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WILLIAM McGIVERN. IL POLIZIOTTO È MARCIO
di Marcello del Campo ultimo aggiornamento
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Marcello del Campo

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WILLIAM McGIVERN. IL POLIZIOTTO È MARCIO

Ho vissuto un anno a Roma e ho visitato tutta l’Italia. Ne ammiro la bellezza, la gente, la cucina e l’atmosfera artistica e intellettuale. Roma è la città più gradevole che conosco. E non ci trovo nulla da criti­care, tranne le tasse. I miei autori preferiti, tra gli italiani, sono Moravia e Pratolina [sic].
William P. McGivern (1918–1982)
[da una nota biografica inviata a Alberto Tedeschi]
 
Non è un nome ricorrente quello dello scrittore William P. McGivern, non è noto come Chandler, Hammett, McCoy. Se da un suo romanzo Fritz Lang non avesse tratto un capolavoro del noir, The Big Heat (Il grande caldo, 1953), forse sarebbe stato ricordato solo dai lettori di ‘Gialli Proibiti Longanesi’ come robusto narratore di thriller e altri film, ispirati alle sue storie, lasciati nel limbo del buon artigianato.

Nato a Chi­cago nel 1918, McGivern comincia la carriera letteraria, scrivendo mystery per riviste popolari come Black Mask. Dopo aver lavorato per anni a soggetti radiofonici, si trasferisce a Hollywood per lavorare per il cinema e la televisione, tranne la parentesi della Seconda Guerra Mondiale cui partecipa come sergente di artiglieria, guadagnandosi la Soldier’s Medail. Nel 1980 fu eletto Presidente del Mystery Writers of America.
McGivern aveva cominciato precocemente a scrivere a diciotto anni, vendendo tre raccon­ti a una rivista specializzata in noir. Rimpatriato, si dà al giornalismo, poi si dedicato esclusivamente alla narrativa. Durante la sua carriera di scrittore, sforna oltre una ventina di ro­manzi, pubblicati negli anni Cinquanta/Sessanta dalla Longanesi, nessuno dei quali è oggi reperibile nell’editoria italiana, fatta eccezione per Il grande caldo che, edito da Longanesi nel 1954 con il titolo La città che scotta, è ristampato dalla Mondadori nell’agosto del 1979 (Collez. “Classici del giallo”, numero 327, 7 agosto) e dalla scomparsa editrice Anabasi nel 1995 [da annotare che Anabasi attribuisce la nuova traduzione dall’inglese a Elisa Marpicati, traduzione per niente nuova poiché è la copia fedele della vecchia traduzione per Longanesi fatta da Lisa Morpurgo, famosa astrologa e buona traduttrice: misteri e furti di copyright?), è stato ripubblicato da Feltrinelli nel 2008 con il vecchio titolo La città che scotta nella Universale Economica Noir, su licenza Anabasi. Conclusione, in Italia è reperibile un solo romanzo di McGivern, sfortunato scrittore nella nostra bella patria ma presente nei cataloghi francesi, tedeschi, giapponesi, inglesi e in un’altra dozzina di paesi.

Autore di nu­merosi soggetti cinematografici e televisivi. McGivern è uno scrittore modello: “lavora con metodo e regolarità, come un impiegato: cinque ore al giorno, cinque giorni la settimana, al ritmo di venti cartelle il giorno. Scrive a macchina e, in una prima ma stesura, abbozza la trama, poi la riscrive al completo, caratterizzando i personaggi e rendendo più incalzante lo svol­gersi degli avvenimenti, - infine, nell’ultima stesura, ‘lima’ lo stile. [Alberto Tedeschi]
Nella narrativa di ‘genere’ i romanzi di McGivern appartengono al filone thriller-noir, un genere di cui lo stesso McGivern è stato fra gli iniziatori: storie il cui interesse non è propriamente incentrato sulla ‘sorpresa’ finale e la trama è poco più che un pretesto per un’ana­lisi approfondita del crimine, di chi lo ha commesso, della società che lo produce, delle reazioni psicologiche e dei moventi che portano alcuni individui a sce­gliere le vie del male o a ignorare la demarcazione tra il bene e il male.
La piaga della corruzione nella polizia è un tema presente ossessivamente nella narrativa di McGivern più che in altri scrittori del periodo, basti pensare a The Big Heat (Il grande caldo, 1953), Shield for Murder (Il colpevole è tra noi, 1954 e Rogue Cop (Senza scampo, 1954), storie di poliziotti marci che l’autore descrive con una profondità psicologica che va oltre il genere ed è paragonabile alla letteratura tout court. Po­liziotti che si lasciano corrompere, che vendono l’anima al diavolo senza possibilità di riscatto, non fosse che nel marcio talvolta un poliziotto riesca a conservare ancora un barlume di umanità, un inconsapevole desiderio di redenzione, una inespressa nostalgia dei tempi in cui poteva rispettare se stesso; un marcio poliziotto che cova nel fondo del suo abisso un odio feroce contro quelli che hanno fato di lui un traditore.
 
In Senza scampo (regia di Roy Rowland, 1954) il detective Christopher Kelvaney (Robert Taylor), persuaso di essere spinto soltanto dal desiderio di vendicare Eddie (Steve Forrest), il fratello che gli hanno ucciso, si scatena contro gli assassini con la violenza dell’odio covato a lungo e con uno sprezzo del pericolo che somiglia al desiderio di autodistruzione. La corruzione di Kelvaney “… che prima cerca di salvare la vita al fratello onesto, poi decide di vendicarlo […] non deriva da un autentico istinto criminale. Scaturisce invece dal desiderio di vivere nell’agiatezza, vestendosi con abiti eleganti, frequentando locali alla moda e tenendosi al di sopra del degrado in cui sono costretti a muoversi i colleghi onesti: è più che altro un modo per rivendicare il proprio diritto al sogno americano, all’interno di un mondo di violenza e soffocante degrado morale.”. [Renato Venturelli]
 
Anche nel film meno riuscito dei tre, Il colpevole è tra noi, diretto in tandem da H.W. Koch e Edmund O’Brien, c’è un poliziotto, il detective Barney Nolan (Edmund O’Brien) che insoddisfatto del proprio mestiere e del salario indecente, decide di uccidere un capo mafioso per impossessarsi del denaro per migliorare la sua situazione economica. Barney non ha il fascino di Bob Taylor né aspira all’eleganza e alla bella vita, è un uomo mediocre che desidera solo una vecchiaia tranquilla. In fondo, è un piccolo sgradevole individuo che da onesto cittadino si trasforma in un criminale perché ha paura della vita. Anche gli omicidi che commette sono vili, non hanno spietatezza né violenza, sono atti criminali a freddo, commessi sparando alla schiena i malcapitati. Qui non c’è il sogno americano, c’è solo ‘una casetta amor’ che Barney mostra alla sua fidanzata, il sogno modesto di un uomo da niente, perennemente sudaticcio, che in quella casetta incontrerà la morte.      
 
McGivern scrive Il grande caldo in sole tre settimane, durante una vacanza in Italia con la moglie Maureen Daly, - una famosa scrittrice di novelle, - in un albergo di Piazza di spagna. Il romanzo, pubblicato nel 1952 ottiene un grande successo di pubblico: “Si tratta”, scrive Anthony Boucher, “di una storia vigorosa, raccontata in modo vigoroso e con una profondità psicologica raramente riscontrabile nei melodrammi di gangster e di corruzione.”. 
 
Tutti sanno quel che significa la morte di un poliziotto: uno striscione nero incollato sulla porta del commissariato, due o tre righe di commento sui giornali, le condoglianze del sindaco e del questore. Ma quando un poliziotto si spara, le cose cambiano. La gente può dire che era nevrastenico, squilibrato, pazzo: comunque, un uomo poco adatto al compito di vegliare sulle vite e sui beni dei suoi concittadini. E può anche sospettare che ci sia sotto qualcosa di losco, qualcosa che può minare la reputazione dell’intero corpo di polizia.
 
È l’inizio del dramma: Tom Deery, collega del sergente Dave Bannion, si è suicidato. Bannion scopre che Tom si è ucciso per rimorso. Dopo esser stato per anni al soldo della mala, è stato colto da una crisi di coscienza e, dopo un lungo periodo di ripensamento, si è convinto che la morte è l’unica via d’uscita per lui. Bannion è un poliziotto che ha un forte senso della giustizia, comincia a indagare sulla morte dell’amico. Qualcuno vuole intralciargli la strada per impedire che la verità venga a galla, l’ambigua moglie di Tom che asserisce che il marito fosse davvero malato di nervi e la mafia, capitanata dal losco Mike Lagana e il suo tirapiedi Max Stone. Bannion non si fa ingannare dalla dark lady né esita a mettere a ferro e fuoco la città quando Kate, sua moglie, viene assassinata per ritorsione dalla gang. Arrogante, deciso, vendicativo, Bannion disprezza l’autorità e ignora le regole nell’interesse di ciò che pensa sia giusto. Giunge quasi a commettere lui stesso un delitto, quando insegue gli assassini della moglie. Anche qui è presente il tema della vendetta e la tesi secondo la quale un uomo solo, deciso a tutto, può fare di più di un agguerrito corpo di polizia, con tutti i suoi mezzi di offesa e di difesa. Il ritmo dell’azione è sostenuto e si ha l’impressione, leggendo Il grande caldo di trovarsi davanti al cinema di trent’anni dopo, con i vari Padrini e gli ispettori tipo Callaghan: da questo romanzo in poi, emerge la figura del protagonista che deve risolvere da sé il conflitto tra il bene e il male, anche trasgredendo le regole imposte dalla società civile, infrante dal marcio mondo della malavita.  
Al Grande caldo Fritz Lang si ispira per dirigere uno dei capolavori insuperati del noir, sceneggiato dall’esperto di cronaca nera del Saturday Post Evening Sidney Boehm, fotografato da Charles Lang, interpretato da Glenn Ford, Gloria Grahame, Lee Marvin. Lang riporta ancora una volta sullo schermo “il tema tipicamente langhiano del rapporto con pulsioni che portano a far affiorare il lato più cupo di ciascuno […] ma anche una riflessione più generale sulla natura umana, sulla violenza pronta a esplodere che ognuno porta dentro di sé”, scrive Renato Venturelli; Massimo Sebastiani e Mario Sesti rilevano come Bannion sia “… una figura tipicamente langhiana trascinato dal destino e posseduto da una determinazione speculare e altrettanto cieca di quella degli uomini che combatte.”. Lang porta al parossismo l’innata violenza umana della quale sono vittime le donne che nel film sono maltrattate, uccise, deturpate: memorabile la sequenza in cui Lee Marvin sfigura il volto di Gloria Grahame con il vetriolo.
 
La baia dell’inferno (Hell on Frisco Bay, 1955) non è tra i migliori esiti di Frank Tuttle, regista altalenante di settantacinque film di genere noir, western, sceneggiatore, produttore del quale vanno almeno ricordati la buona trasposizione di The Glass Key (La chiave di vetro, 1935) di Dashiell Hammett, con George Raft e il notevole The Gun for Hire (Il fuorilegge, 1943) da Una pistola in vendita di Graham Greene, sceneggiatura di W.R. Burnett e Albert Maltz ‘lista nera’, con la coppia del momento Veronica Lake e Alan Ladd. Anche in questo La baia dell’inferno, il tema della vendetta è presente ma un po’ annacquato: rilasciato dal carcere di San Quintino dopo cinque anni di detenzione, l’ex poliziotto Steve Rollins (Alan Ladd) ha un solo pensiero, vendicarsi di chi lo ha mandato al fresco, cioè il boss Victor Amato (Edward G. Robinson); la donna – c’è sempre una donna nel noir – è Joanne Dru; la sceneggiatura è ancora di Sydney Boehm, ma senza Fritz Lang.
 
Migliore, senza dubbio, Odds Against Tomorrow (Strategia di una rapina, 1959). Il tempo dei dirty cops cede all’esplosione della violenza urbana del gangster-movie. Il regista, di tutto rispetto, è Robert Wise, la sceneggiatura è di un fantomatico John O. Killens, - un eteronimo dietro il quale si nasconde il grande Abraham Polonsky ‘lista nera’, - Harry Belafonte, Robert Ryan, Gloria Grahame, Shelley Winters, Ed Begley assicurano un parterre di interpreti di sicura bravura.
Strategia di una rapina è un film da annotare con cura perché Robert Wise, seguendo la rotta indicata quasi un decennio prima da Giungla d’asfalto di John Huston, pone le premesse di tutto il cinema criminale del decennio successivo e oltre. “Al di là del tema ostentato del razzismo[…]”, scrive Renato Venturelli, “il film reinventa le formule semidocumentaristiche degli esterni reali in chiave esistenziale, e con le sue luci fredde, il commento musicale jazz [di John Lewis del Modern Jazz Quartet], i raccordi ‘analogici’ e ‘mentali’ del montaggio tanto elogiati da Ado Kyrou costituirà per qualche tempo il modello del nuovo cinema criminale per tanti registi, a cominciare da Jean-Pierre Melville, che l’amava moltissimo.”.
 
Il grande cinema ispirato ai romanzi di William McGivern si può dire che termina a ridosso dei Sessanta. Poco o nulla saranno capaci di tirare fuori i registi del ventennio successivo. McGivern presta la sua penna alla sceneggiatura di un romanzo di Ursula [Reilly] Curtiss, - figlia della famosa giallista Helen Relly -, scrittrice di romanzi horror-gothic. Il film è I Saw What You Did (Gli occhi degli altri, 1965), diretto da uno specialista del genere, William Castle, che poggia tutto sulle atmosfere spettrali tipiche del regista e sui brividi che regala la ‘signora delle rughe’, Joan Crawford.

The Caper of the Golden Bulls (Il carnevale dei ladri, 1967), tratto dal racconto omonimo di McGivern del 1966 è una commediola diretta senza estro da Russell Rouse, regista usa e getta che miracolosamente appartiene alla storia del cinema, grazie al film western The Fastest Gun Alive (La pistola sepolta, 1956), nel cast Stephen Boyd, Yvette Mimieux, Giovanna Ralli che vogliono rapinare una banca a Pamplona e finiscono nella Plaza de Toros.
 
Da dimenticare The Wrecking Crew (Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, 1969). McGivern adatta per lo schermo uno dei tanti divertenti romanzi di Donald Hamilton; la regia del veterano (geniale a intermittenza) Phil Karlson fa quello che può per servire l’estroverso Dean Martin con il bel contorno di Elke Sommer e l’indimenticabile Sharon Tate che nello stesso anno viene trucidata dalla family Manson. [sul database di FilmTv la regia del film è erroneamente attribuita a William McGivern!]
 
Meno estroverso è il passabile Brannigan (Ispettore Brannigan, la morte segue la tua ombra, 1975), diretto svogliatamente da Douglas Hickox, tratto da un plot di Christopher Trumbo e Michael Butler, sceneggiatura ‘aggiustata’ alla meno peggio da McGivern che, per pudore, si firma William W. Norton. Il risultato di tutte queste teste messe insieme partorisce l’elefante Old Duke, aka John Wayne che, vecchio e malmesso, imita il giustiziere della notte.
 
Tocca a Robert Butler, regista di serial di successo, Hill Street notte e giorno per tutti, dirigere l’ultimo film tratto dall’ultimo romanzo di McGivern, Night of the Juggler (Fort Bronx, 1980), un modesto film di rapina interpretato da James Brolin.
Siamo lontani anni luce dai grandi film degli anni Cinquanta.
William McGivern muore due anni dopo.
 
Nota. Questa ricerca su William McGivern mi è costata molto tempo e lavoro.
Quando ho deciso di scrivere una nota su uno scrittore di grande importanza per la letteratura ‘gialla’ e per il cinema che dai suoi romanzi è stato tratto o ispirato, non pensavo che avrei trovato poco o nulla sul web. Per fortuna, ho fatto ricorso ai libri che possiedo.
Lascio ai cinefili e ai lettori di vecchio corso, se ne hanno voglia, il compito di riempire i ‘vuoti’ di questa play, ricordando loro che se il ‘dimenticato’ McGivern non avesse scritto i suoi romanzi, oggi non potremmo godere di un capolavoro come The Big Heat.

Playlist film

Ispettore Brannigan la morte segue la tua ombra

  • Poliziesco
  • USA
  • durata 110'

Titolo originale Brannigan

Regia di Douglas Hickox

Con John Wayne, Richard Attenborough, Judy Geeson, Mel Ferrer, John Vernon

Ispettore Brannigan la morte segue la tua ombra
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