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Nient'altro che guai

Regia di Dan Aykroyd vedi scheda film

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La recensione su Nient'altro che guai

di ty
6 stelle

Ideato da Peter Aykroyd (che è anche l'ideatore del telefilm PSI Factor), sceneggiato dal fratello Dan e ispirato a un fatto accadutogli nel '78, NOTHING BUT TROUBLE segna l'esordio alla regia del celebre attore e comico televisivo. E' un film accolto malissimo dal pubblico e dalla critica sia in patria che all'estero, tanto che rimane, all'oggi, l'unica esperienza di Dan Aykroyd dietro la macchina da presa. La storia sembra, come hanno in molti sottolineato, la parodia di un film dell'orrore, con degli ignari viaggiatori che si trovano di colpo catapultati in una realtà ostile da cui non riescono a fuggire. Sembra, tanto per intenderci, lo stesso spunto di film horror del filone survivalism quali THE HILLS HAVE EYES di Craven o THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE di Hooper. In primo luogo è doveroso osservare che Aykroyd deriva dallo stesso periodo e condivide gli stessi ideali dei registi del New Horror. Il New Horror fu infatti uno degli aspetti della New Hollywood al pari della Nuova Comicità Americana, di cui, per l'appunto, Aykroyd fa di diritto parte (assieme a colleghi come John Belushi, Bill Murray, Eugene Levy, Gilda Radner nonchè Chevy Chase, John Candy e Brian Doyle Murray, non a caso presenti anche in NOTHING BUT TROUBLE). Il rapporto tra il film di Aykroyd e quel tipo di Horror è molto stretto. Se gli assassini dei primi film di Craven o Hooper rappresentino la degenerazione di un certo tipo di mitologia che sta alla base dell'America, la cultura dei pionieri e dei cacciatori di indiani, e la violenza dei film stessi è figla del loro tempo, della guerra in Vietnam e del '68, la figura del giudice Alvin J.P. Valkenheiser rappresenta la degenerazione delle figure di sceriffi o giudici come Roy Bean (si noti il modo di amministrare la giustizia, con grande impiego della forza di polizia e con un "metodo radicale che dà ottimi risultati") mentre il film è figlio da un lato della stessa Nuova Comicità Americana, mentre dall'altro della presidenza Reagan (e Bush) e dei valori di cui essa si fece portatrice (Aykroyd ha sceneggiato uno dei film più antireaganiani della storia del cinema: SPIES LIKE US dell'amico Landis). Se all'inizio degli anni settanta gli ignari che finivano tra le grinfie di sanguinari assassini erano spesso le classiche famiglie americane (la famiglia smette di essere il valore principe degli Stati Uniti proprio in quegli anni, e quei film sono anche la metafora del disgregarsi di tale ideale), ora, dopo otto anni di amministrazione Reagan e tre di amministrazione Bush, con aria di novità all'orizzonte (le elezioni si svogeranno da lì a un anno con la vittoria del democratico Clinton, di cui Aykroyd e Chase furono accaniti sosenitori), il nucleo che, almeno nelle intenzioni degli autori, sta per disgregarsi non è più quello della classica famiglia bensì quello formato dai più significativi rappresentanti dell'edonismo reaganiano. Il personaggio del ricchissimo e annoiato giornalista finanziario, quello della sexy avvocatessa e infine quelli dei volgari miliardari sono figure viste mille volte in un certo cinema degli anni '80, mentre le figure degli antagonisti che a loro rubano la scena (come appunto accade negli horror anni '70, in cui i veri protagonisti sono sempre i maniaci e non gli anodini personaggi-vittima) sono i putrefatti eredi di un certo pensiero roosveltiano che vede nell'accentratore di denaro una figura negativa (si pensi al banchiere di STAGECOACH di Ford). Non a caso la famiglia del giudice fu vittima di una truffa e non si riprese mai dalla grande depressione, tanto che il villaggio di Valkenvania è diventato un villaggio fantasma. Letta in questa prospettiva l'opera manca completamente di personaggi positivi. Il film rende bene quest'idea dei tiratissimi capitalisti newyorkesi e dei vogarissimi milionari brasiliani precipitati in un mondo in decomposizione. La regia insiste su particolari volgari mentre la musica, dal vellutato blues dell'inizio passa ad un rap più duro con il quale, tra l'altro, il giudice si trova perfettamente in sintonia. Aykroyd sceneggiatore dimostra di non possedere il senso della misura (e lo dimostrerà ancora con le sceneggiature per THE CONHEADS e per BLUES BROTHERS 2000), mentre Aykroyd regista possiede una mano pesante ma elegante (si pensi alla scena dell'inseguimento, dell'arresto e dell'ingresso al tribunale), mentre dimostra di avere recepito la lezione Landisiana affidandosi ad una comicità più di situazione che verbale. Per quanto riguarda le interpretazioni, c'è molto da dire. Se Aykroyd, nel doppio ruolo del giudice e del nipotino Bobo, è estremamente ma piacevolomente sopra le righe, Chase è invece piuttosto sottotono. Candy, dal canto suo, è da urlo nei primi minuti e nei panni di Eldona, mentre l'approfondimento zuccheroso del personaggio di Dennis ha il fiato corto. Demi Moore, non ancora rambizzata (è il ruolo immediatamente successivo a GHOST), è davvero carina. Nel complesso non un film completamente riuscito, ma ben lontano da essere quel pessimo film di cui tanta gente parla. E' il guaio di chi pensa che un film diretto da uno come Dan Aykroyd e interpretato da soli attori comici non abbia nulla di intelligente da dire.

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