare riunendosi alla sua famiglia di potenziati cyber-geneticamente e faticando ad adattarsi, perché sono tutti più forti, atletici e resistenti di lui, fino a quando alcuni ragazzi della compagnia del fratello più piccolo (ma molto più adatto di lui a vivere in quell’ambiente) lo sfidano a ad un “gioco”: sfuggire ai leviatani che ogni tot risalgono dagli abissi bentonici rompendo a colpi di maglio col cranio lo spesso strato superficiale della distesa congelata del mare…

 

3. * * * * ¼
Il gene egoista.
• “Pop Squad”, diretto da Jennifer Yuh Nelson (la trilogia di “Kung Fu Panda” e “the Darkest Minds”) e tratto da un racconto di Paolo Bacigalupi (il magnifico “Pump Six”, il bel romanzo “the Windup Girl” e il racconto che può esserne considerato al contempo un prologo e una variazione sul tema, “Mika Model”).
La vita semi-immortale rende gli esseri umani semi-dei e, quindi, disumani. [E una computer grafica che, in particolare sul protagonista, lavora da… dio (1/2).]

4. * * * *
Peculiarità e canone.
• “Snow in the Desert”, diretto da Leon Berelle, Dominique Boidin, Remi Kozyra e Maxime Luere e tratto da un racconto di Neal Asher (“the Other Gun”).
La fantascienza (immortalità rigenerativa congenita e rigenerata cibernetica) è un pretesto per una storia avventurosa (“Star Wars” impera) di sopravvivenza e d’amore. Carina la gestione dell’uso delle mascherine: anti-polvere e non anti-virus, ma la gestualità quella è: empaticamente riconoscibile. [E una computer grafica che, in particolare sul protagonista, lavora da… dio (2/2).]

5. * * * ½
Fino a una decina d'anni fa a San Siro non poteva succedere.
• “the Tall Grass”, diretto da Simon Otto e tratto da un racconto di Joe Lansdale.
Molto bello, in perfetto stile Lansdale-kinghiano, ma... senza alcun senso...
Una chicca la classica stilizzazione iconica tripartita sui titoli di testa (1/2) con… l’erba alta stormente.

 

6. * * * *
Perché devi fare il bravo bambino.
• “All Through the House”, diretto da Elliot Dear e tratto da un racconto di Joachim Heijndermans.
Il più breve, completamente assurdo e sconclusionato, e molto… divertente, oltre che… educativo ed istruttivo… Da far vedere ai maggiori di 4… 6… 8… 10… 12 anni (ha fatto paura anche a me...) la vigilia di Natale!

7. * * * ½
Micio, micio, micio!
• “Life Hutch”, diretto da Alex Beaty e tratto da un racconto di Harlan Ellison.
Sarebbe, seguendo la cronologia interna alla serie, una variazione sul tema del primo episodio di questo secondo volume di “Love, Death & Robots”, ma in realtà è uno dei capostipiti del genere: Harlan Ellison (del quale Mondadori ha appena pubblicato “Visions”, un’antologia-omnibus, nella collana da libreria Urania Draghi: non perdetevelo!) lo ha scritto nel 1956 (ed è, con quello di J.G.Ballard che chiude questa raccolta, l’unico racconto scritto pre-2000). Una chicca la classica stilizzazione iconica tripartita sui titoli di testa (2/2) con… due dita rotte, storte, maciullate.

8. * * * * ¼
Swift rivisitato da Ballard.
• “the Drawned Giant”, diretto e adattato dallo stesso co-creatore (con David Fincher) della serie, Tim Miller, e tratto da un racconto di James Graham Ballard.
Contenuto nell’antologia “the Terminal Beach” (la Spiaggia Terminale) del 1964, “the Drawned Giant” è reso “pedissequamente alla perfezione”, tra voice over narrante in prima persona e rappresentazione letterale di ciò che avvenendo... [qualcosa di magnifico - altro, alieno, diverso, superno - appare, al limine (la battigia) tra l'indicibile e l'incomprensibile, e tiene banco per un po', sino a quando, poi, il diuturno stupore - anche se, sin da subito, manifestamente becero - evapora lasciando il posto all'assuefazione del quotidiano che divora quel poco di anima (impossibile non riandare con la memoria a Béla Tarr e alle sue misticete/odontocete "Werckmeister Hármoniák", ma pure ai Simpson!) rimasta attaccata alle meningi delle orride genti] ...accade, da Tim Miller: il cinema al servizio della letteratura: un racconto illustrato: e un piccolo capolavoro.

 

Illustrazione: Urania (le Antologie) n° 464 del 17 dicembre 1978, copertina di Karel Thole (? 900), e “Tutti i Racconti - Vol. 2 - 1963-1968”, Fanucci, 2004 (poi Feltrinelli, 2016).

PS. Recensendo la prima stagione auspicavo che la seconda potesse contenere un adattamento da un racconto di Paolo Bacigalupi, Ted Chiang e/o Greg Egan. Sono stato accontentato per un terzo (vale a dire, come scritto, il primo dei citati).              

Rimanendo così un posto vacante sul podio dei desiderata, aggiungo speranzoso un nuovo nome: quello di Nancy Kress (una vasta mole di produzione, dai cicli di romanzi ai racconti brevi, sempre di altissimo livello: qui su FTV ho parlato di "PathWays", "One", "Dear Sarah" e "Canoe").         

 

- Stagione 1 (2019, 18 ep.)

- Stagione 2 (2021, 8 ep.)          

 

World Building.

 

8.00

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Handmaid's Tale

  • Serie TV
  • USA
  • 4 stagioni 46 episodi

Titolo originale The Handmaid's Tale

Con Bruce Miller, Elisabeth Moss, Yvonne Strahovski, Max Minghella, Amanda Brugel

Tag Drammatico, Femminile, Maternità, Società, Distopia, Futuro

The Handmaid's Tale
altre VISIONI

In streaming su Tim Vision

 

"the HandMaid's Tale", stagione 4.

 

“Il giusto si laverà i piedi nel sangue dell’empio.” - Vecchio Testamento (roba forte, roba buona).

Sì, i NightHawks in caccia di gileadiani piacerebbero un sacco a June.

D’altronde… Differenze fra Gilead e U.S.A.:
- Gilead: “Succhiamelo o muori impiccata.”
- U.S.A.: “Succhiamelo o muori di fame.”

 

The Handmaid’s Tale” è da sempre, anche, un body-horror, e questa 4ª stag. principia dai postumi di un massacro, quello cui è stato sottoposto il corpo di June al termine dell’annata precedente [non che il finale distopico (ma il software di telecomunicazione per videoconferenze Zoom esiste anche in quella linea S-T, essendo nato ad inizio anni '10) del presente 2021 A.D./d.C. o giù di lì sia da meno: tra dita mozzate a morsi e volti ricoperti di sangue rappreso], ma “The Handmaid’s Tale” è anche, da sempre, uno studio in progresso sul volto di Elisabeth Moss, e mai come in questa 4ª stag. – con la fotografia (a cura di Stuart Biddlecombe, per 8 ep., e di Bérénice Eveno, per i 2 ep. diretti da Christina Choe, ma qui è una questione di tendenza generale dettata dall’alto, ovvero, immagino, da Bruce Miller ed Elisabeth Moss) molto caratterizzata da una deriva verso i toni ciclamino che certo non aiuta da questo PdV – lo stile/forma della ritrattistica cinetica…

[reiterati primissimi piani fissi e mossi da zoom/carrelli: nel 2° - “Testimony” - dei 3 ep. da lei diretti, Elisabeth Moss, oltre ad aprire - con l’usurato espediente retorico del tagliarsi da sé i capelli per “voltare pagina” - e chiudere con la magnifica “Glory Box” dei PortisHead, si concede un long-take di 7 (sette) minuti composto da un lunghissimo ed impercettibile movimento in avanti della MdP verso il di lei viso]

…prende il sopravvento sulla sostanza/contenuto, veicolando sé stesso - il significante - più che un eventuale, ulteriore significato.

 

Bruce Miller, il creatore e showrunner della serie che nasce dal romanzo di Margareth Atwood cui l’autrice ha dato recentemente un seguito indiretto con “the Testaments”, scrive pilot e final season, più il 3° ep., il 1° diretto da Elisabeth Moss, mentre fra gli sceneggiatori più importanti c’è Kira Snyder. I restanti registi sono Colin Watkinson (che aveva iniziato a lavorare alla serie come direttore della fotografia), Richard Shepard Liz Garbus.

Del cast storico-principale svettano le prestazioni di Ann Dowd, Madeline Brewer e Bradley Whitford.

Ottima new entry per McKenna Grace (Designated Survivor, the Haunting of Hill House, Troop Zero, GhostBusters: AfterLife).

E molto buoni i restanti, eterogenei fra loro, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovky, Samira Wiley, Max Minghella, O.T. Fagbenle e Amanda Brugel (e, tra i nuovi, Zawe Ashton).

Indimenticabile: il sorriso sul volto di Alexis Bledel poco prima del “Via!” alla macellazione a mani nude (e denti snudati).

 

Give me a reason to be a woman.

I just want to be a woman.

 

- Stagione 1 (10 ep., 2017): * * * * (¼)     
- Stagione 2 (13 ep., 2018): (* * * ¾) * * * *    
- Stagione 3 (13 ep., 2019): (* * * ¾) * * * * 

- Stagione 4 (10 ep., 2021): (* * * ¾) * * * *  


"tHm’sT-4": AN ELISABETH MOSS EXPERIENCE.      

 

7.75

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il mio corpo vi seppellirà

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 105'

Regia di Giovanni La Parola

Con Miriam Dalmazio, Antonia Truppo, Margareth Madè, Rita Abela, Giovanni Calcagno

Il mio corpo vi seppellirà
altre VISIONI

In streaming su Infinity

 

South-Western beddo beddo anzichennò, ovvero: "Noi in Italia facevamo già western quando in U.S.A. ancora s’ingroppavano i bisonti."

 

1860. La sempiteterna (non) Questione Meridionale.
Borboni, Briganti, Garibaldini (“...è nata ‘na criatura / è nata orobica...”), Sabaudi: si salva solo, facendosi gli affari suoi (ma non come l’embedded “fotografo di guerra” - Francesco Brandi - al séguito della pista di sangue e maciullame, sinonimico del Beauchamp di Saul Rubinek remora del Bob l’Inglese di Richard Harris in “Unforgiven” di Clint Eastwood, che infatti…) e, per l’appunto, salvando un capo di bassa manovalanza (Miriam Dalmazio - “Maraviglioso Boccaccio” -, qui al primo ruolo da protagonista, ottima), verso il quale non ne pretenderà il possesso una volta emancipatosi - un piccolo sarto itinerante (un bravissimo Filippo Pucillo, qui di nuovo in un ruolo di rilievo dopo essere cresciuto con l'egregie prove di “Respiro”, “NuovoMondo” e “TerraFerma” alla corte di Emanuele Crialese), ché sua non è la rapacità canonica e sonnolenta degli estinguenti Capetingi spagnoleggianti che si ripresero l’isola sconfiggendo gli austriaci in Puglia, a Bitonto, con un bel po’ d’altre question’in ballo, nel 1734, né quella famelica dei ritornanti - dopo il Trattato di Utrecht (1713) e il contro-scambio sardo con, ancor, gli austriaci (Trattato dell’Aia, 1720) - savoiardi, ingravidati dalla Missione Divin-Terrena del Destino Manifesto unitario: viene torturato, ma il lutto e la perdita non lo colpiscono, e perciò la vendetta - che ad ogni modo non sembrerebbe essere il suo pane - non lo “corrode”: la legge del taglione verrà invece praticata - il dolore inflittole è incommensurabile, inconcepibile, definitivo - dalla sua summenzionata compagna in alternanza di viaggio.


Il resto del cast è eccellente: dalle tre briganti – Antonia Truppo (tanto teatro, e “Luna Rossa”, “lo Spazio Bianco”, “la Doppia Ora”, “lo Chiamavano Jeeg Robot”, “Indivisibili”, “CopperMan”, “Lasciami Andare”), Margareth Madè (un bel riscatto, qui, dopo il quasi-unicum, oltre a “il Commissario Montalbano - il Sorriso di Angelica”, di “Baarìa”) e Rita Abela (teatrante semi-esordiente: “le Nozze di Laura”) – ai due “Duellanti” – il trinacro - in odor di Mastino gameofthronesco - Giovanni Calcagno (Bellocchio, Martone, Scimeca, Garrone, Lo Cascio, con alcuni dei quali lavora anche molto a teatro, portando avanti parallelamente l’epica dei cantastorie nella sua catanese Paternò) e il “piemontese”... di Messina Guido Caprino (anche lui con/per Bellocchio e Martone, e poi “1992/1993/1994”, “il Miracolo”, “la Stanza” e - da mettere a confronto, per gioco, essendo le due opere dicotomiche per genere ed intenzioni/atteggiamento - “Tutti per 1 - 1 per Tutti”), il cui generale, con giusta/pertinente crasi, si chiama Romano, passando per Gigio Morra (Don Masino), Domenico Centamore (Cagnazzo), Simona Di Bella (Filomena), etc…


Giovanni La Pàrola, all’opera seconda (“...e Se Domani” risale al 2005, mentre il cortometraggio “Cusutu ‘n Coddu - Cucito Addosso”, con Pucillo e Calcagno, è del 2012: praticamente un lavoro per il cinema ogni 8 anni; inoltre è da ricordare la sua partecipazione come indimenticato caratterista in “Tutti i Santi Giorni” di Paolo Virzì, sempre del ‘12), da lui scritta con Alessia Lepore (“Focaccia Blues” e “Cronaca di una Passione”), convince, muovendosi sulle orme "southern" di Pietro Germi ("il Brigante di Tacca del Lupo", 1952) e su quelle "revisioniste" di Florestano Vancini ("Bronte: Cronaca di un Massacro...", 1971), e il motivo è così esemplificabile: le due ore passano in tensione (a principiar dal prologo didascalico - in senso letterale e buono - a volo d’avvoltoio dal largo del mare all’alta costa e poi all’entroterra sgarrupato, o, meglio, per passare dal Regno di Napoli a quello delle Due Sicilie, scafazzato) mantenendo alta l’attenzione e il piacere d’assistervi: e dici poco.


La fotografia di Marco Bassano (carriera, ehm, eterogenea: “Shadow”, “Made in Italy”, “la Solita Commedia: Inferno” e il prossimo “Non Sono Quello che Sono” di Edoardo Leo con la “nostra” Antonia Truppo) mantiene un credito di realtà senza sconfinare nel facile gioco del giallo-seppia solarizzato e dintorni
Il montaggio, ad opera dello stesso regista con l’aiuto e la collaborazione di Davide Vizzini (“Leoni”, “la Ragazza del Mondo”, “Shadows”), lo si percepisce come “personale”, e viaggia su due livelli, uno generale, che si può definire, volendo, giusto per inquadrarne l’andirivieni, tarantiniano, e che funziona bene, ed un altro “particolare”, ovvero concernente i sottoinsiemi compartimentati delle scene d’azione “leoniane”, che invece rivelano qualche incrinatura di concordanza.
Le musiche molto belle sono di Francesco Cerasi (“Villetta con Ospiti” e gli altri lavori di Ivano De Matteo, e lo stesso “...e Se Domani”)). Producono Matteo Rovere & Andrea Paris (Groenlandia & Ascent) e Luigi & Olivia Musini (CinemaUndici).

 

Noi in Italia facevamo già western quando in U.S.A. ancora s’ingroppavano i bisonti. Beddo beddo (iniziando dal titolo) anzichennò.

 

7.75

 

Recensione.

 

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Squid Game

  • Serie TV
  • Corea del Sud
  • 1 stagione 9 episodi

Titolo originale ??? ??

Con Jung-jae Lee, Yuuki Luna, Oh Yeong-su, Park Hae-soo, Wi Ha-Joon

Tag Azione, Storia corale, Esplorazione, Lotta per la sopravvivenza, Corea del Sud, Anni duemilaventi

Squid Game

In streaming su Netflix

 

"Squid Game", stagione 1.

 

"La borghesia, il proletariato, la lotta di classe, cazzo!" (cit.), ovvero: Mai dire Evviva (As the Humans Will).

 

Prendete “the Most Dangerous Game” (1924) di Richard Connell (e i film da esso tratti, partendo da Irving Pichel ed Ernest B. Schoedsack ed arrivando sino a Craig Zobel e passando per Robert Wise e molti altri), “la Decima Vittima” (1965) di Elio Petri (da Robert Sheckley), “RollerBall” (1975) di Norman Jewison, “Takeshi’s Castle” (1986-1989) di “Beat” Takeshi Kitano e la sua nemesi decostruttiva, “Mai Dire Banzai” (1989-1991), ad opera della Jalappa’s Band, “13 - Tzameti” (2005/2010) di Géla Babluani, “Kami-sama no Iu Tori / As the Gods Will” (o “Come Dio Vuole” per i monoteisti), il manga (2014) di Kaneshiro e Fujimura e il film (2014) di Takashi Miike, “Parasite” (2019) di Bong Joon-ho e tanti altri più o meno liminali alla stessa Zona distopica ["the Cube", "Battle Royale", "Series 7: the Contenders", "Saw", "Hunger Games", "SnowPiercer" (film e serial), "Maze Runner", "the Belko Experiment", "3%", "el Hoyo", "High-Rise Invasion (Arrive)", "Alice in BorderLand", etc...) e potrete avere un’idea di cosa sia “Ojing-eo Geim / Squid Game” (“il Gioco del Calamaro”), la serie in 9 episodi scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk (1971; My Father, Silenced, Miss Granny, the Fortress).


“Il tasso di rientro è del 93%.”

Un ircocervo, insomma, con dalla sua un’ottima regìa e soprattutto da una parte un’eccellente scrittura e caratterizzazione dei ruoli e dall’altra degli eccezionali attori a volte, arrivo a dire, “esageratamente” bravi, ché per esempio il magnifico protagonista Lee Jung-jae (“the HouseMaid” di Im Sang-soo) in alcune occasioni dona anche/forse “eccessive” sfumature al suo personaggio, mentre completano il cast: Jung Ho-yeon (una “disertrice” nordcoreana, rimasta orfana assieme al fratello minore durante un precedente tentativo di espatrio verso la Cina; modella, qui al suo più che convincente e a tratti formidabile esordio assoluto), Park Hae-soo (quello che ha studiato al’università di Seoul ed ora ha un lavoro importante in cui maneggia e investe ingenti quantità di denaro per conto di una grande società: poi i futures si sfuturizzano), O Yeong-su (l’anziano n. 001, malato terminale; attore teatrale di lungo corso e già in "Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera" di Kim Ki-duk), Heo Sung-tae (un gangster di media fascia in fuga dai capi che ha tentato di fregare derubandoli), Anupam Tripathi (un immigrato pakistano con moglie e figlio a carico), Kim Joo-ryoung (una donna per tutte le stagioni), Wi Ha-joon (un poliziotto auto-infiltratosi nell'organizzazione dopo aver trovato delle tracce che portano ad essa riguardanti il fratello maggiore scomparso), Lee Yo-mi (una ragazza appena uscita di prigione dopo aver scontato la pena per aver ucciso il padre con lo stesso coltello utilizzato dall'uomo per ammazzare la moglie, madre della giovane rimasta sola al mondo: ad un rilascio segue un'altra incarcerazione) e Lee Byung-hun (il frontman).


“Non ci si fida delle persone perché se lo meritano. Lo si fa perché non hai altri su cui contare.”

La fotografia si divide - e al contempo crea un ponte non straniante - fra la realtà la fuori (i quartieri benestanti e quelli poveri di Seoul) ed il concentrazionario non-luogo artificiale di sterminio isolano/isolato. Il montaggio coadiuva alla perfezione la suspense, con naturalezza, e senza eccedere, strafare e strabordare nei cliché. Le scenografie giocano un ruolo fondamentale: per alcuni versi sono un po’ troppo “dumb” (l'escher-pastello), per altri invece sono magnifiche (basti considerare, durante il quarto gioco, quello con le biglie, il quartiere tipico coreano ricostruito ad arte: ogni buon milanese e dintorni avrà riconosciuto le “proprie”, di coree). Le musiche sono di Jung Jae-il (“Okja”, “Parasite”).


“Quando eravamo piccoli giocavamo così, e le nostre mamme ci chiamavano per cena. Non c’è più nessuno a chiamarci, adesso.”

Gli stereotipi e i luoghi comuni del "genere", per quanto riguarda i colpi di scena, sono gestiti ed utilizzati al meglio, e senza strafare, e se pur con una programmaticità millimetrica, agiscono ad un livello, se non "profondo", parimenti niente affatto superficiale e per nulla telefonato/scontato. “Peccato” per un (“non”) finale che può sembrare un’epitome della cattiveria, ma che in realtà risulta essere, mettendo in scena un tanto “classico” quanto inutile e superfluo cliffhanger, un compromesso col “format”. Poi, solo l’esito dell’eventuale prosieguo con una seconda stagione potrà dire se la scelta messa in atto dal protagonista sia in realtà in linea o (me)no col personaggio e in particolare col rapporto che vorrebbe reinstaurare con la figlia: e per com’era prima e per così com’è stato irrimediabilmente cambiato dall’esperienza vissuta.

 

7.75

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Giocando nei campi del Signore

  • Avventura
  • USA, Brasile
  • durata 178'

Titolo originale At Play in the Fields of the Lord

Regia di Hector Babenco

Con Tom Berenger, John Lithgow, Daryl Hannah, Aidan Quinn, Tom Waits, Kathy Bates

Giocando nei campi del Signore

 

Bonus Track.

 

"Barn" (2021) di Neil Young & Crazy Horse [la regia del documentario (making of) che accompagna l'album-fienile è affidata non come al solito all'alter ego Bernard Shakey, ma alla consorte dello stesso, Daryl Hannah].

 

Human Race

 

Don't Forget Love

 

Shape of You

                          

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Qui rido io

  • Biografico
  • Italia
  • durata 133'

Regia di Mario Martone

Con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell'Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta

Qui rido io
altre VISIONI

IN TV Sky Cinema Due

canale 302

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The French Dispatch

  • Commedia
  • Germania, USA
  • durata 107'

Titolo originale The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun

Regia di Wes Anderson

Con Benicio Del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand

The French Dispatch
altre VISIONI

In streaming su Amazon Prime Video

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Il mondo che verrà

  • Drammatico
  • USA
  • durata 98'

Titolo originale The World to Come

Regia di Mona Fastvold

Con Vanessa Kirby, Katherine Waterston, Casey Affleck, Christopher Abbott, Andreea Vasile

Il mondo che verrà
altre VISIONI

In streaming su Tim Vision

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Lasciali parlare

  • Commedia
  • USA
  • durata 113'

Titolo originale Let Them All Talk

Regia di Steven Soderbergh

Con Meryl Streep, Lucas Hedges, Gemma Chan, Candice Bergen, Dianne Wiest

Lasciali parlare
altre VISIONI

In streaming su Tim Vision

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Madres paralelas

  • Drammatico
  • Spagna
  • durata 120'

Titolo originale Madres paralelas

Regia di Pedro Almodóvar

Con Penélope Cruz, Milena Smit, Aitana Sánchez-Gijón, Israel Elejalde, Rossy De Palma

Madres paralelas
altre VISIONI

In streaming su Infinity

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Sesso sfortunato o Follie porno

  • Drammatico
  • Romania, Croazia, Repubblica Ceca, Lussemburgo
  • durata 106'

Titolo originale Babardeala cu bucluc sau porno balamuc

Regia di Radu Jude

Con Tudorel Filimon, Claudia Ieremia, Olimpia Malai, Ilinca Manolache, Daniela Ionita Marcu

Sesso sfortunato o Follie porno
altre VISIONI

In streaming su RakutenTv

 

Aggiunto da @Marcello del Campo.

 

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