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20 eventi del 2020.

Personaggio del 2020:  

1. Kim Wexler (Rhea Seehorn)

2. Elizabeth "Beth" Harmon (Anya Taylor-Joy)

3. Arabella Essiedu (Michaela Coel)

 

Film/Serie (usciti nel 2020):  

1. "I'm Thinking of Ending Things" (Charlie Kaufman)

2. "Better Call Saul" (Peter Gould e Vince Gilligan)

3. "The Plot Against America" (David Simon e Ed Burns)

4. "I May Destroy You" (Michaela Coel)

5. "The Queen's Gambit" (Scott Frank e Allan Scott)

 

Libri (letti nel 2020):  

1. "The OverStory" (Richard Powers, 2018)

2. "Souvenirs Entomologiques - Etudes sur l'Instinct et les Moeurs des Insectes - Première et Deuxième (Nouveaux) Série” (Jean-Henri Fabre, 1879 e 1882)

3. "Olive, Again" (Elizabeth Strout, 2019)

4. "the Flame Alphabeth" (Ben Marcus, 2012)

5. "I'm Thinking of Ending Things" (Iain Reid, 2016), "If It Bleeds" (Stephen King, 2020), "Mamma è Matta e Papà è Ubriaco - Uno Studio sul Caso" (Fredrik Sjöberg, 2018) e "A Darkling Sea" (James L. Cambias, 2014).

Premio Speciale "Ri-Lettura": "The Queen's Gambit" (Walter Tevis, 1983).

 

Album (usciti nel 2020):

1. Neil Young - "HomeGrown" (registrazioni del 1974-'75) e "Return to GreenDale" (live del 2003)

2. Bob Dylan - "Rough And Rowdy Ways" / Giorgio Canali e RossoFuoco - "Venti"

3. Moltheni (Umberto Maria Giardini) - "Senza Eredità" / Jonathan Wilson - "Dixie Blur"

4. Paolo Benvegnù - "Pietre" / Sufjan Stevens - "the Ascension"

5. Bruce Springsteen - "Letter to You" / Eels - "Earth to Dora" / Pearl Jam - "Gigaton" / Fiona Apple - "Fetch the Bolt Cutters" / Vasco Brondi - "Talismani per Tempi Incerti" / Francesco Bianconi - "ForEver" / Ginevra Di Marco - "Quello che Conta" / the Zen Circus - "l'Ultima Casa Accogliente" / Tame Impala - "the Slow Rush" / Fontaines D.C. - "A Hero's Death" / Billy Nomates - "Billy Nomates"

PS. Paul Schrader dice "Folklore" di Taylor Swift, ma non l'ho ancora ascoltato...

 

Bonus Track... Vale a dire il Miglior Album del... 2021...     

IoSonoUnCane / Jacopo Incani - "Novembre" (da "IRA", 2021, by RCA & Numero Uno) 

 

Minus/Binus Track...     

 

Bbbiiisss!!! E come bis: la "Miglior performance - "live" / estemporanea / atto singolo ripetuto sino allo sfinimento anche nel 2020, ma qui però almeno fa ridere - del 2020"... 

 

Tris! "Ciao, 2020!"

 

Per una lista più completa dei film e delle serie migliori del 2020 si veda qui: //www.filmtv.it/playlist/716935/20eventi20e/#rfr:user-47656.

  

E mai più liste annuali/decennali/secolari/millenarie: t'ammazzano. Sono una droga, oltre che un vertigine (cit.). Checché ne dicano, pensino e scrivano (pur ammettendone e dichiarandone il potere assuefante) gli addicted Jorge Luis Borges e Umberto Eco...    

 

Playlist film

Sto pensando di finirla qui

  • Thriller
  • USA
  • durata 134'

Titolo originale I'm Thinking of Ending Things

Regia di Charlie Kaufman

Con Jesse Plemons, Jessie Buckley, Toni Collette, David Thewlis, Jason Ralph, Colby Minifie

Sto pensando di finirla qui

In streaming su Netflix

 

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      CINEMA

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Alle larve!

 

Quella ch’è una solarizzazione si trasforma in un terso cielo indaco che ingoia tutto il passato. Ecco, esiste solo il presente. E, per un po’, persiste. Continua ad esistere, insistentemente. Cinguettano persino gli uccelli stanziali, anche s’è pieno inverno. Perché splende il Sole. E siamo rimasti solo noi, alla fine della storia, mentre gli alberi spogli si stormiscono transitivamente di dosso un po’ di neve dai rami. Loro stanno fermi, e il tempo li attraversa e scrolla. Come tutti quei fotoni riflessi da tutto quel fresco e bianco manto immacolato, cristallizzato. Un fottuto specchio di neve. Così morto, che potrà tornare a vivere, dopo esser fioccato, solo sciogliendosi. Brulicando...

 

                        ...cercami sull'altalena / dondolati con me...                          

                                      ...FORMA MENTIS...                                            

                                  ...orfano dei ghiacci tuoi...                                         

           ...cercami nell'aldilà, dentro gl'inganni altrui, e dentro i miei...              

                                      ...FORMA MENTIS...                                             

                                 Non ho più sangue da darti:                                         

                   potrò mai perdonarti per avere rubato i miei anni?                        

 

Being Charlie Kaufman. Un iper-ur-post Charlie Kaufman.

 

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(Qui ↓→ il romanzo di Iain Reid.)

 

“Il tuo istruttore di scuola guida era uno junghiano?”

“Sto pensando di finirla qui” (ma anche: “...di porre fine alle cose”), recita il titolo, allarmante, del romanzo d’esordio di Iain Reid (1980), e “Sto pensando di finirla qui” (ma pure: “...di porre fine alle cose”) è anche la prima frase del libro, inquietante, perché se uno ascolta o legge quella frase, “Sto pensando di finirla qui” (m’altresì: “...di porre fine alle cose”), beh, non può che pensare ad un atto di suicidio, e invece l’innominata protagonista ed io narrante della storia [che - indizio! -, pur avendo già presumibilmente raggiunto il quarto di secolo di vita, non sa cosa significhino le parole “enigmista” - in originale "cruciverbalist", in inglese - e “acufene” - in originale "tinnitus", in latino - (ed ecco che quindi... no, questi si rivelano essere falsi indizi creati da una traduzione qui un po' superficiale), e ha qualche dubbio anche su Carl Gustav Jung* e Thomas Bernhard**], la intende, quella frase, “Sto pensando di finirla qui” (ma inoltre e parimenti: “...di porre fine alle cose”), contestualizzata al rapporto col suo ragazzo, Jake, dato che ha intenzione, sì, di porre fine a qualcosa, ma quel qualcosa è solamente e soltanto la loro relazione sentimentale e fisica.

* “Il significato della mia esistenza è che la vita mi ha posto un problema. O, viceversa, io stesso rappresento un problema che è stato posto al mondo, e devo dare la mia risposta, perché altrimenti mi devo contentare della risposta del mondo.” – Carl Gustav Jung - “Erinnerungen, Träume, Gedanken” (Ricordi, Sogni, Riflessioni) - 1961

** “Esistere, in sostanza, non significa nient’altro che questo: essere disperati […] giacché in verità non esistiamo, ma veniamo esistiti.” – Thomas Bernhard - “il Soccombente” - 1983

Io invece, addentrandomi man mano e via via sempre più nel corpo del volume, ho pensato ad un altro esordio, quello di un altro Iain, Banks, ovvero al magnifico e terribile “the Wasp Factory” (edito in Italia prima da Fanucci, come “la Fabbrica degli Orrori” (e in seguito, con lo stesso titolo, da Guanda e da TEA), e poi da Meridiano Zero come “la Fabbrica delle Vespe”; risultato: con la Fanucci e soprattutto la Nord messe come sono messe oggi, Banks al momento - ed è un momento che dura da lustri... - non ha un editore in Italia... Speriamo in Urania...), ho pensato alla Shirley Jackson degli splendidi e cupi “the Bird’s Nest” e “We Have Always Lived in the Castle” (riediti recentemente da Adelphi come “Lizzie” e “Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello”) ed ho pensato a “Set This House in Order”, il capolavoro di Matt Ruff (edito qui da noi da Fanucci come “la Casa delle Anime”).

Un racconto stirato a romanzo breve, senza essere né Ambrose Bierce (“An Occurrence at Owl Creek Bridge”) né Franz Kafka (“il Castello”), che fa il suo sporco dovere (e - come già evidenziato - trova pure il tempo di citare, e manco a vanvera, C.G.Jung e soprattutto "il Soccombente" di Thomas Bernhard) ed è, al contempo collateralmente ed intrinsecamente, una delle storie più tristi - questi amabili resti [per citare un altro romanzo/film (Alice Sebold & Peter Jackson) a corollario di quelli in questione], quest’adorabile mucchio d’ossa… - che abbia letto da una frazione d’immensità di tempo a questa parte, e spero che Charlie Kaufman, col suo film di imminente uscita per i tipi di Netflix, riesca a darle una specie di "lieto" (o per lo meno non così assolutamente tragico) fine (certo che, alla luce dei due film da regista del nostro, quest'auspicio risulta essere una vana speranza...).

Qualche banalità***, qualche… bignamicità e qualche ingenuità - perdonabili in un’opera prima che tende tanto alla semplificazione quanto all’accumulo -, epperò si arriva alla fine - pur con un senso di déjà-vu, sì, ma - sazi e satolli. E l’amaro - come da etichetta - è amarissimo.

***Ad esempio: “Un ricordo è diverso ogni volta che viene ricordato e raccontato. Non è un dato assoluto. I racconti basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la realtà… quella succede una volta sola.”
Vale a dire, in pratica: l’atto di ricordare è un’azione di sovrascrittura.
E ancora: “I gesti, le azioni: possono sviare o mascherare la verità. Le azioni sono, per definizione, agite, sono inscenate. Sono astrazioni. Le azioni sono costruzioni. Allegorie. Metafore elaborate. Non capiamo le cose, o assegnamo loro significati, soltanto grazie all’esperienza. Le accettiamo, rifiutiamo e comprendiamo anche grazie agli esempi.”

Assimilare, creare. Innestare, ibridare. Comprendere, per (non) poter (non) sopravvivere.
E Charlie Kaufman ne ha tratto una sceneggiatura (Spike Jonze: “Being John Malkovich” e “Adaptation.”; Michel Gondry: “Human Nature” e “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”; George Clooney: “Confessions of a Dangerous Mind”) ed un film da lui stesso diretto (“Synecdoche, New York” e “Anomalisa”) in arrivo, come detto, sul flusso Netflix ai primi di settembre, del quale per ora ci accontentiamo di assistere all’infinito scrollarsi di dosso l’acqua dal pelo che il cane (redivivo - se così si può dire... -  per il cinema, ma trapassato da tempo nel romanzo) effettua in loop reiterato ed insistito nel bellissimo ed inquietante trailer con Jesse Plemons in surplace/understatement, David Thewlis e Toni Collette completamente svitati e Jessie - ché sì, con Kaufman la vita collide/collima sempre col cinema (avete appena letto un piccolo spoiler, ma non l’avete capito, né compreso, nemmeno adesso che ve l’ho spiegato) - Buckley (“Beast”, “Taboo”, “Chernobyl” e la prossima, anch’essa imminente, 4a stag. di “Fargo”) carinissima.

Per dirla alla Kubrick, parafrasandolo, la vita (in origine era il cinema) è la...

"Un pensiero può essere più reale, più vero, di un'azione. Puoi dire qualunque cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero." -- Iain Reid

"Niente è più raro in un uomo di un'azione che sia tutta sua." -- Ralph Waldo Emerson

"La maggior parte della gente è altra gente. Le loro idee sono opinioni altrui, la loro vita un'imitazione, le loro passioni una citazione." -- Oscar Wilde

...fotografia di una fotografia della realtà.

Inventare una storia, inverare un personaggio tra(d)endolo da un ricordo ch'è il rimpianto di un futuro mancato, e poi rivoltarlo contro sé stessi, dando corpo al pensiero, e facendolo agire, in un gesto di catartica e violenta espiazione. 

 

Colophon.
Iain Reid - "I'm Thinking of Ending Things" - 2016 ("Sto Pensando di Finirla Qui", Rizzoli, 2019 - traduzione di Giulia De Biase - brossura incollata, copertina flessibile, sovraccoperta - 256 pagg., 18.00 €).

 

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Better Call Saul

  • Serie TV
  • USA
  • 6 stagioni 63 episodi

Titolo originale Better Call Saul

Con Vince Gilligan, Bob Odenkirk, Jonathan Banks, Rhea Seehorn, Michael McKean

Tag Drammatico, Maschile, Lavoro, Famiglia, Sud USA, Anni duemiladieci

Better Call Saul
altre VISIONI

In streaming su Netflix

 

BETTER CALL KIM: BREAKIM BAD.

 

La quinta stagione di “Better Call Saul” (Peter Gould e Vince Gilligan) titilla, costruisce, solletica, architetta, imbastisce, sovverte, cuce, espande, rinsalda, deflagra, avvince, ammalia.

Ed enucleandola: al suo centro gravitico orbita lei, Kim (Rhea Seehorn), che passa da Marge Simpson (lancia dalla balconata bottiglie di birra sul parcheggio davanti casa, e il giorno dopo scende a ripulire con scopa e paletta) a Lady Macbeth / Carmela Soprano / Nancy Botwin: da Better Call Kim a BreaKim Bad.
Stupidi noi, che avevamo paura per lei.
Ora è lei a farci paura.

 

* * * * ¾ - 9.50 

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Plot Against America

  • Serie TV
  • USA
  • 1 stagione 6 episodi

Titolo originale The Plot Against America

Con Ed Burns, David Simon, Anthony Boyle, Zoe Kazan, Morgan Spector

Tag Drammatico, Storia corale, Distopia, Storia americana, USA, Anni '40

The Plot Against America

 

DIVIDE ET IMPERA.

A David Simon / Ed Burns Joint.

I Figli contro i Genitori, i Fratelli contro i Fratelli, gli Amici contro gli Amici, i Vicini contro i Vicini.
Il Popolo contro la sua Cultura, la sua Scienza, la sua Storia.
Assimilazione, Diluizione, Sparizione di una Parte del Popolo.
Una divergente distorsione lungo la (nostra?) linea spazio-temporale principale.
Ed eccolo, il piccolo Philip...

 

(Qui → il romanzo di Philip Roth.)

 

* * * * ½/¾ - 9.25

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

I May Destroy You

  • Serie TV
  • USA, Gran Bretagna
  • 1 stagione 12 episodi

Titolo originale I May Destroy You

Con Michaela Coel, Ann Akin, Aml Ameen, Adam James, Sarah Niles

Tag Drammatico, Femminile, Vita vissuta, Sesso, Londra, Anni duemilaventi

I May Destroy You

 

I’m the fire-starter! (But I don’t forget the sea.)

 

I May Destroy You” - considerando (per citare uno dei passaggi fondamentali della catarsi finale) la fame e la sete, le malattie e le guerre che punteggiano e pervadono il mondo - è la serie del momento, nel senso di momento socio-storico-politico, nel senso dello zeitgeist “occidentale”, tra Londra e Ostia Lido, nel senso ch’è la serie che rimarrà come riferimento per quando fra un quarto di secolo si vorrà spiegare il trapasso dagli anni dieci agli anni venti in tema di Me Too (e, collateralmente, di Social Media Addiction, Black Lives Matter, Enby e Framily; dopo GoogleGänger, MansPlaining, Revenge Porn, InfoVore, Ghosting, Cli-Fi e Fake News, e in attesa di Cancel Culture).

 

Potrei distruggerti: con una vera e concreta azione violenta o con una falsa ed inventata accusa penale. In un continuo, parossistico e contro-referenziale gioco serio e grave di scambio delle parti tra chi subisce l'azione o l'accusa e chi la compie o proferisce, la serie-capolavoro di Michaela Coel inquadra lo Stato delle Cose e lo restituisce frammentato e limpido, elaborato e profondo, collassando e risorgendo in un finale prismatico in cui le epifaniche agnizioni cortocircuitano e deflagrano sino a ricomporre il reale nella sua complessità.

 

E una pianta di pomodori in vaso che compare a scandire il tempo che passa - toh, è "già" passato - poggiata in un angolo contro la parete in mattoni di uno spoglio cortiletto interno urbano è un atto poetico ed esistenziale. 

 

Bella, consapevole, coraggiosa, cruda, divertente, lucida, profonda, sorprendente, viscerale. La serie, e la sua autrice.

 

* * * * ½/¾ - 9.25

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La regina degli scacchi

  • Serie TV
  • USA
  • 1 stagione 7 episodi

Titolo originale The Queen's Gambit

Con Anya Taylor-Joy, Harry Melling, Chloe Pirrie, Moses Ingram, Thomas Brodie-Sangster

Tag Drammatico, Femminile, Donne, Storie di vita, USA, Anni '50

La regina degli scacchi

In streaming su Netflix

 

Giochiamo?!

 

Las Vegas, 1966. Splendido piano-sequenza su steady-cam in set reale - da open air, con piccoli inserti in CGI, a “studio” - con la tromba di Quincy Jones (che in quel momento aveva abbandonato la Mercury Records per musicare la HollyWood di “In Cold Blood” e “In the Heat of the Night”) nella sua versione della “Comin’ Home Baby” di Ben Tucker a tenerne il passo e scandirne l’incedere e l’andatura. Ecco che sta per farlo. Sale un paio di gradini. Adesso lo fa. Un altro scalino. Sta per girarsi. Rallenta un poco. Ecco che ora si volta. Un gradino ancora, rallenta sin quasi a fermarsi e… Taaac! Incrociando un abito d’alta moda (tipo uno chanel o un “ma che ne so, qualcosa del genere”) mentre sale l’ampio e proteso sul vuoto scalone principale del Mariposa, l’hotel-casinò che per l’occasione ospita gli U.S. Open di scacchi, il diciassettenne sguardo di Elisabeth “Beth” Harmon è rapito e preso all’amo (così come il suo cervello di fanciulla ospite dell'orfanotrofio fu già ben assuefatto para-"istituzionalmente" alle benzodiazepine) da quell'oggetto indossato e deambulante del desiderio, e i giroscopici muscoli oculari comunicano a quelli del collo ch’è ora di darsi una mossa - anche contro la decenza, il ritegno, il pudore, il riserbo, il decoro, il contegno, la costumatezza, le belle maniere e la giusta ed appropriata creanza - e di mettersi di buona lena a far ruotare di 90° la testa che li ospita ché altrimenti sarebbero schizzati fuori dalle orbite per raggiungere il loro obbiettivo. Questo è territorio “Mad Men”: per lo spessore dei caratteri, per come questi si muovono in relazione al loro ambiente, per la gestione dello zeitgeist. (Quando per incapacità, noia, inanità, mancanza d’argomenti o preconcetta benevolenza verso un film se ne scrive, ad un certo punto, “ottime le scenografie e i costumi”, c’è da storcere il naso. Ecco, il lavoro fatto sulle scenografie e in particolar modo sui costumi in “the Queen’s Gambit” è impressionante, prezioso e di alta levatura: queste due sezioni della macchina cinema raggiungono qui il livello di personaggio, e “recitano” - per mano di chi le utilizza - pure bene.) Questo è un semi-capolavoro coinvolgente ed appassionante di traslazione/adattamento/interpretazione/traduzione/reinvenzione/arrangiamento (da Walter Tevis) e ritrattistica. Grazie, Scott Frank (che già con “GodLess” - dagli anni ‘80 del XIX secolo è passato ai ‘60 del XX: lo attendiamo per i ‘40 del XXI i zona SF, che del resto ha lavorato allo script di “Minority Report” - aveva dato prova del suo valore).

E poi: Anya Taylor-Joy, Marielle Heller, Bill Camp.

 

* * * * ½/¾ - 9.25

 

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(Qui ↓→ il romanzo di Walter Tevis.)

 

Capablanca, Alekhine, Botvinnik, Petrosyan, Spasskij, Fisher, Karpov, Kasparov, Anand, HAL 9000, IBM Deep Blue… E, adesso, Elizabeth Harmon.

Mentre, nel frattempo, scorrono la Guerra Fredda (comunisti ovunque, a fare i comunisti, e a giocare a scacchi nel parco, e cristiani fondamentalisti, troppi, a fare... schifo, e basta) e il femminismo eterno, perché necessario (professato, ed intrinseco). 

A distanza di una dozzina d’anni rileggo un romanzo (ed è una cosa che mi accade di fare molto raramente), questo, in attesa di assistere all’omonima mini-serie scritta e diretta da Scott Frank ("GodLess") per Netflix con protagonista Anya Taylor-Joy. Me lo ricordavo come coinvolgentemente meraviglioso: e invece è meglio. Un fiume in piena di 14 capitoli di formazione che si svolgono lungo 350 pagine deliziose, tristi, affascinanti, crudeli, semplici, bellissime, imponenti, felici.

“Due ragazze che conosceva volevano fare le infermiere. Beth non partecipava mai a queste conversazioni: quello che voleva diventare lo era già.”

“Lei pensa, una parte donna, tre parti bambina, […] come un insetto dalle lunghe zampe sulla corrente / la sua mente si muove nel silenzio.” - W.B.Yates (dall’esergo al romanzo).

 

The Queen’s Gambit” di Walter Stone Tevis (nato a San Francisco nel 1928 e morto a New York nel 1984, ma cresciuto in Kentucky con una parentesi lavorativa in Ohio) del 1983 [in quell’anno l’autore di “the Hustler” e “the Man who Fell to Earth” diede alle stampe anche “the Steps of the Sun” e il seguito “alimentare” dello Spaccone, “the Color of the Money”: conscio del cancro che lo avrebbe ucciso di lì all’imminente la sua produzione si fece - senza perdere alcunché in bellezza e potenza - prolifica, soprattutto se confrontata con il lungo periodo di assenza dalla scrittura durato quasi vent’anni (l’Uomo che Cadde sulla Terra, la sua opera seconda, e poi il buio, è del 1963), dovuto in egual misura a problemi di alcolismo e ad una certamente troppo severa considerazione di sé come autore ancora acerbo e inespresso e terminato dopo tre abbondanti lustri di diapausa post-alcolica e di partecipazione a seminari di “scrittura creativa” nelle vesti di… studente pubblicando “MockingBird” e la raccolta di racconti “Far from Home”], oltre a raccontare meravigliosamente, con un’asciutta (un’impossibile commistione cronosismatica fra Raymond Carver e James Ellroy), ma commoventemente lirica, semplicità (rispettata dalla buona traduzione, senza che quel paio di refusi tipografici e virgole messe in posti strani disturbino più di tanto), del growing-up cui la sua protagonista rimasta orfana da bambina e scopertasi imberbe giocatrice di scacchi va incontro, dagli 8 ai 19 anni (l’eventuale continuazione e proseguimento delle avventure di Elizabeth Harmon che probabilmente Walter Tevis ci avrebbe regalato raccontandoci non più della bambina, della ragazza, dell’adolescente e della giovane donna, ma dell’adulta, come già aveva fatto con le gesta di “Fast Eddie” Felson, non vedranno, mai, la luce: si e ci conceda da una Beth alle soglie della maturità, davvero indipendente, ed emancipatasi per forza di cose persino dal suo autore/creatore, presa a vivere la sua vita sulla scacchiera ch’è il mondo), senza smettere, mai, d’imparare, parla, ovviamente, anche delle 64 caselle (metà bianche e metà nere, alternate) e dei 32 pezzi (metà bianchi e metà neri: un re, una regina, due alfieri, due cavalli, due torri e 8 pedoni per parte) di quel gioco - "il più violento che ci sia tra tutti gli sport", cit. - il cui numero stimato di combinazioni legalmente ammesse è compreso fra 10 elevato alla 43esima e 10 elevato alla 50esima, la dimensione dell'albero delle mosse è pressappoco di 10 elevato alla 123esima e il numero di possibili partite diverse è circa 10 elevato alla 10ª potenza… elevato alla 50esima…

Cresciuta in orfanotrofio, auto-iniziatasi agli scacchi giocando clandestinamente - lontano dagli occhi della meschina direttrice dell’istituto - nel seminterrato del grande edifico contro l’inserviente, il signor Schaibel, con la sola amicizia sincera, ruvida e duratura di Jolene (che anni dopo dissiperà i dubbi sull'ambigua figura del signor Fergussen, uno degli istitutori della Methuen Home, descrivendolo come una fondalmentalmente brava persona, per lo meno in quel contesto), una compagna di collegio di qualche anno più grande di lei, Elizabeth Harmon è l’indimenticabile protagonista della penultima opera di Walter Tevis, un classico ed avvincente romanzo di formazione che, pur lasciando trasparire dalla tessitura un impiantito di espedienti, dispositivi, modelli ed artifici retorici ben collaudati, semplicemente, travolge il lettore.

 

“Le rose tea erano finalmente sbocciate. Quasi tutte ormai avevano perso i petali, e all’estremità degli steli dove prima c’erano i fiori ora si vedevano come dei ventri gravidi, sferici. Non li aveva mai notati quando erano in fiore a giugno o luglio”: e questa frase significa solo, implicitamente, una cosa: che la signora Wheatley (ingenua, distante, egoista, distratta, petulante, affettuosa, svampita, generosa), che era stata una buona madre adottiva - iniziando inconsapevolmente Beth all'alcool... - e che “non l’aveva fatto apposta, a morire e lasciarla sola”, adesso non era più lì a potare le rose dopo la fioritura, e i rossi cinorrodi potevano fruttare e maturare.

Il principale antagonista (orizzonte, meta ultima, traguardo e trampolino) di Beth - oltre al Destino e a sé stessa, essendo in lotta contro le dipendenze da benzodiazepine (all’orfanotrofio era prassi illegale somministrare “sottobanco”, lontano dagli occhi indiscreti delle autorità, una dose di tranquillanti giornaliera, per tenere a bada ogni intemperanza) e - pure, come già detto - da alcool, battaglia che porterà avanti con le uniche armi a disposizione, ed efficaci: gli affetti, una dieta sana e dell’attività fisica - è Vasily Borgov (un condensato dei maggiori scacchisti sovietici dell'epoca, in particolare - se si considera il periodo in cui è ambientato il romanzo della vita semi-adulta di Beth, ovvero la metà degli anni sessanta, con l'alba, l'apice/culmine e il tramonto dell'era kennedyana in sottofondo assente - un alias per Tigran Petrosjan, mentre la protagonista è un ginoide anticipo lustrale di Robert "Bobby" Fisher), che, per la diciottenne che dal Kentucky viaggia sola per il mondo (San Francisco, New York, Parigi, Mosca) muovendo pedine, “era come un’icona minacciosa: avrebbe potuto essere dipinto sulle pareti di una caverna”. Ma la forza di Beth risiede - oltre che nel suo talento naturale, quelle connessioni sinaptiche non ancora distrutte completamente dall'alcool e dalle benzodiazepine - nel conoscere la propria (parziale, e a volte totale) solitudine, la sua vera ed unica levatrice indifferente e crudele insegnante di vita.

“Let me tell you a secret: chess is the most violent of all sports. I’m a pretty good soccer player and a long-distance swimmer, and recently, I’ve taken up tennis, but I can tell you that there’s no sport as competitive – yes, I’ll say as rough – as chess. The only goal in chess is to prove your superiority over the other guy, and the most important superiority, the most total one, is the superiority of the mind. And there’s no luck involved, no picture card coming up at the right time, no roll of the dice that saves you. It all has to come out of your head. You whip him or he whips you. It’s as simple as that. Or as complicated as that.” - Da un’intervista a Garry Kasparov presente sul numero di novembre 1989 (Walter Tevis era morto da 5 anni) di PlayBoy.

 

Walter Tevis si conceda dall’arte e dalla vita con un ennesimo capolavoro: possiamo essere certi che, conscio del valore della sua opera, possa aver pensato - come si ritrova a dire a Beth quell’anziano sfidante dopo una estenuante partita -, in qualche modo : “Abbandono con sollievo.”

Colophon.
Walter Tevis - “the Queen’s Gambit” - 1983 [ediz. ital. “la Regina degli Scacchi”, Minimum Fax, 2007 (e 2013) - traduzione di Angelica Cecchi, prefazione di Tommaso Pincio, postfazione di Yuri Garrett, profilo biografico e bibliografia di Andreiana Lombardi Bom - brossura incollata di 16 fascicoletti rilegati filo refe, copertina flessibile, formato tascabile - 350 (+30) pagg., 11.50 €]

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Tree of Life

  • Drammatico
  • USA
  • durata 138'

Titolo originale The Tree of Life

Regia di Terrence Malick

Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Tye Sheridan, Fiona Shaw, Pell James

The Tree of Life
altre VISIONI

In streaming su RaiPlay

 

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     LETTERATURA

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"The OverStory" (Richard Powers, 2018).

 

The OverStory” - Canopia, la SovraStoria, in italiano reso come “il Sussurro del Mondo”, volendo intendere [creando una sineddoche metonimica tra palesamento sonoro e (motiv)azione biochimica] il frusciare delle foglie (e il contemporaneo e conseguente stormire delle chiome) mosse dal vento quale la manifestazione tangibile ai sensi umani di ciò ch’è la neurobiologia vegetale, la comunicazione tra individui e specie botaniche grazie all’attività elettrofisiologica delle membrane per mezzo del rilascio di molecole verso recettori (esocitosi ed endocitosi) - è un romanzo postmoderno-massimalista espressione reciproca e vicendevole dello ZeitGeist nel quale in svariate occasioni ti ritrovi a piangere grazie a chissà quali spronanti collegamenti degl’ingranaggi mentali; per esempio, ad un certo punto, qui (boh!): “Il frassino è un albero nobile.” Resiliente all’inverosimile. Roba da manici di utensili e berretti da baseball. Douglas adora quelle foglie composte pinnate, il modo in cui attenuano la luce e fanno sembrare la vita più dolce di quella che è. Adora i semi affusolati a forma di barca a vela. Gli piace l’idea di piantare qualche frassino, prima di fare l’unica cosa che chiunque deve davvero fare.

Principia con un atto di ambigua, maliziosa poetica malickiana, “the Overstory”: una doppia negazione che, contro la consuetudine del senso comune, vuol stare a significare, sottendendo, cioè riportando alla luce, proprio il contrario di ciò che esprime attraverso la logica palese: "All'inizio non c'era nulla", ovvero: vi era un qualche cosa. "Poi c'era tutto."
All'inizio non c'era altro che nulla.
Poi c'era nient'altro che tutto.

La pratica riduce notevolmente l’impossibile.

Dal non-vuoto (perché il vuoto presuppone un pieno per esistere, e invece qui siamo “di fronte” all’assenza d’ogni cosa), cioè dal meno-che-vuoto, ecco un’increspatura non “nello” spazio-tempo, ma creante lo spazio-tempo: il polline del Big Bang che si ramifica…

 

Venti primavere passano in un baleno. L’anno più caldo mai rilevato va e viene. Poi un altro. E poi altri dieci, quasi tutti tra i più caldi mai registrati nella storia. Il livello dei mari si alza. L’orologio dell’anno si rompe. Venti primavere, e l’ultima comincia due settimane in anticipo rispetto alla prima.


Suddiviso in quattro sezioni - Radici (che affondano dalla metà del XIX secolo all’alba del III millennio), Tronco (che si erge lungo il corso delle scoperte scientifiche (biologiche) e dei “progressi” politico-sociali (ambientalisti) del secolo XX), Chioma (l’appena ieri e, già, l’oggi) e Semi (l’oggi, e forse il domani) -, la prima delle quali rappresenta - assieme a tutto “Gain” e a molte parti contenute in “Three Farmers on Their Way to a Dance”, “Prisoner's Dilemma” e “the Time of Our Singing” (non che gli altri romanzi pubblicati ad oggi in Italia, ovverossia “Galatea 2.2”, “the Echo Maker”, “Generosity” ed “Orfeo”, non siano altrettanto, se pur differentemente, per altri versi e in minor misura, meravigliosi... Mentre invece si auspica e ci si attende che la Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi possa finalmente proporre ai lettori del bel paese là dove 'l sì suona anche i restanti volumi ad oggi rimasti intradotti, cioè “the GoldBug Variations”, “Operation Wandering Soul” e “Plowing the Dark”) - una delle massime fioriture della prosa powersiana, vale a dire uno dei frutti migliori della letteratura contemporanea, “the OverStory” è tanto un Romanzo-Mondo quanto un Romanzo del/sul/col/per il Mondo: inteso tanto come Pianeta quanto come Umanità.

Però, in una notte come quella, mentre la foresta pompa le sue sinfonie in milioni di movimenti e la voluminosa e splendente Luna viene frammentata tra i rami di Mimas, è facile persino per Nick credere che il Verde abbia un piano che farà sembrare l’Era dei Mammiferi una piccola, insignificante deviazione.

Se l'essere umano è il metodo che utilizza l'Universo per scrutare sé stesso, questo libro è uno dei pochi e validi esempi ed atti (tra letteratura scientifica - pubblicazioni tecniche specializzate e saggistiche divulgative - e narrativa) di Primo Contatto, dopo 4 miliardi di anni, fra il Regno Vegetale e quello Animale, tra la CloroFilla e l'EmoGlobina.

I grandi cicli dell’aria e dell’acqua si stanno interrompendo. L’albero della vita cadrà di nuovo [la Sesta Estinzione di Massa; NdR], crollerà diventando un ceppo d’invertebrati, un tappeto vegetale solido e resistente, e batteri, a meno che l’uomo… A meno che l’uomo.

Meno che l’uomo. A meno dell’uomo.
La morale dell’essere umano, l'etica del pianeta Terra.
La SovraStoria sussurrata dalla Canopea…
Pianeta Terra ed esseri umani: quale parte perderà vincendo è chiaro, limpido e lampante.

Tutti pensano che la paura e la collera, la violenza e il desiderio, la rabbia attenuata dalla sorprendente capacità di perdonare – carattere – sia tutto ciò che conta, alla fine. È una convinzione puerile, solo un gradino più su rispetto all’idea secondo cui al Creatore dell’Universo importerebbe emettere sentenze come un giudice di una corte federale. Essere umani significa confondere una storia soddisfacente con un’altra ricca di significati, e scambiare la vita per qualcosa di enorme con due gambe. No: la vita è impegnata su una scala ben più vasta, e il mondo sta fallendo perché nessun romanzo riesce a far apparire la contesa per la guida del mondo avvincente quanto le lotte tra poche persone perdute. Ray però ha bisogno della narrativa tanto quanto chiunque.

“Radici”, con la progressiva presentazione cronologico-alfabetico-casuale dei protagonisti, può lasciare ad intendere al lettore che l’albero sulla cui corteccia l’autore ha inciso la propria storia culminerà con una fioritura, una fruttificazione, una seminagione: un pozzo gravitazionale in cui tutte le linee narrative nelle quali scorre la linfa, gli anelli di crescita nello xilema del tronco e le ramificazioni gemmanti della chioma (tanto quercifera quanto cipressoidale) culmineranno in una collettiva rivelazione, in una congiuntura risolutiva, in una epifania redentoria, in una manifestazione concreta e umanista dello scibile scientifico (quel che fu, in parte e anti-climaticamente, per “Gain” e “the Time of Our Singing”), e in parte lo è… ma soprattutto, “the Overstory”, l’albero che coi suoi rami setaccianti il cielo e deridenti la gravità getta la propria ombra sul boscaiolo che lo abbatte, ci lascia con un compito da portare a termine: guadagnarcelo, il Mondo.

A narrare il mutar delle forme in corpi nuovi mi spinge l’estro…

Postilla.
Un sinonimo di floema (quel complesso di tessuti viventi delle piante vascolari che, tra le altre funzioni, assolve a quella di trasportare attraverso i suoi microcondotti la linfa di ritorno, quella elaborata e resa ricca di nutrienti dall’apparato fogliare per mezzo della fotosintesi clorofilliana) si chiama Libro.

 

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E venne il giorno

  • Drammatico
  • USA, India
  • durata 91'

Titolo originale The Happening

Regia di M. Night Shyamalan

Con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Spencer Breslin, Betty Buckley

E venne il giorno
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La conferma arriva la primavera successiva. Tre altri esperimenti, e Patricia non ha più dubbi. Gli alberi sotto attacco liberano insetticidi per salvare la propria vita. È un fatto incontestabile. Ma c'è qualcos'altro nei dati che le fa accapponare la pelle: gli alberi lontani, non interessati dagli sciami invasori, incrementano le loro difese quando i loro vicini vengono attaccati. Qualcosa li mette in stato di allerta. Fiutano il disastro, e si preparano. Controlla tutto quello che può, e i risultati sono sempre gli stessi. C’è soltanto una conclusione che ha senso: gli alberi feriti trasmettono segnali d'allarme che gli altri alberi avvertono. I suoi aceri stanno mandando dei segnali. Sono collegati a una rete aerea, e condividono un sistema immunitario lungo acri di foreste. Questi tronchi sciocchi e immobili si stanno proteggendo a vicenda.
Fatica a capacitarsene. Tuttavia, i dati raccolti continuano a confermarlo. E la sera in cui alla fine Patricia accetta l'evidenza di quei risultati, sente gli arti riscaldarsi e le lacrime scorrerle lungo il viso. Per quanto ne sa, lei è la prima creatura nell'avventura della vita in continua espansione ad aver mai intravisto questo piccolo ma indubbio passo compiuto dall'evoluzione. La vita sta parlando tra sé e lei ha origliato.

 

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La donna che visse due volte

  • Thriller
  • USA
  • durata 128'

Titolo originale Vertigo

Regia di Alfred Hitchcock

Con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Henry Jones, Tom Helmore, Raymond Bailey

La donna che visse due volte
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Per un istante, sopra di loro, il Sole si ferma. Poi comincia la sua lenta discesa verso ovest, di nuovo nell’oceano in attesa. La luce del meriggio inonda il paesaggio d’oro e di acquerello. California, l’Eden americano. Queste ultime vestigia tascabili di foresta giurassica, un mondo come non ce ne sono altri sulla Terra.

 

 

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El Abrazo de la Serpiente

  • Avventura
  • Colombia, Venezuela, Argentina
  • durata 125'

Titolo originale El Abrazo de la Serpiente

Regia di Ciro Guerra

Con Brionne Davis, Jan Bijvoet, Luigi Sciamanna, Nilbio Torres, Antonio Bolivar

El Abrazo de la Serpiente
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A Machadinho d’Oeste, nel Brasile occidentale, Patricia impara cosa può fare una foresta. Raggi di sole penetrano i tronchi ricoperti di rampicanti, i motori della vita più potenti sulla faccia della Terra. Le specie ricoprono ogni superficie, rianimando quella metafora morta al centro della parola disorientamento. Tutto è frangia e treccia e piega, squama e spina. Patricia si sforza per distinguere gli alberi dalle corde di liana, orchidee, strati di muschio, bromeliacee, ramoscelli di felce gigantesca, tappetini di alghe.
Ci sono alberi che fioriscono e fruttificano direttamente dal tronco. Bizzarri alberi del kapok con una circonferenza di dodici metri con rami che vanno dall’appuntito allo splendente al levigato, tutti dallo stesso tronco. Mirti sparpagliati per la foresta che fioriscono tutti in un solo giorno. Noci del Brasile che producono palle di cannone simili a delle piñatas messicane piene di noci. Alberi che fanno piovere, dicono le ore, prevedono le condizioni meteorologiche. Semi di forme e colori osceni. Baccelli come pugnali e scimitarre. Radici simili a trampoli e altre sinuose e contrafforti come sculture e radici che respirano aria. Le soluzioni si scatenano. La biomassa è folle. Basta far oscillare la rete una volta perché si riempia di due dozzine di specie di coleotteri. Spessi tappetini di formiche la attaccano per aver toccato gli alberi che le nutrono e le riparano.

 

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2001. Odissea nello spazio

  • Fantascienza
  • Gran Bretagna
  • durata 141'

Titolo originale 2001: A Space Odyssey

Regia di Stanley Kubrick

Con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter

2001. Odissea nello spazio
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Ecco come deve andare. Ci saranno delle catastrofi. Disgrazie e carneficine disastrose. La vita però sta andando da qualche parte. Vuole conoscere sé stessa, vuole il potere della scelta. Vuole soluzione ai problemi che ancora nessun essere vivente sa risolvere, ed è disposta a servirsi persino della morte pur di trovarle.

 

Deve ancora scoprire che i miti sono verità essenziali intrecciate nella mnemonica, istruzioni spedite dal passato, ricordi che aspettano di diventare predizioni.  

 

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⊕∴⊗  Deep Blue & Soci  ⊗∴⊕

 

 

La spiegazione che HAL 9000 dà a Frank Pool sull'obbligato proseguimento secondo cui si svolgerà la partita (Roesch vs. Schlage - Amburgo, Germania, 1910) portando alla vittoria il compuer sull'umano in tre mosse... è errata. Conoscendo la notoria precisione che il regista del Bronx, scacchista livello Maestro, metteva nel creare le sue opere e la certosina e meticolosa attenzione che riservava ai dettagli le opzioni sono: 

  1) Frank crede sulla parola ad HAL (o per distrazione, poca concentrazione o incapacità di costruire e visualizzare un modello del prosieguo de gioco) e decide di abbandonare, perciò non si accorge che - delle due, l'una - o... 

  2.1) HAL sta barando, e quindi mentendo consapevolmente, e questo è un prodromo diretto per la situazione ben più pericolosa che si verrà a creare di lì a poco, con lo stesso Frank mandato in escursione extra-veicolare per riparare l'elemento AE-35, appartenente all'antenna principale per le comunicazioni della Discovery, ritenuto guasto, ma in realtà del tutto funzionante, e ucciso dal computer euristicalgoritmico, oppure... 

  2.2) HAL compie "semplicemente" un errore... "umano", e questo è un sintomo alla concatenazione di eventi dolosi che accadranno a breve...

 

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Post Tenebras Lux

  • Drammatico
  • Messico, Francia, Paesi Bassi
  • durata 100'

Titolo originale Post Tenebras Lux

Regia di Carlos Reygadas

Con Adolfo Jimenez, Natalia Acevedo, Willebaldo Torres, Eleazar Reygadas, Rut Reygadas

Post Tenebras Lux
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In streaming su iTunes

 

Dall’altra parte dei biomi, a tutte le altitudini, gli osservatori finalmente si animano. Scoprono perché un biancospino comune non marcisce mai. Imparano a distinguere le cento specie di querce. Quando e perché il frassino verde si differenzia da quello americano. Quante generazioni vivono dentro la cavità di un tasso. Quando gli aceri rossi cominciano a cambiare colore a ogni altezza, e quanto presto cambiano colore ogni anno. Si metteranno a pensare come i fiumi e le foreste e le montagne. Capiranno come una foglia d’erba codifichi il lavoro di routine delle stelle. In poche, brevi stagioni, accostando semplicemente milioni di pagine di dati, le future, nuove specie impareranno a fare da interpreti tra gli esseri umani e le creature verdi. Da prima, le traduzioni saranno approssimative, come la prima ipotesi di un bambino. Ben presto però faranno la loro comparsa le prime frasi, diffondendo parole fatte, come tutte le creature verdi, di pioggia e aria e rocce sbriciolate e luce. Ciao. Finalmente. Sì. Qui. Siamo noi.

 

Recensione.

 

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Olive Kitteridge

  • Serie TV
  • USA
  • 1 stagione 4 episodi

Titolo originale Olive Kitteridge

Con Frances McDormand, Richard Jenkins, Bill Murray, Zoe Kazan, Ann Dowd, Brady Corbet

Tag Drammatico, Femminile, Vita vissuta, Famiglia, USA, Vari

Olive Kitteridge
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In streaming su Sky Go

 

"Olive, Again" (Elizabeth Strout, 2019).

 

L’Oro dell’Ultima Luce che Squarciava il Mondo, ovvero: “Caspita!”, e “Cribbio!”

 

Come calava presto ora, il buio!
[…]
Venne l’inverno.
[…]
E finalmente fu maggio.

Quattro o cinque righe.
Ecco, questa era la storia di Dorie Paige.
Un mondo. Una vita.

“Ho scritto con l’intento di lasciare molto spazio anche ai lettori, aprendo una porta per farli entrare con le proprie storie. Penso che dovrebbe essere sempre così, è un mio compito creare la condizione.” - Minima&Moralia

 

Il rapporto che lega “My Name Is Lucy Barton” (romanzo, 2016) e “AnyThing Is Possible” (raccolta di racconti, 2017) è tanto similare quanto divergente rispetto a quello che vincola “Olive Kitteridge” (un romanzo composto da 4 novelle lunghe; 2008) e “Olive, Again” (un “romanzo di racconti”, 2019; come una serie tv che si sviluppa verticalmente con un episodio semi-indipendente e auto-conclusivo per volta, ma progredendo mantiene ed esprime una correlazione orizzontale forte, netta, potente, precisa): da una parte, i primi due sono stati scritti uno dietro l’altro (il primo da New York getta lo sguardo con forza centrifuga verso Amgash, Illinois e attraverso il Tempo, il secondo da Amgash promana una forza centripeta che al contempo si auto-scruta ed attira lacerti di mondo a sé), mentre gli ultimi due sono divisi da un intero decennio (ed occupano ¼ di secolo di vita effettiva, con storie e ricordi - accennati o strutturati - che si allontanano nel tempo anche di ¾ di secolo: in quest’ultima tappa la protagonista passa dai 74 agli 86 anni percorrendo i due mandati Obama dagli ultimi lacerti e cascami di Bush Jr fino alle prime rigaglie di “quel mostro coi capelli arancioni che era presidente”) così come sono uniti nello spazio dalla provincia del New England (Crosby e dintorni, nel Maine) con fugaci incursioni, anche qui, a New York, dall’altra, le figure portanti delle due narrazioni non potrebbero essere più dicotomiche e - ancora - ulteriormente complementari: Lucy Barton otrebbe essere stata un’allieva di Olive Kitteridge, ed ognuna di loro potrebbe essere un personaggio secondario nelle rispettive altrui storie.
Poi, sono in entrambi i casi tanto gli unici esempi di seguiti nell’opera omnia in farsi dell’autrice (che comprende “Amy and Isabelle” del 1998, “Abide with Me” del 2006 e “the Burgess Boys” del 2013), quanto di lavori che difficilmente potranno aggiungere - per evidenti (ma non ancora definitive, oh no: Hold On! Not Yet!) ragioni - un tassello ulteriore al loro mosaico di vite.

Ogni racconto è a suo modo un frugale, epifanico, parsimonioso, magnifico (Raymond Carver, Alice Munro, Richard Yates, Annie Proulx, John Cheever, Flannery O’Connor, Harold Brodkey) “finale di partita” che prosegue altrove, per una vita intera, o qui a fianco, giusto per un altro poco, ancora.

 

Elizabeth Strout - “Olive, Again” - 2019 [“Olive, Ancora Lei”, Einaudi, 2020 – traduzione come sempre, al solito, eccellente, di Susanna Basso – 272 pagg., € 19.50 – rilegato filo refe, copertina cartonata rigida, sovraccoperta con una bellissima illustrazione originale di Andrea Serio].

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Madre e figlio

  • Drammatico
  • Russia
  • durata 67'

Titolo originale Mat' i syn

Regia di Aleksandr Sokurov

Con Gudrun Geyer, Aleksej Ananishnov

Madre e figlio

 

Le piombò addosso un’immensa tristezza, e l’unica cosa che poteva fare era fissare il soffitto, o sforzarsi di dire qualcosa a Christopher - che si faceva vedere piuttosto spesso, secondo lei - seduto accanto al suo letto, a chiacchierare con un’aria così spaventata a volte che avrebbe voluto dirgli: «Adesso va’, per favore», ma non lo diceva; era vecchia, era stanca e suo figlio era lì per stare con lei.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Pontypool

  • Horror
  • Canada
  • durata 95'

Titolo originale Pontypool

Regia di Bruce McDonald

Con Stephen McHattie, Lisa Houle, Georgina Reilly, Hrant Alianak, Rick Roberts, Boyd Banks

Pontypool

 

"The Flame Alphabeth" (Ben Marcus, 2012).

 

“La comprensione ha un prezzo, è di per sé una cazzo di malattia.”

Il linguaggio - tanto quello parlato/ascoltato quanto quello scritto/letto (ma non quello pensato, ovvero auto-prodotto/riferito) - è diventato tossico per tutti gli esseri umani adulti: gli schiamazzi di gioia, le richieste d'attenzione, qualsiasi frase (innocente o con voluto intento malefico) esca dalla bocca dei ragazzi fa ammalare gli adulti.
Nei boschi c'è una rete di cunicoli radiofonici cronenberghiani in cui rabbini saggi dispensano consigli scemi.
Da qualche parte nel Paese c’è un centro di ricerca che studia una cura: dai palliativi semantici ricavati da ogni alfabeto conosciuto, sia esso arcaico od inventato all’uopo, alla forza bruta dell’estrazione fisica di fluidi, sali, essenze corporali dai ragazzini immuni, infetti ed untori, portatori sani tanto dello sterminio epidemico quanto del miraggio di una cura.

 

L’alfabeto egoista.
Language is a virus, diceva quello. E, per contro e viceversa, i virus e tutti gli esseri ad esso superiori che possiamo definire viventi, vegetali ed animali*, non sono altro che la manifestazione su grande scala del “gene egoista” (come diceva quell’altro quello), atti e predisposti a perpetrare con un’azione di autistica pervicacia la propria riproduzione infinita attraverso la replicazione, la propagazione, l’inseminazione del proprio codice: Io sono! Io sono! Io sono! Esclama il virus. E come possiamo dargli torto? Lo facciamo anche noi, e su larga scala.

*Ma perché limitarsi, a questo punto? Ché del resto, cosa fanno le stelle - il cui DNA/RNA a doppia elica si chiama Tavola di Mendeleev e i cui geni egoisti si chiamano elementi chimici -, dalle cui ceneri tutti deriviamo (e il cui sottoprodotto complesso, infatti, si chiama catena di amminoacidi** interstellari e planetari, e via con l’uroboro della Vita…), se non replicarsi per partenogenesi (il Sole è un astro di seconda generazione, nato dall’addensarsi di una piccola porzione dei residui dell’esplosione di una supernova) consumando prima tutto l’idrogeno, e poi tutto l’elio, e poi via via, sempre più velocemente e sempre più difficoltosamente, giungendo sino al ferro, per lì fermarsi e decidere (o meglio: scoprire) se implodere e collassare od esplodere e rifulgere in un ordine di grandezza esponenzialmente superiore elevato a potenza, dando così vita ad un’altra successiva generazione di stelle?

**Ovvero: le prime parole - anzi, i primi vagiti, le prime lallazioni - della Vita.

 

La lettera ebraica segreta.
Sgranocchiandone in media un capitolo a settimana alla fine ci ho messo un anno di tempo lordo per riuscire a portare a termine la lettura di “l’Alfabeto di Fuoco” di Ben Marcus, probabilmente tanto tempo quanto il suo autore ha impiegato a scriverlo (con minutaggio netto ben maggiore, ovvio): non mi è proprio… come dire… piaciuto, ma grandemente qualcosa di più… e qualcosina di meno…

È un libro scritto magnificamente (che vuol dire tutto e nulla), ripieno, strapieno, densissimo, ricolmo, stracolmo, debordante, ma, proprio per questo, anche pesantuccio (e non solo per la carta su cui è stampato, ottima: per reggere un florilegio delle edizioni Black Coffee - così come accade per molte piccole case editrici generose e serie - occorrono ripiani di libreria in legno massello e solai rinforzati).
Quindi, più che per il peso, si diceva, è la massa a renderlo un corpo gravitazionale di cellulosa, colla e inchiostri al tempo stesso attraente e respingente. Le parole, le idee, soppesate una per una, distintamente e in concerto, prorompono, strabordano, ribollono: nella letteratura postmoderno-massimalista contemporanea, anzi recente, ne ho ritrovata una tale massa critica in “Gain” di Richard Powers e in “Arc d’X” di Steve Erickson (entrambi pubblicati in Italia dalla meritoria Fanucci dei tempi d’oro, vale a dire quella degli anni ‘00, delle collane Immaginario, Avant Pop e Solaria, con Luca Briasco alla guida, mentre oggi Powers, dopo Bollati Boringhieri, Fanucci e Mondadori è un autore nel listino de la Nave di Teseo ed Erickson è nel catalogo, dopo Fanucci e Bompiani, de il Saggiatore).

Ad ogni modo, stabiliti i molti pro e i non del tutto trascurabili, se pur minimi, contro, per chi abbia amato “Pontypool” e per chi ama la letteratura speculativa e quella delle parole, penso sia una lettura d'obbligo, prim’ancora e ben oltre ogni parallelo spurio con l’epidemia di CoViD-19 causata dal SARS-CoV-2 la quale, in alcuni casi, ha tenuto, al contrario, fin troppo vicini genitori e figli durante il periodo di lock-down…

 

È un romanzo che tratta del nostro vile desiderio di parlare, di scrivere, di essere ascoltati, e di come, nel disastro cangiante della contemporaneità [chiamiamolo Chthulucene, con Donna Haraway: non c’entra Lovecraft (quello è Cthulhu), ma il greco: khthon (sotterraneo, ctonio per l’appunto) e kainos (nuovo, recente, ad esempio in cenozoico)], potremmo anche riuscire a trovare una qualità positiva al disastro, ovvero, ad esempio, il poter fare a meno di parole da fraintendere. Ma mai della famiglia.

Colophon.
Ben Marcus - “the Flame Alphabet” - 2012
[“l’Alfabeto di Fuoco” - ottimo compromesso rispetto al titolo originale, e migliore rispetto al forse più letterale “l'Alfabeto Fiamm(eggi)ante” -, Black Coffee, 2018 - traduzione (molto buona, e per lunghi tratti eccezionale, e da elogiare anche solo per il coraggio d'aver intrapreso una simile impegnativa avventura) di Gioia Guerzoni - rilegato filo refe, copertina flessibile con alette, stampato da Printì (Manocalzati, Avellino) - 360 pagg., 15.00 €]   

 

Recensione.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Ordet

  • Drammatico
  • Danimarca
  • durata 119'

Titolo originale Ordet

Regia di Carl Theodor Dreyer

Con Preben Lendorff-Rye, Henrik Malberg, Birgitte Federspiel, Ann Elisabeth Rud

Ordet

 

Non potevamo pronunciare il vero nome di Dio e nemmeno, se eravamo devoti, accennarvi. Nozioni di base. Ma era l’aspetto midrashico dell’alfabeto di fuoco a farne qualcosa di elitario, perché a quanto ne sapevo, ne parlava solo il rabbino Burke, nel nostro capanno. Poiché l’intero alfabeto è impregnato del nome di Dio, affermava Burke, e poiché comprende ogni combinazione di lettere, tutte le parole rimandano a Dio, non è così? È questo che sono le parole: varianti del suo nome. Il linguaggio non conta. Qualunque cosa diciamo, pronunciamo il nome di Dio. Questo entusiasmava Burke al punto di farlo gridare. Quindi il linguaggio stesso era, per definizione, proibito. Ogni singola parola. Era meglio lasciar perdere. L’epoca del linguaggio era quasi finita. Difficile, se non impossibile, negare la logica di quel ragionamento.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Adieu au langage - Addio al linguaggio

  • Drammatico
  • Svizzera
  • durata 70'

Titolo originale Adieu au langage

Regia di Jean-Luc Godard

Con Héloise Godet, Zoé Bruneau, Kamel Abdeli, Richard Chevallier, Jessica Erickson

Adieu au langage - Addio al linguaggio
altre VISIONI

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La segretezza che circondava i capanni era giustificata. Il vero insegnamento ebraico non è fatto per un consumo di massa, per i gruppi, non va inquinato nemmeno da un singolo gesto di comunicazione. I messaggi, quando vengono diffusi, si diluiscono. Anche comprenderli è un compromesso. Il linguaggio uccide sé stesso, muore in chi lo ospita. Agisce come un acido sul proprio messaggio. Se non ti interessa più un’idea o una sensazione, trasformala in linguaggio. Sarà di certo l’ultima volta che emerge, la fine che merita. Linguaggio è sinonimo di bara. Bauman ci disse che l’unica cosa di cui dovevamo preoccuparci circa i sermoni era se li capivamo troppo bene. Quando quel giorno fosse arrivato, allora sì che avremmo dovuto iniziare a preoccuparci.

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Microcosmos. Il popolo dell'erba

  • Documentario
  • Francia
  • durata 65'

Titolo originale Microcosmos

Regia di Claude Nuridsany, Marie Pérennou

Microcosmos. Il popolo dell'erba

 

"Souvenirs Entomologiques - Etudes sur l'Instinct et les Moeurs des Insectes - Première Série”  di Jean-Henri Fabre (1879).

 

“Ecco come andarono le cose.”
Se inizi in questo modo un racconto:
- hai preso all’amo il lettore,
- non devi deluderlo,
- sei consapevole delle tue capacità, e
- meglio per te che questa cognizione si basi su prove oggettive.

Poco al di là delle Alpi, lungo il Bacino del Rodano, vicino ad Avignone, mentre un poco più a sud Nimes ed Arles portano alla Camargue, sorge Orange, con l’alveo ciottoloso dell’Eygues e, nei dintorni, Carpentras e Sérignan. In quei luoghi, per tutta la metà dell’ottocento e fino alla nascita del Secolo Breve, a cavallo tra illuminismo e modernità, Darwin e Freud (declinato all’entomologia), si muove la sete di conoscenza di Jean-Henri Fabre.

«Ho adorato i “Ricordi Entomologici” di Fabre. Per la passione dell'osservazione, per l'amore sconfinato verso l'essere vivente, questo libro mi sembra ineguagliabile, infinitamente superiore alla Bibbia. Da molto tempo vado dicendo che porterei soltanto questo libro con me su un'isola deserta. [Oggi ho cambiato idea: non ne porterei alcuno.]» - Luis Buñuel


La Bibbia degli entomologi?
La Bibbia, punto.
La "vera" Recherche.
E un Harmas, ovvero - in provenzale - un angolo di terra incolta e semi-selvaggia, voluto, cercato, desiderato, costruito, in vece di una Madeleine, capitata.

Con tutti i suoi difetti: il non aver letto Darwin, o il non averlo letto bene, o l'averlo letto di riporto e seconda mano, o l'averlo letto e non averlo compreso, o l'averlo letto e compreso ma rifiutato (mentre lo stesso Darwin, e con lui gli altri suoi più o meno contemporanei Bergson, Hugo, Jünger, Maeterlinck, Mallarmé, J.S.Mill, Rostand - e, immagino, oggi, Edward O. Wilson -, ne apprezzeranno il lavoro).
Una certa tendenza spiritualista nell’intravedere dietro all'ordine delle cose naturali in generale e animali nello specifico (e di conseguenza umane) una correlazione tra i fatti-così-come-sono e un disegno/ordine divino che li svolge e caratterizza.
E un’idiosincrasia - dettata dalla propria esperienza personale, perciò condizionata da un bias di conferma - verso i laboratori scientifici puri e le tassonomiche collezioni museali, luoghi contrapposti all’esplorazione en plein air con contemplazione del comportamento (istinto e sapienza innati) del soggetto vivente e non spillato o sotto formalina, libero nel suo ambiente naturale.

Mentre l'imputargli una qual certa umanizzazione dei soggeti entomologici è una considerazione del tutto arbitraria, miope, sciocca e sbagliata, perché i passaggi incriminati (riferendosi qui al comportamento sociale di alcuni imenotteri del genere Sphex messi di fronte a degli imprevisti naturali e artificiali: "...questi rivoluzionari, adatti al progresso, sono la minoranza; la maggioranza, la folla, sono glia altri, i conservatori abbarbicati a vecchi usi e costumi...") esprimono evidentemente un intendimento metaforico e giocoso - ma sempre molto serio - rispetto alla materia trattata: non vi è alcuna antropomorfizzazione in atto.

«Niente è difficile per l’istinto, fintantoché l’atto non si allontana dal ciclo immutabile assegnato all’animale; e niente è facile per l’istinto, se l’azione deve discostarsi dai canoni seguii abitualmente. Lo stesso insetto che incanta e ci lascia sgomenti con la sua grande perspicacia, un istante dopo, davanti al fatto più semplice ma estraneo alla pratica consueta, ci stupisce per l’ottusità.» - Jean-Henri Fabre

«Il calabrone entra nella stanza illuminata, va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po' si acquatta per riprendere le forze. Ricomincia contro la lampada, le pareti, i vetri, e daccapo contro la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all'aria, e la mattina dopo è secco, leggero, morto. Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia tentato.» - Ennio Flaiano

E i suoi immensi, smisurati pregi: una passione illimitata e totale verso la “Creazione”.
Una prosa sottilmente arguta e sagace (ma mai gratuitamente divertente o forzatamente spiritosa), tanto penetrante ed espressiva quanto semplice e diretta (ma capace di organizzare periodi articolati di senso compiuto in rado di stendere un moderno laureato in giurisprudenza), degna dello stesso Charles Darwin (lo scienziato-poeta), di Ernst Jünger (Cacce Sottili), di Vladimir Nabokov (Guarda gli Arlecchini!), o, per rimanere in ambito cinematografico e, in questo caso, puntando l’attenzione sull’ambito prettamente divulgativo e non specialistico, di Alastair Fothergill & Co. (BBC, Discovery, National Geographic).
E un'impressionante perspicacia logico-deduttiva al meglio applicata - con acume, discernimento, e raziocinio - tanto durante l'osservazione diretta sul campo quanto successivamente elaborando alla scrivania dello studio i dati raccolti: ad esempio quando sfata, dati alla mano raccolti personalmente dall’autore in decenni di studio dal vivo, le deduzioni dei suoi predecessori (pur riconoscendo loro tutto il valore che meritano, in generale, per i pionieristico, immane lavoro svolto), specialmente per quanto riguarda quel tipo di intelligenza consapevole che in un insetto è dettata dall’istinto, m’altresì in esso è relegata: lo scarabeo stercorario non comprende la natura del mondo intorno a lui, non chiama a raccolta i suoi consimili per farsi aiutare a trasportare la palla di letame che fungerà da dispensa personale o da scorta di cibo per la larva: se più individui si accalcano attorno a una sfera di letame per farla rotolare in modo che superi una duna di sabbia non si tratta di un raduno di amici ma di un ognun per sé con un vincitore alla fine (discorso ben differente si ha con le comunità aggregate e specializzate degli insetti sociali: api, formiche, termiti).

Riguardo a ciò, trascrivo qui per intero un breve brano esplicativo in tal senso, ché ne vale la pena…

Ma, prima di tutto, sgombriamo il campo da un errore ricorrente nei libri. Nella splendida opera di Emile Blanchard, “Métamorphoses, Moeurs et Instinct des Insectes”, leggo queste parole: «Talvolta il nostro insetto viene a trovarsi davanti a un ostacolo insormontabile: la sua pallottola è caduta in una buca. E qui l’ateuco [sinonimo di scarabeo] rivela una comprensione davvero stupefacente della situazione, e una ancor più sbalorditiva facilità nel comunicare con gli individui della sua stessa specie. Preso atto dell’impossibilità di superare l’ostacolo con la palla, l’insetto vola via dando l’impressione di abbandonarla. Se siete sufficientemente dotati della grande e nobile virtù chiamata pazienza, restate vicino alla pallottola abbandonata: dopo un po’, l’ateuco tornerà sul posto, e non da solo; lo seguiranno due, tre, quattro, cinque compagni che piomberanno tutti sul punto indicato e uniranno gli sforzi per sollevare il fardello. L’ateuco è andato a cercare rinforzi, ed ecco perché, in mezzo a campi aridi, si vedono così spesso diversi ateuchi riuniti per trasportare una sola pallottola.»
Leggo infine sul “Magazin fur InsektenKunde” di Illiger: «Mentre costruiva la palla di sterco destinata a racchiudere le uova, un ginnopleuro pillolare la fece rotolare in una buca, da cui cercò a lungo di estrarla da solo. Vedendo che perdeva tempo in vani tentativi, corse a un vicino mucchio di letame a cercare tre individui della sua stessa specie, i quali, unendo le loro forze alle sue, riuscirono a estrarre la palla dalla buca in cui era caduta, e poi tornarono a lavorare il loro letame.»
Chiedo scusa al mio illustre maestro Blanchard, ma di certo le cose non vanno in questo modo. Innanzitutto, i due brani concordano a tal punto da far supporre un’origine comune. Illiger ha esposto l’avventura del suo ginnopleuro sulla scorta di un’osservazione troppo limitata nel tempo per meritare una cieca fiducia; e lo stesso fatto è stato estesi agli scarabei perché, effettivamente, capita molto spesso di vederne due che faticano insieme per far rotolare una pallottola o per farla uscire da una situazione critica. Ma lo sforzo congiunto di due individui non dimostra affatto che lo stercorario in difficoltà sia andato a chiedere aiuto ai compagni. Ho avuto, in larga misura, la pazienza raccomandata da Blanchard; ho vissuto parecchi giorni in intimità, potrei dire, con lo scarabeo sacro; ho cercato in tutti i modi di veder chiaro, per quanto possibile, nei suoi usi e costumi e di studiarli dal vivo, e non ho mai rilevato nulla che facesse sia pur lontanamente pensare a una richiesta di aiuto. Come riferirò tra poco, ho sottoposto lo stercorario a prove ben più severe di quella costituita da una buca in cui fosse caduta la pallottola; l’ho messo davanti a difficoltà più serie di un pendio da salire, quasi un gioco per quel Sisifo ostinato che sembra divertirsi al duro cimento dei declivi da superare, come se la pallottola, diventando così più compatta, acquistasse valore; ho creato di proposito situazioni in cui l’insetto avesse estremo bisogno di aiuto, e mai ho avuto la minima dimostrazione di una collaborazione fra compagni. Ho visto predoni e depredati, nient’altro. Se intorno alla stessa pallottola si affollavano diversi stercorari, era perché se la contendevano. A mio modesto parere, quei racconti su compagni chiamati a dare manforte sono originati da alcuni scarabei riuniti con intenzioni predatorie intorno a una stessa palla. Osservazioni lacunose hanno trasformato un grassatore impudente in un collega servizievole che interrompe il proprio lavoro per rendersi utile.
Non è cosa da poco attribuire a un insetto una comprensione davvero stupefacente della situazione, e una ancor più sbalorditiva facilità nel comunicare con individui della stessa specie. Perciò insisto su questo punto. Ma come! Uno scarabeo in difficoltà concepirebbe l’idea di andare a cercare aiuto? Si metterebbe a esplorare in volo il territorio circostante per trovare suoi simili intenti a formare una pallottola di sterco e, dopo averli trovati, ricorrendo a una sorta di pantomima [♦], e soprattutto al movimento delle antenne, terrebbe loro pressappoco questo discorso: «Statemi a sentire, voialtri, il mio carico si è rovesciato in una buca; aiutatemi a tirarlo fuori. Vi ricambierò il favore alla prima occasione!»? E loro capirebbero! E, cosa ancora più pazzesca, pianterebbero subito il lavoro, abbandonando la pallottola cominciata, la loro cara pallottola, alla cupidigia altrui e al saccheggio certo in loro assenza, per andare a prestare aiuto al postulante! Tanta abnegazione desta in me una profonda incredulità, motivata da tutto quello che ho visto per anni e anni, non in barattoli da collezionista, ma direttamente sul posto di lavoro dello scarabeo. Fatta eccezione per le cure materne, nelle quali è quasi esemplare, l’insetto, a meno che non viva in società, come le api, le formiche e simili, pensa solo a sé stesso.

[♦] Potrebbe invece essere, anche se così non è, una “intelligente” strategia inconsapevole che, come già detto, nell’insetto è dettata dell’istinto e… plasmata dall’evoluzione. Fabre non la prende in considerazione (e dopotutto gli insetti sociali - certamente differenti in tutto e per tutto dal punto di vista comportamentale ed organizzativo dai solitari ed individualisti coleotteri scarabeidi -, che pure citerà più avanti, sono lì a dimostrarne la reale e concreta possibilità) perché troppo [♣] darwiniana?

[♣] E, a tal proposito, ancora…
Ogni zampa dell’insetto termina con una specie di dito o tarso, come viene chiamato, composto di una serie di sottili elementi paragonabili alle falangi delle nostre dita, con all’estremità un’unghia a uncino. Un dito per ogni zampa, questa è la regola; e il dito, almeno quello dei coleotteri superiori, e in particolare degli stercorari, comprende cinque falangi o giunture. Ora, per una strana eccezione, gli scarabei mancano di tarsi nelle zampe anteriori, mentre nelle altre due paia ne possiedono di molto ben configurati, con cinque giunture. Sono monchi, storpi, privi nelle appendici anteriori di ciò che, nell’insetto, rappresenta molto grossolanamente la nostra mano. La stessa anomalia si riscontra nell’Onistis e nel Bubas, sempre della famiglia degli stercorari. Da tempo l’entomologia ha registrato questa stranezza senza riuscire a darne una spiegazione soddisfacente. L’animale è monco dalla nascita, e viene al mondo senza le dita delle zampe anteriori? Oppure le perde accidentalmente nell’eseguire i suoi faticosi lavori?
Sarebbe semplice vedere in una simile mutilazione una conseguenza del duro lavoro dell’insetto. Frugare, scavare, rastrellare, sminuzzare ora nella ghiaia del terreno, ora nella massa filacciosa dello sterco, non sono attività in cui organi così delicati come i tarsi possano essere impiegati senza danno. E, circostanza ancor più grave: quando l’insetto fa rotolare la sua pallottola procedendo a ritroso, con il capo in basso, si puntella sul terreno con l’estremità delle zampe anteriori. Che ne sarebbe, in quel continuo sfregamento contro le asperità del suolo, delle fragili dita dell’insetto, sottili come un filo? Rivelatesi inutili, un semplice impaccio, sarebbero destinate a sparire prima o poi, schiacciate, strappate, logorate in mille incidenti. A forza di maneggiare attrezzi pesanti, di sollevare grossi carichi, troppo spesso, ahimè, i nostri operai finiscono per restare storpi; e così sarebbe diventato storpio lo scarabeo, facendo rotolare quella palla, fardello per lui troppo pesante. Le sue braccia monche sarebbero il nobile attestato di una vita operosa.
Ma a questo punto sorgono subito seri dubbi. Se tali mutilazioni sono fortuite conseguenze di un duro lavoro, allora costituiscono l’eccezione e non la regola. Che un operaio, molti operai restino privi di una mano, stritolata negli ingranaggi di una macchina, non significa che anche tutti gli altri operai siano senza una mano. Se spesso, anche molto spesso, facendo rotolare pallottole lo scarabeo perde le dita delle zampe anteriori, dovrebbe comunque esserci qualche scarabeo, più fortunato o più abile, ancora in possesso dei supi tarsi. Esaminiamo dunque i fatti. Ho osservato moltissime specie di scarabeo che abitano in Francia:lo scarabeo sacro, diffuso in Provenza; lo scarabeo semipunteggiato che non si allontana molto dal mare e frequenta le spiagge sabbiose di Cette, di Palavas e di Golfe-Juan; e infine lo scarabeo a collo largo, molto più diffuso degli altri due e che risale la valle del Rodano almeno fino a Lione. Per finire, le mie osservazioni si sono indirizzate verso una specie africana, lo scarabeo dalle cicatrici, rinvenuto nei dintorni di Costantina. Ebbene, la mancanza di tarsi nelle zampe anteriori è risultata un fenomeno costante in tutte e quattro le specie, senza alcuna eccezione, per lo meno nei limiti di quanto ho potuto osservare. Lo scarabeo dunque nascerebbe monco; questa sarebbe una caratteristica naturale, non dovuta al caso.
Tale affermazione trova del resto una prova supplementare in un altro ragionamento: se l’assenza delle dita anteriori dipendesse da una mutilazione accidentale, conseguenza di violente sollecitazioni, allora altri insetti, in particolare stercorari, che si dedicano a lavori di scavo ancora più faticosi di quelli dello scarabeo, dovrebbero a maggior ragione essere privi dei tarsi anteriori, appendici inutili, anzi addirittura ingombranti quando la zampa deve costituire un robusto attrezzo di scavo. I geotrupidi, per esempio, pienamente meritevoli del loro nome che significa “trapanatori del suolo”, scavano nel terreno battuto dei sentieri, fra ciottoli cementati dall’argilla, pozzi verticali talmente profondi da richiedere l’utilizzo di potenti strumenti fossori per arrivare alla cella terminale, e non sempre vi riescono. Ora, questi minatori per eccellenza, che si aprono con facilità lunghe gallerie in un terreno che lo scarabeo sacro potrebbe appena scalfire in superficie, hanno i tarsi anteriori intatti, come se perforare il tufo richiedesse delicatezza e non violenza. Tutto porta dunque a credere che osservando lo scarabeo, ancora novizio, nella sua cella natale, lo troveremmo monco e simile al veterano che ha attraversato il mondo e si è logorato nel lavoro.
Sull’assenza delle dita potrebbe fondarsi un ragionamento favorevole alle teorie oggi di moda, lotta per la vita e trasformazione della specie. Si potrebbe dire: «In origine gli scarabei possedevano tarsi un tutte le zampe, secondo le leggi generali dell’organizzazione degli insetti. Per un motivo o per l’altro, alcuni hanno perso le ingombranti appendici delle zampe anteriori, più dannose che utili; trovando comoda quella mutilazione che agevola il lavoro, si sono gradualmente imposti sugli altri, meno avvantaggiati; si sono riprodotti trasmettendo ai discendenti i moncherini senza dita, e alla fine l’insetto originario con le dita è diventato l’insetto monco dei nostri giorni.» Mi arrenderò di buon grado a queste ragioni se prima mi si spiegherà come mai il geotrupe, dedito a lavori analoghi e molto più duri, ha invece conservato i tarsi. Nell’attesa, continuiamo a credere che il primo scarabeo che fece rotolare la sua pallottola, magari sulla spiaggia di qualche lago in cui si immergeva il paleoterio, fosse privo di tarsi anteriori come il nostro.

Il “caso”, in un mondo osservato attraverso le lenti distorsive della “creazione divina”, non è contemplato. Ma anche quando sbaglia (le premesse che pone in essere per articolare il suo ragionamento contro-deduttivo soffrono tutte di un bias di conferma iniziale), Fabre è ammirevole.


Dei “Ricordi di un Entomologo - Studio sull'Istinto e i Costumi degli Insetti” di Jean-Henri Fabre (1823-1915) questo Volume Primo con le sue 680 pagine raccoglie le prime due serie (stampate rispettivamente nel 1879 e 1882 e composte la prima da 22 e la seconda da 17 capitoli) delle 10 in totale (in questa playlist tratto solo la prima: seguirà a breve la successiva), l’ultima delle quali vide la luce nel 1907: quindi si stima - si spera, si auspica! - che Adelphi andrà a pubblicare nella sua collana Biblioteca [anche se questi lavori non avrebbero certo sfigurato per importanza scientifica se fossero apparsi nella splendida sezione Animalia (come pure se fosse appartenuta al Ramo d’Oro o ai Casi): sono invece confluiti in uno dei due reparti maggiori, con Fabula, della casa editrice guidata da mezzo secolo da Roberto Calasso (che, dopo la vendita della sezione libri della RCS a Mondadori, ne ha riacquistato la maggioranza rendendola di nuovo indipendente), per la loro valenza letteraria] gli altri 4 volumi nel corso dei mesi e degli anni che verranno, andando così a completare ciò che la Einaudi lasciò in sospeso nei primi anni settanta quando - dopo l'edizione integrale in 11 volumi della Sonzogno degli anni '20, che comprendeva anche una "Vita di Jean-Henri Fabre" come 11° - licenziò per i Millenni le stesse prime due serie raccolte in un unico volume con cofanetto (ristampato ne gli Struzzi in versione economica nei primi anni ottanta) curato dall'indimenticato Giorgio Celli e da lui tradotto con la moglie Paola.

Colophon.
Jean-Henri Fabre - Souvenirs Entomologiques - Etudes sur l'Instinct et les Moeurs des Insectes - Première et Deuxième Série” - 1879 e 1882.
Edizione italiana: Adelphi, 2020 - collana: Biblioteca, n. 713 - traduzione di Laura Frausin Guarino - supervisione scientifica di Lara Maistrello - prefazione di Gerald Durrell - copertina flessibile, rilegato filo refe - 680 pagg., 38.00 €.

Il libro è illustrato dalle fotografie del figlio Paul, ed è dedicato alla memoria di Jules, un altro dei suoi 6 figli, morto a soli 16 anni.

Poi, ho imparato tre parole nuove (le definizioni sono prese dalla Treccani):
- "Reòforo", s. m. [comp. di reo- e -foro]. – In elettrotecnica, nome generico (e oggi in disuso) di ogni adduttore di corrente, e in partic. di ogni conduttore metallico filiforme di corrente elettrica, di cui si possa trascurare lecitamente la resistenza elettrica, la capacità e l’induttanza e a cui si possa quindi attribuire la sola funzione di veicolo non reattivo e non dissipativo della corrente.
- "Pandiculazione" – In medicina, l’insieme dei movimenti sinergici (stiramento degli arti superiori ecc.) che di solito accompagnano lo sbadiglio.
- "Tèrebra", s. f. [dal lat. terĕbra «trapano, succhiello»]. – In zoologia, negli invertebrati, ogni organo allungato e perforante, e più in partic. l’ovopositore degli imenotteri terebranti.

Ma incominciamo. “Ecco come andarono le cose…”   

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Nausicaä della valle del vento

  • Animazione
  • Giappone
  • durata 116'

Titolo originale Kaze no tani no Naushika

Regia di Hayao Miyazaki

Nausicaä della valle del vento
altre VISIONI

In streaming su Netflix

 

"(Nouveaux) Souvenirs Entomologiques - Etudes sur l'Instinct et les Moeurs des Insectes - Deuxième Série” di Jean-Henri Fabre (1882).

 

“L’Omero degli insetti.” - Victor Hugo
“Un osservatore inimitabile.” - Charles Darwin
“Jean-Henri Fabre è un grande uomo di cultura che pensa come un filosofo, vive da artista e si esprime con la poesia.” - Jean Rostand

Per dirla obbiettivamente con Giorgio Celli, da un brano della sua prefazione al volume Einaudi degli anni ‘70 (situato fra la prima edizione integrale italiana della Sonzogno degli anni ‘20 e quest’attuale della Adelphi, attualmente in fase di pubblicazione, e che si spera potrà essere, di nuovo dopo quasi un secolo, completa) riportata da Marco Belpoliti su DoppioZero, quella osservata, descritta e interpretata da Jean-Henri Fabre è “una teoria del comportamento istintivo che, senza essere particolarmente originale, viene sviluppata organicamente e per qualche aspetto conserva ancora oggi un certo grado di attendibilità.”

Colophon.
Jean-Henri Fabre - “(Nouveaux) Souvenirs Entomologiques - Etudes sur l'Instinct et les Moeurs des Insectes - Première et Deuxième Série” - 1879 e 1882.
Edizione italiana: Adelphi, 2020 - collana: Biblioteca, n. 713 - traduzione di Laura Frausin Guarino - supervisione scientifica di Lara Maistrello - prefazione di Gerald Durrell - copertina flessibile, rilegato filo refe - 680 pagg., 38.00 €.

Qui di seguito, ché del libro in sé ho già trattato nella playlist precedente, riporterò, con luculliana parsimonia, alcuni frammenti entomologici di Fabre: uno spassionato - appassionatissimo - invito alla lettura di questo volume che raccoglie le prime due serie di questi Ricordi Entomologici, ma prima, ecco ancora qualche altra parola nuova (le definizioni sono prese dal Dizionario/Vocabolario e dall’Enciclopedia Treccani):
- “Alcarraza”, s. f., spagn. [dall’arabo "al-karrāz", specie di boccale a bocca stretta]. – Vaso di argilla porosa adoperato in Spagna per conservare fresca l’acqua: questa, trasudando attraverso le pareti del vaso, evapora rapidamente a spese del calore dell’acqua medesima, che si mantiene così relativamente fresca.
- “Baudruche” ‹bodrü′š›, s. f., fr. [etimo ignoto]. – 1. Membrana sottile e traslucida ricavata dall’intestino tenue disseccato del bue e del montone; leggerissima e impermeabile anche all’idrogeno (ma non resistente all’umidità e facilmente decomponibile), fu usata per gli involucri degli aerostati e dei pallonetti dei dirigibili. 2. Guttaperca laminata in foglio sottilissimo, usata in chirurgia per rendere impermeabili le fasciature.
- “Calatide”, s. f. [dal greco, diminutivo di paniere]. – In botanica. Infiorescenza a capolino (ne è sinonimo, non più in uso) delle Composite, detta anche antodio, formata da molti fiori sessili; è circondata da brattee che costituiscono nel complesso l’involucro della calatide.
- “Flòsculo”, s. m. [dal latino "floscŭlus", «fiorellino», diminutivo di "flos", «fiore»]. – In botanica, ognuno dei fiori con corolla simpetala, tubulosa e attinomorfa che, nel capolino delle composite tubuliflore, sono localizzati nella parte centrale, detta disco.
- “Peritrema”. Piccolo cercine (anello, orlo) chitinoso e sclerificato che circonda gli stigmi (che a loro volta sono aperture mediante le quali il sistema respiratorio tracheale degli insetti e di alcuni artropodi terrestri comunica con l'esterno). [Definizione mia creata accorpando varie fonti.] 

 

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Era proprio questo ciò che desideravo, hoc erat in votis: un pezzetto di terra, oh!, non molto grande, ma recintato e sottratto agl’inconvenienti di uno spazio pubblico; un pezzetto di terra abbandonato, sterile, bruciato dal sole, terreno ideale per i cardi e gli imenotteri. Qui, senza timore di venire disturbato da persone di passaggio, potrò interrogare l’ammofila e lo sfecide e dedicarmi a questo difficile colloquio in cui le domande e le risposte vengono condotte nel linguaggio della sperimentazione; qui, senza dover affrontare lontane spedizioni in cui si perde tanto tempo prezioso, senza quelle corse faticose che ottundono l'attenzione, io potrò studiare i miei piani d'attacco, tendere le mie imboscate e seguirne i risultati ogni giorno, a qualsiasi ora. Hoc erat in votis, sì, era proprio questo il mio desiderio, il mio sogno, sempre accarezzato e che sempre mi sfuggiva perdendosi nelle nebbie dell'avvenire.
Non è certo facile procurarsi un laboratorio in aperta campagna quando si è presi nella morsa terribile dell'angoscia del bisogno del pane quotidiano. Per quarant'anni ho lottato con un coraggio indefettibile contro le meschine miserie della vita, e finalmente il tanto agognato laboratorio è arrivato. Non cercherò neppure di dire quanta perseveranza e quanto lavoro accanito esso mi è costato. Finalmente è arrivato, e con esso, ma a condizioni più difficili, forse anche un po' di tempo libero. Dico "forse", giacché trascino tuttora attaccato alla gamba qualche anello della catena del forzato. Ma il mio voto si è realizzato. È un po' tardi, o miei begl’insetti! Ho una gran paura che il frutto della pesca mi venga presentato soltanto ora, quando comincio a non avere più i denti per gustarlo. Sì, è un po' tardi; gli ampi orizzonti dei miei inizi sono diventati una volta opprimente, schiacciata in basso e di giorno in giorno più ristretta. Pur senza rimpiangere nulla del passato, eccetto ciò che ho ormai perduto, senza rimpiangere nulla, neppure i miei vent'anni, senza neppure sperare più nulla, tuttavia sono arrivato a un punto in cui, stroncati dall'esperienza della vita, ci si chiede se vale davvero la pena di vivere.
In mezzo alle rovine che mi circondano un mozzicone di muro resta in piedi, incrollabile sulla sua base fatta di calce e sabbia: è il mio amore per la verità scientifica. Ma questo sarà abbastanza, miei industriosi imenotteri, per accingermi ad aggiungere degnamente ancora qualche pagina alla vostra storia? Le mie deboli forze non tradiranno la mia buona volontà? Perché vi ho abbandonato per così lungo tempo? Degli amici me l'hanno rimproverato. Ah!, ditelo voi a questi amici, che sono non soltanto miei ma anche vostri amici, dite loro che la colpa non era da attribuirsi a dimenticanza o a stanchezza da parte mia! Io pensavo sempre a voi, ero convinto che il nido delle cerceridi aveva ancora dei magnifici segreti da rivelarci e che la caccia allo sfecide ci riservava ancora nuove sorprese. Ma il tempo mancava, e io ero solo, abbandonato da tutti, in lotta contro la cattiva sorte. Prima di filosofare bisognava vivere. Ditelo voi a questi amici e loro mi perdoneranno.
Ci sono stati altri che mi hanno rimproverato per il mio linguaggio che non ha la solennità o, per meglio dire, la pedantesca austerità di un testo accademico. Questi temono che una pagina che si legga senza fatica non possa sempre essere l'espressione della verità. A starli a sentire non si potrebbe essere profondi che a condizione di essere oscuri. Venite qui, tutti quanti siete, voi armati di pungiglioni e corazzati di elitre, venite a prendere le mie difese e a testimoniare in mio favore. Dite loro in quale intimità io vivo con voi, con quanta pazienza io vi osservo e con quale scrupolo registro tutti i vostri comportamenti. La vostra testimonianza è unanime: sì, le mie pagine non sono gremite di vuote formule o di sapienti elucubrazioni, bensì contengono l'esatta narrazione dei fatti osservati, niente di più e niente di meno, e chiunque vorrà a sua volta interrogarvi otterrà da voi le medesime risposte.
Nel caso che voi, miei cari insetti, non riusciate a convincere queste brave persone perché non avete il peso e l'autorità dei pedanti, ebbene sarò io a dir loro: voi sventrate l'animale e invece io lo studio vivente; voi ne fate un oggetto d'orrore e di pietà e io invece lo faccio amare; voi lavorate in un laboratorio di torture e di smembramenti e io l'osservo sotto l'azzurro del cielo e al canto delle cicale; voi sottomettete ai reagenti chimici la cellula e il protoplasma, io studio l'istinto nelle sue manifestazioni più elevate; voi scrutate la morte e io la vita. E perché non dovrei esprimere fino in fondo il mio pensiero? I cinghiali hanno intorbidato l'acqua limpida delle fontane; la storia naturale, questo magnifico studio dell'età giovanile, a forza di perfezionamenti cellulari, è divenuta qualcosa di odioso e di disgustoso. Ora, se io scrivo per i sapienti, per i filosofi che tenteranno un giorno di fare un po' di luce sull'arduo problema dell'istinto, io scrivo anche e soprattutto per i giovani, ai quali desidero far amare questa storia naturale che voi fate tanto odiare. Ed ecco perché, pur mantenendomi scrupolosamente nell'ambito della verità, io evito la vostra prosa scientifica che troppo spesso, ahimè!, sembra redatta nell'idioma di qualche tribù degli Uroni.
Ma per il momento non sono queste le mie preoccupazioni; ora voglio parlare di questo fazzoletto di terra così agognato, destinato nei miei progetti a divenire un laboratorio di entomologia vivente, che sono finalmente riuscito a procurarmi nella solitudine di un piccolo villaggio. È un harmas. Con questo termine da queste parti viene chiamato un pezzo di terra incolto, sassoso, abbandonato alla vegetazione spontanea del timo. È un terreno troppo povero per compensare il lavoro dell'aratro. In primavera, quando per caso capita che abbia piovuto e che vi cresca un po' d'erba, le pecore vi vengono a pascolare. Tuttavia il mio harmas, grazie alla presenza di un po' di terra rossa annegata in una quantità sterminata di sassi, ha ricevuto un inizio di coltivazione; un tempo, a quanto si dice, vi erano piantate delle vigne. Ed effettivamente degli scavi eseguiti per piantare qualche albero hanno messo qua e là allo scoperto dei resti delle preziose radici mezzo carbonizzate dal tempo. Il vomere a tre punte, l'unico strumento di coltivazione che possa penetrare in un suolo simile, è dunque passato qui sopra e me ne dispiace molto perché la vegetazione primitiva è scomparsa. Non c'è più il timo, non c'è più la lavanda, non ci sono cespugli di quercia spinosa, la quercia nana le cui foreste si possono scavalcare alzando un po' la gamba. Siccome questi vegetali – soprattutto i primi due – potrebbero essermi utili per offrire agli imenotteri materiale da raccogliere, mi trovo obbligato a ripiantarli sul terreno da cui il vomere li ha scacciati.
Ciò che invece abbonda, e senza il mio intervento, sono le piante che invadono ogni terreno che sia stato lavorato e in seguito sia stato per lungo tempo abbandonato a se stesso. Ciò che vi si trova, anzitutto, è la gramigna, quell'erba detestabile di cui tre anni di lotta accanita non hanno potuto ottenere la definitiva estirpazione. In secondo luogo, per il loro numero, vengono le centauree, tutte di aspetto arcigno, irte di aculei o di alabarde stellate. C'è la centaurea solstiziale, la centaurea delle colline, la centaurea calcitrapa e la centaurea aspra. Ma è la prima a dominare. Qua e là, in mezzo all'inestricabile groviglio delle centauree, si leva in alto, simile a un candelabro le cui fiamme sono dei grandi fiori color arancione, il feroce scolimo di Spagna dagli aculei forti come chiodi. Ma lo scolimo è dominato in altezza dall'onopordo d'Illiria il cui stelo, diritto e isolato, arriva a un metro o due di altezza culminando con dei grossi pompon rosa. La sua armatura non ha nulla da invidiare a quella dello scolimo. E non dimentichiamo la tribù dei cardi, anzitutto il feroce cirsio, così bene armato che il raccoglitore di piante non sa come afferrarlo; quindi il cirsio lanceolato, dal ricco fogliame le cui nervature terminano in punte di lancia; e infine il cardo bruno che somiglia a una piccola rosa irta di aculei. Negli intervalli tra i cardi, strisciando per terra simili a cordicelle armate di uncini, si allungano i rami del rovo dai frutti bluastri. Per esplorare l'intrico spinoso quando l'imenottero va a farvi la sua raccolta di polline, bisogna calzare degli stivali alti fino a metà gamba oppure rassegnarsi a sanguinose punzecchiature sui polpacci. Finché il terreno conserva ancora qualche resto delle piogge primaverili, questa rude vegetazione non manca di un certo fascino quando, al di sopra del compatto tappeto formato dai capolini gialli della centaurea solstiziale, si elevano le piramidi dello scolimo e gli slanciati zampilli dell'onopordo. Ma poi sopraggiunge la siccità estiva e allora non resta nient'altro che una distesa desolata dove basterebbe la fiammella di un fiammifero a propagare l'incendio da un capo all'altro. Tale è – o, piuttosto, era quando io ne ho preso possesso – il delizioso Eden dove ormai conto di vivere a stretto contatto con l'insetto. Me lo sono guadagnato al prezzo di quarant'anni di lotta ostinata.
L'ho chiamato Eden e, almeno dal punto di vista che m'interessa, l'espressione non è fuori luogo. Questo terreno maledetto, a cui nessuno avrebbe voluto affidare neppure un pizzico di semi di rapa, è in realtà un paradiso terrestre per gli imenotteri. La sua possente vegetazione di cardi e di centauree li attira qui da ogni parte. Mai, in tutte le mie battute di caccia entomologiche, mi era capitato di trovare riunita in un punto solo una tale popolazione: tutte le corporazioni d'insetti vi si danno appuntamento. Vi si trovano cacciatori di ogni specie di selvaggina, muratori che lavorano la terra battuta, tessitori di cotonato, insetti dediti all'assemblaggio di frammenti ritagliati in foglie o in petali di fiori, costruttori in cartone, stuccatori che impastano l'argilla, carpentieri che forano il legno, minatori che scavano gallerie sotterranee, conciatori che lavorano le membrane intestinali dei bovini, e chissà quanti altri.
E questo chi è?
[…]
Ecco dunque – e l'enumerazione è ben lungi dall'essere completa – una comunità tanto numerosa quanto scelta, la cui conversazione ha senz'altro la capacità di affascinare la mia solitudine se mi dimostrerò in grado di provocare le loro risposte. I miei cari animaletti, sia i compagni e gli amici di lunga data, sia quelli di più recente conoscenza, si ritrovano tutti qui, intenti a cacciare, a raccogliere o a costruire, nella più stretta vicinanza tra loro e con me. D'altronde, se si rende necessario variare i punti di osservazione, a qualche centinaio di passi di distanza c'è la montagna con le sue macchie di corbezzolo, di cisto e di erica arborea, con le sue distese sabbiose così care al bembice, con le sue scarpate marnose sfruttate da vari imenotteri. Ed ecco perché, prevedendo queste ricchezze, sono fuggito dalla città per stabilirmi in un villaggio e sono venuto a Sérignan a sarchiare le mie rape e annaffiare le mie lattughe.
Sulle nostre coste oceaniche e mediterranee vengono installati, con forti spese, dei laboratori dove vengono sezionati i piccoli animaletti marini di ben scarso interesse per noi. Si fa sperpero di potenti microscopi, di delicati apparecchi per la dissezione, di ordigni per la cattura, di imbarcazioni, di personale addetto alla pesca, di acquari, e tutto ciò per sapere come si segmenta l'uovo di un anellide, cosa di cui non sono ancora riuscito ad afferrare l'importanza, mentre si disdegna lo studio dei piccoli animali terrestri che vivono perpetuamente in rapporto con noi, che potrebbero fornire dei documenti d'inestimabile valore alla psicologia generale e che troppo spesso distruggono i nostri raccolti compromettendo la ricchezza nazionale. Quando dunque verrà costruito un laboratorio di entomologia dove si studi, non l'insetto morto, macerato nell'alcool puro, bensì quello vivente, un laboratorio dove si studi l'istinto, le abitudini, il modo di vita, i lavori, le lotte e il modo di propagarsi di questo piccolo mondo che sia l'agricoltura che la filosofia dovrebbero tenere in seria considerazione? Conoscere a fondo la storia del flagello delle nostre vigne sarebbe forse più importante che sapere il punto di arrivo delle terminazioni nervose di un cirripede; stabilire in via sperimentale la linea di demarcazione che separa l'intelligenza dall'istinto e dimostrare, ponendo a confronto i fatti concreti riscontrabili nella serie zoologica, che la ragione umana è, o non è, una facoltà irriducibilmente a noi propria, ebbene tutto questo dovrebbe ben avere la precedenza sullo stabilire il numero esatto degli anelli presenti sull'antenna di un crostaceo. Per risolvere questi problemi di enorme importanza sarebbe indispensabile un esercito di ricercatori, e invece non c'è proprio niente. La moda attuale s'interessa ai molluschi e agli zoofiti. Le profondità dei mari vengono esplorate con uno spropositato uso di draghe, mentre il suolo che calpestiamo con i nostri piedi ci resta sconosciuto. Nell'attesa che la moda cambi, io apro un laboratorio di entomologia vivente nel mio harmas, un laboratorio che non costerà neppure un centesimo alla borsa del contribuente.

Questo lungo brano riproposto qui quasi integralmente, ch’è il principio del primo capitolo della seconda serie dei “Ricordi/Souvenir Entomologici”, per questioni di praticità e per non esagerare con le trascrizioni prese dal singolo volume della Adelphi, è tratto dall’edizione Armando del 2007, con la traduzione di Gianlorenzo Pacini, della raccolta di brani scelti “Merveille de l'Instinct chez les Insectes” (Delagrave, 1913) che pescava da opere precedentemente edite di Fabre.

 

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Storia di Filomena e Antonio: Gli anni '70 e la droga a Milano

  • Documentario
  • Italia
  • durata 65'

Regia di Antonello Branca

Con Antonio, Filomena

Storia di Filomena e Antonio: Gli anni '70 e la droga a Milano

  

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      MUSICA

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Filèmone e Bàuci

 

the Zen Circus - "Bestia Rara" (da "l'Ultima Casa Accogliente", 2020)

 

 

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Moltheni / Umberto Maria Giardini - "la Mia Libertà" (da "Senza Eredità", 2020)

 

 

Fontaines D.C. - "A Hero's Death" (da "A Hero's Death", 2020)

 

 

Billy Nomates - "No" (da "Billy Nomates", 2020)

 

 
Neil Young - "Star of Bethlehem" (da "HomeGrown", 2020)
 

 
Bob Dylan - "Murder Most Foul" (da "Rough and Rowdy Ways", 2020)
 

   

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il Nemico - Un breviario partigiano

  • Documentario
  • Italia
  • durata 80'

Regia di Federico Spinetti

Con Massimo Zamboni, Angela Baraldi, Giorgio Canali, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli

Il Nemico - Un breviario partigiano

 

"Venti", e una più bella dell'altra. Qui, otto.

 

Eravamo noi

Nell'Aria

Inutile e Irrilevante

Wounded Knee

Canzone Sdrucciola

Viene Avanti Fischiando

Come Quando (Fuori) Non Piove Più

RotolaCampo

 

Il vento è cambiato, sì, ma fischia "Maracaibo"...    

 

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