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La stazione

Regia di Sergio Rubini vedi scheda film

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La recensione su La stazione

di Peppe Comune
7 stelle

Domenico (Sergio Rubini) è il capostazione di una piccola linea ferroviaria pugliese. Non ha legami sentimentali e vive ancora con la madre. Vive il suo lavoro con passione e quando fa il turno di notte cerca di combattere la routine di sempre con un modo tutto suo di rapportarsi con gli oggetti che lo circondano. Flavia (Margherita Buy), invece, è una bella ragazza che non ne vuole sapere di lasciarsi coinvolgere dal ragazzo (Ennio Fantastichini) in un affare economico poco chiaro. Scappa dalla festa in cui erano insieme, e si dirige verso la prima stazione disponibile. Qui conosce Domenico, che con lei aspetta il treno che arriverà all’alba difendendola anche dai tentativi di Danilo di riportarla con se.

 

Sergio Rubini, Margherita Buy

La stazione (1990): Sergio Rubini, Margherita Buy

 

“La stazione” di Sergio Rubini, tratto dall’omonimo lavoro teatrale di Umberto Marino, è un film che tratta di equilibri che si rompono e di vite che ad un certo punto decidono, anche solo per poche ore, di deragliare da percorsi prestabiliti. Ambientato quasi totalmente nell’ufficio del capostazione, il film conserva l’originaria impostazione teatrale, e non solo perché l’unità spaziale è interrotta solo da poche escursioni esterne mentre quella temporale è dilatata in una maniera quasi impercettibile, ma anche (se non soprattutto) per l’importanza palese attribuita alla fisicità degli oggetti e all’uso delle parole, che messe insieme segnano le direttrici di una notte lunga da trascorrere ma breve da aspettare. La vita della piccola stazione è regolata, non solo dall’orario dei treni e da un orologio a pendolo che suona a intervalli regolari, ma anche dallo scorrere monotono del tempo che si accompagna ad un lavoro che si ripete sempre uguale. Lo stipite di un mobile che si abbassa sempre dopo “20 secondi” dal suono del pendolo, il caffè nella moka che esce sempre dopo “2 minuti e 57 secondi”, un pezzo di legno che ci impiega sempre “dai 18 ai 20 minuti per ardere completamente, dipende dalla grandezza”, così come la foto di Sandro Pertini che campeggia nell’ufficio (“perché è il più simpatico di tutti e ci siamo affezionati”) e i treni che passano sempre alla stessa ora, sono come dei compagni della notte che aiutano a disegnare simmetrie algebriche per scongiurare la solitudine e la nostalgia.

La sceneggiatura segue il più classico gioco a tre per arrivare a degli sviluppi abbastanza prevedibili. Ci sono una bella donna che deciso di sfuggire alle mire opportunistiche di un uomo che non ama più, è un timido e impacciato capostazione che si ritrova inaspettatamente a difenderla con un coraggio che neanche immaginava di possedere. Ma è il modo in cui tutto è architettato a convincere, la messinscena sobria ed essenziale, l’integrazione equilibrata dei personaggi, la loro evoluzione caratteriale, il fatto fondamentale che quello tra Domenico e Flavia è un rapporto che parte timido ma che poi raggiunge un livello tale di complicità emotiva da far sembrare evidente che entrambi non aspettavano altro che di passare una notte come quella. Una notte carica di attese e di speranze, carica di sentimenti lasciati ad aspettare, capace di svelare per ognuno degli scenari inconsueti. Flavia si affranca per poche ore dal fascino tentacolare della vita mondana per riscoprire il sapore genuino delle piccole cose, di un caffè bevuto in rilassata compagnia come di una chiacchierata vissuta come un momento di piacevole evasione. Domenico immerge la ruotine del suo lavoro in un vortice di sensazioni nuove, mettendosi al servizio di Flavia come chi aspetta di recitare la parte che lo sviluppo degli eventi impone. Insieme innestano poco alla volta un’alchimia che durerà giusto il tempo di aspettare l’arrivo del primo treno disponibile per partire, ma che intanto basta ad avvicinare due persone molto diverse che scoprono di piacersi proprio per come sono. Naturalmente, la protagonista silente di questo film è la stazione ferroviaria, un luogo onnicomprensivo a cui Sergio Rubini non sottrae la sua valenza simbolica. Perché una stazione è sempre un luogo di incontri inaspettati che possono lasciarti addosso una sensazione vivificante ; perché è un luogo di transito che non presuppone certificazioni controllate per far avvicinare le persone ; perché è un luogo dove si possono abbassare tutte le sovrastrutture mentali e concedersi momenti di libera relazione umana ; perché un treno che parte può rappresentare la fuga dalla vita che non ci piace in più.

Questo succede con Domenico e Flavia, che hanno modo di incontrarsi, di conoscersi e di piacersi durante l’attesa dell’alba. E anche se un treno li allontanerà per sempre, entrambi hanno imparato qualcosa in più sul modo distare al mondo.

“La stazione” rappresenta l’esordio alla regia di Sergio Rubini, un film minimalista che mi ha piacevolmente sorpreso per il suo gravitare discreto tra l’ironia e il malinconico, il passionale e il calcolo dichiarato, il pathos spinto e la calma piatta. Un’opera garbata che ha il merito di farm(c)i ricordare con profonda nostalgia di un Uomo politico come Sandro Pertini.

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